L’Aquila

L’amica Renata-Ontanoverde scrive:

“Ricevo questa mail, che riassume la vergogna dei nostri politici a L’Aquila! Mi sembra di leggere un post di Elenamaria : quindi fate girare … ”

Ieri mi ha telefonato l’impiegata di una società di recupero crediti, per  conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009.   Mi  chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto.  Il decoder Sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.

Ammutolisce.  Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di   dovere.

Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata.

Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso   la Basilica di Collemaggio.
E mi sale il groppo alla gola.

Le dico che abitavo proprio lì.
Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio.

Le racconto del centro militarizzato.
Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio.
Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati.
Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire.
Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere.
Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo.
Le racconto che pagheremo l’ i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte.
E    ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti.
Anche per chi non ha  più  nulla.

Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in  busta paga 734 euro di retribuzione netta.
Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile.
Che lo Stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili
che  dovrebbe aiutarli a pagare un affitto.
Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.
Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per  un appartamento in via Giulia, a Roma.

La sento respirare pesantemente.
Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso.
Le racconto la vita delle persone che abitano lì.
Come in alveari senz’anima.
Senza neanche un giornalaio. O un bar.
Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra.
Lontani chilometri e chilometri.
Le racconto dei professionisti che sono andati via.
Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo.

Le racconto di una città che muore.

E lei mi risponde, con la voce che le trema:
” Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo.
Non potete restare così.
Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo.
Chiamate la stampa. Devono scriverlo.”

Loro non scrivono, voi fate girare.

Ecco, se volete, fate girare.

Il giorno fatidico

 La Giusy aveva preso sonno. Sognò di ricevere dalle mani del Ministro della Pubblica Istruzione una medaglia d’oro per la fedeltà alla scuola.

Si destò come in un incubo. In realtà era stata la voce della figlia a svegliarla. Parlava forte con i bambini: “Non è ora di accendere la televisione!”
“E dopo, quando si sveglia la nonna, non la possiamo più vedere, perché dice che non stiamo un minuto fermi… Ci dice sempre: silenzio, un po’ di silenzio!”

Il più piccolo proferì: “A me mi ha detto: se continui a dondolarti ti sospendo… Che vuol dire, mamma, ti sospendo?”
“Vuol dire che tua nonna si crede d’essere sempre a scuola”, rispose suo genero.
“Invece di stare sempre davanti alla tv, fatevi aiutare dalla nonna a fare i compiti…”
“Sì, commentò il piccolino, la nonna non ci capisce niente con il cinese!”

La Giusy cercò di riaddormentarsi per non captare altre parole di quel genere. Anche i nipoti ormai la contestavano. Eppure era stata una brava maestra, una teacher per molti anni, poi la riforma della Stellina l’aveva ributtata in classe dopo 16 anni, così, come si butta via una scarpa che non serve più. Prima ponti d’oro e promesse per toglierla dalla classe, dove lei ci stava così bene, e poi via,  in quattro e quattr’otto il posto non c’era più.  Arrangiati!, le era stato detto. E lei si era arrangiata, aggiornata, aveva ricomprato libri e guide che non aveva più (aveva regalato tutto ad una collega più giovane il giorno in cui aveva deciso di fare la teacher e non più la maestra), aveva ristudiato programmazioni e burocrazia, si era riadattata ad una scuola che non riconosceva più. E adesso…. adesso il giorno fatidico era arrivato. In giro si respirava un’aria strana.

Uscita di casa incontrò una sua ex-alunna, ormai madre di tre figli: “Come stai?” chiese la Giusy, “sai che vado in pensione? Con 40 anni di servizio!”
“Brutto affare” commentò l’altra, “mia zia, tre giorni dopo che ha lasciato il lavoro, ha tirato le zampe. Mio padre è morto il mattino che doveva ritirare la sua prima pensione…”

La Giusy non potè fare a meno di pensare alla ruota della vita e, salutata la funerea auspice e rammaricandosi di non essere un maestro, salì in auto.
“Ancora qualche centinaio di metri, e poi mi leggono l’epitaffio”, pensò.

Una volta davanti alla scuola rallentò: intravvide qualche collega davanti all’entrata col muso lungo. Già immaginava i commenti: “Chissà che ora faremo stasera, con la festa alle pensionate!” (anche lei era di malumore quando i vari direttori la obbligavano a trattenersi oltre il solito orario, tranne quando ad andare in pensione era stata qualche collega a cui era particolarmente affezionata: quante lacrime, allora…!).

Le sembrava di udire i bidelli che sbraitavano e borbottavano mentre cercavano di trasportare i tavoli per il rinfresco. Lungo i corridoi la maestra incaricata rincorreva le altre colleghe per firmare il biglietto di auguri e sborsare i soldi per il regalo. E di nuovo immaginò i musi lunghi, le proteste (ma quando mi sono sposata io lei non c’era, quindi non sono obbligata a….); e poi:
“Anche i fiori? Non bastava il ciondolo? Per quei quattro pasticcini che ci offrirà… ci dobbiamo svenare così?”
“Ma dobbiamo fermarci per forza, al rinfresco?”
“Proprio stasera che ci avevano invitato gli amici per le rane in guazzetto e fritte….! Al diavolo la scuola, la Giusy, chi organizza queste pagliacciate e chi aderisce!”

Rimase seduta in macchina in compagnia di questi pensieri per molto tempo.
Oramai sarebbe arrivata in ritardo: inconcepibile per lei, una maniaca della puntualità.
All’improvviso riaccese il motore: se ne sarebbe andata a cena da sola, magari giù aTicino, in quel ristorante carino, un po’ nascosto, fuori mano, lontano dal raggio della scuola.

Voleva festeggiare il suo atto d’indipendenza.

Fu accolta da squilli di campanelli, insistenti e fastidiosi… Ma come, sanno già che sto arrivando? Ma che è?… Ma dove?… Ah, no… la sveglia.
Su Beppa, un’altra giornata ti aspetta.

Castigat ridendo mores

Un tempo, la sera, tutta la famiglia si ritrovava a cena e si rinsaldavano così i legami familiari. Si parlava, si discuteva: i genitori potevano conoscere i figli e i figli i genitori.
Ora, durante la cena, genitori e figli mangiano con gli occhi incollati al televisore e guai a chi osa parlare… quando addirittura non mangiano in stanze separate, così ognuno può vedersi in pace il suo programma peferito (succede, credetemi).
La TV, col suo incessante martellare, condito con piacevoli musichette e  (più o meno) divertenti  spettacoli di varietà, crea nelle famiglie problemi, bisogni o, addirittura, necessità praticamente inesistenti. Così come crea dal nulla dei valori (falsi) e degli idoli (più falsi ancora).

Prendiamo per esempio la pubblicità (tanto per cambiare): guardando gli spot che quotidianamente vengono trasmessi, sembrerebbe che le giovani spose passino la maggior parte della giornata a compiacersi del candore della biancheria, dello splendore dei pavimenti, dei mobili, del pentolame e vasellame vario.

La cosiddetta “massaia” oggi non esiste più: è stata sostituita dalla dinamica e simpatica (come una legnata sui denti) “Mrs Spot”, che è felice quando il figlioletto s’insudicia la maglietta bianca, o versa il budino sul pavimento, o viene colpito da bronchite, perché così può ricorrere all’aiuto di detersivi superarcisbiancanti, di supercere, di superespettoranti capaci di rimediare ogni guaio in pochi minuti.

Questa stupenda “Mrs Spot” tiene sempre in frigo, già bell’e pronti, inscatolati o surgelati, tutte le minestre, i minestroni, i sughi, le salse, le pietanze, i legumi che fanno urlare d’entusiasmo il marito e, invece di perdere ore a rimestare la polenta o a impastare la torta, occupa assai più utilmente il suo tempo accarezzando coperte morbidissime, biancheria smagliante, i suoi luccicanti e setosi capelli, o il mento rasatissimo e aftershavato del maritino.

La pubblicità martellante impedisce la libera scelta dell’individuo. Unica scappatoia erano i cosiddetti hobbies ma, con la civiltà dei consumi, sono diventati anche questi un investimento, una speculazione, tanto che ci si ritrova a non aver più tempo libero, presi come siamo a fare quasi “per forza” quello che fanno tutti gli altri. Siamo diventati conformisti anche nell’organizzarci il tempo libero e i passatempi.

Fra le scempiaggini che leggiamo sui giornali e sentiamo alla TV, questa è la più grossa (sì, va ben… una delle più grosse… son talmente tante…!): “Non sai come occupare il tuo tempo libero? Ecco alcuni suggerimenti…”

Quale problema può rappresentare il tempo libero, se il tempo libero non esiste?
La società dei consumi, grazie ad un’organizzazione politico-pubblicitaria di terrificante potenza, ha creato bisogni e necessità fasullissimi, che cercano di rubarci ogni minuto libero…. come ne avessimo tanto!

Così, dovendo vivere una turbinosa vita che ci costringe a dedicare ogni istante libero alle macchine, ai doveri sociali, alle esigenze del credo sportivo o televisivo ecc…., quando ad un tratto sentiamo il bisogno di ritrarci in noi stessi, può capitare di trovare solo un grande vuoto o, peggio, un mucchietto di non identificati rottami.
Voglio dire che, quando cerchiamo in noi stessi qualcosa di veramente nostro, di personale, rischiamo di non trovare più niente. E alla fine c’è anche chi ricorre allo psicanalista.

Non fraintendetemi, la psicanalisi è una cosa molto seria. Il guaio è che quando uno psicanalista si trova davanti un individuo profondamente turbato perché incomincia a sospettare di non valere niente, non può dirgli: “Te la sei cercata!”, ma deve convincerlo che che i suoi problemi sono causati da complicatissimi conflitti interiori. E la società dei consumi, che ha sostituito il mondo dei valori e degli ideali con il mondo della materia, tende a mettere al bando chi non si comporta come si comporta la massa, bollandolo come “anormale”.

Purtroppo i Paesi del benessere (presunto) sono nelle mani di un ristretto gruppo di astuti furbastri i quali, osannando oggi i giovani e vituperando i vecchi, e facendo l’inverso l’indomani, riescono a fregare vecchi e giovani. E a spremere come limoni le donne. Perché la donna ha conquistato il diritto di sgobbare come un uomo (e anche di più) e di spendere fino all’ultimo soldo per comprare ciò che impone la pubblicità della TV.

In questi giorni, trascorrendo più tempo con mia suocera, la sento raccontare spesso dei tempi andati (un modo per sentire ancora vicino suo marito) e racconta…. Racconta di come si metteva al mondo un figlio senza aver bisogno di cliniche, ecografie e anestesie (sì, però adesso c’è più sicurezza, meno dolore…); nutrire i figli era uno scherzo: latte lì, già bell’e pronto e già alla temperatura giusta (eh, ma pensa anche a chi ha problemi e non può allattare…); poi, la solita palla di farina bollita nell’acqua, quindi grattugiata e messa a cuocere nel pentolino con un po’ di latte e zucchero (ma sai… oggi le donne lavorano, hanno meno tempo…); per aiutare la dentizione bastava una crosta di pane o di formaggio, o l’osso della coscia di un cappone (sì sì…. ma si fa ancora anche oggi…); per vestire i figli bastavano i fondi di guardaroba (eh… ma oggi non li puoi più mandare in giro come dei trovatelli…).

Un po’ ha ragione. Non voglio dire che si stava meglio quando si stava peggio, assolutamente no. Però adesso, una povera madre, per nutrire il figlio deve comprare centinaia di barattoli, vasetti e flaconi di alimenti studiati scientificamente, fruttini, formaggini, biscottini, spuntini, merendini…. E per vestirlo deve comprare indumenti che costano un occhio della testa…

Poveri bambini rimpinzati come polli d’allevamento, vestiti come ometti a due anni, con l’orologio al polso, il cellulare nel taschino e il videogioco come compagnia….

Mah… come al solito mi son persa nelle mie sbrodolature…. son partita da Roma per andare a Milano e per fare poi ritorno a Roma… abbiate pazienza: è l’età che avanza.

P.S.: Ringrazio TUTTI  per i commenti al post di ieri, ai quali non riesco a rispondere per mancanza di tempo.

Purtroppo ieri è stata una giornataccia, e per completare l’opera ieri sera sono anche stata male. Niente di serio, un leggero malessere probabilmente dovuto alla stanchezza che oggi in giornata si è dileguato del tutto.

Ho letto tutte le Vostre parole, e ho visto che, più o meno, siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda… sì, quella della disillusione, dello sconforto, e della, ahimè, rassegnazione.
Qualche tentativo di ribellione c’è, ma è quasi come se sapessimo che, girala come vuoi, difficilmente le cose potranno cambiare.

Poveri noi……

La vita

(dedicato a Mimì, che non ha avuto la fortuna di aver accanto qualcuno che le facesse capire quanto è bella la vita)

 

La vita è un’immensa scoperta,
dove tutti impariamo.

La vita è un insieme di persone,
dove tutti sono chiamati
a fare la loro parte.

La vita siamo noi,
che, nel profondo,
siamo capaci di amare.

(F. B.)

Quella che avete appena letto, è una poesia scritta da un’alunna che frequenta la classe IV  nella scuola primaria del piccolo paese in cui lavoro.

Forse ci sono ancora buone speranze.
Forse non tutto è da buttare.

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti…
…sarà che un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi…
…sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte…
…sarà che dentro al mio cuore c’è scritto: vietato passare…

Buona vita a tutti.
Giusy

Grazie!

Grazie per l’affetto e per la vicinanza.

Sembra niente, è tantissimo.

Il sapere di non essere soli aiuta.

Sono stati giorni bui, quasi non ci siamo resi conto del tempo che passava.
Da sabato mattina a ieri pomeriggio, dopo le esequie, è stato un po’ come vivere in una bolla.

Ci siamo trasferiti momentaneamente al paesello, per stare vicini a mia suocera: una settimana al di fuori delle nostre vite.
È stato come staccare la spina dalle solite abitudini, dalla routine.
Quello che fino al giorno prima sembrava prioritario è improvvisamente passato in secondo piano, o anche più giù.

Ora, pian piano, cercheremo di ritrovare i soliti ritmi.
La vita continua, si dice, ed è vero.

Da domani prometto che “Il Caffè della Peppina” tornerà operativo.
Ho bisogno anch’io di ritrovare il mio angolo di serenità.
Questo non vuol dire scordare, vuol dire andare avanti.

Così, con qualche impegno in più sulle spalle, con qualche pensiero e qualche affanno in più, e soprattutto con un po’ di tempo in meno, farò di tutto per non rinunciare al piacere di stare con voi, di leggervi, di condividere.

La mente umana ha i suoi meccanismi di autodifesa dai sovraccarichi di emozione, è bene anche tornare a guardare avanti con la giusta prospettiva.

Spero non vi sembri cinico da parte mia, ma preferisco chiudere il capitolo del dolore pubblico e lasciarlo alla sfera privata.
Da domani Azalea Rossa sarà ancora la rompina che conoscete tanto bene.

Ne ho bisogno.

Ancora un grazie a tutti dal profondo del cuore.

Giusy

P.S.: spero di essere passata da tutti a ringraziare…. nel caso mi sia dimenticata di qualcuno, credetemi se vi dico che non è stato intenzionale.
Sono momenti così.
Nei prossimi giorni ripasserò anche a leggere tutto quello che di bello avete scritto in questi giorni… datemi solo un pochino di tempo, e prometto che mi rimetterò in pari.
Ciao.

Lutto

Ringrazio tutti per gli auguri e mi scuso per non essere passata a ricambiare.
Sabato mattina alle 5.30 è mancato mio suocero, quindi per noi sono giorni tristi.
Grazie comunque a tutti per i vostri pensieri, vi auguro tanto bene.
A presto
Giusy

L’Italia dei furbi

Da anni leggiamo che vengono stanati superevasori che non pagavano un euro (ma neanche una lira, se è per questo).
La repressione si annuncia apocalittica: multe di un ordine di  grandezza stellare, milioni di milioni…. forse si risana il bilancio dello Stato.
Poi capita di vedere in tv o sui giornali questi personaggi che sfrecciano su berline lunghe sei metri (come prima), o in partenza per qualche località esotica (come prima), o in qualche ristorante o locale di lusso in compagnia di amici (come prima).
Nel frattempo i loro avvocati eccepiscono, si oppongono, ricorrono.
In attesa di condoni, amnistie, prescrizioni.

Quando scoppia qualche scandalo legato alle frodi alimentari pensiamo: ecco, adesso la pagheranno, e gli altri staranno più attenti, righeranno dritto.
Ho trovato per caso il resoconto dello scandalo del vino al metanolo, non so se vi ricordate.
Allora fece molto scalpore: ci ritrovammo prima storditi dalle allucinanti proporzioni che assumeva questo fatto giorno dopo giorno, e poi rincuorati dalla furia tremenda dello Stato offeso.
L’escalation delle imputazioni era impressionante: prima omicidio, poi omicidio plurimo, poi strage. Strano non si sia arrivati al genocidio.
Eppure quando uno dei responsabili veniva intervistato in tv, appariva calmo, quasi fiducioso, nonostante avesse una solida consuetudine con le manette: tutti gli anni, invece di andare alle Mauritius, andava in galera.
Poi usciva e tornava a macinare soldi.
Riassumo brevemente:

1966: si smaschera il vino del commendator Bruno Ferrari (briscola, che vino, diceva il carosello). Contiene cosucce di questo genere: acido cloridrico, ferrocianuro, datteri putrefatti, banane marce, ecc…
Anche allora vi furono avvelenamenti, anche allora fu avvelenata l’immagine dell’Italia all’estero.

1967: la procura indaga su 320 persone e ne incrimina la metà per associazione a delinquere, frode alimentare, ecc…..

1969: comincia il processo che viene subito rinviato per un supplemento d’istruttoria.

1972: i rinvii a giudizio sono saliti a 493. Si ricomincia il processo? No. Il tribunale di Ascoli denuncia mancanza di personale, bisogna aspettare che arrivino i rinforzi.

1978: un’amnistia riduce il numero degli imputati a 150.

1980: dopo otto anni dalla richiesta arrivano i rinforzi al tribunale di Ascoli e viene fissata la prima udienza, ma un avvocato eccepisce che il decreto di citazione è sbagliato. Bisogna riscriverlo.

1986: stanno probabilmente ancora riscrivendo il decreto quando qualcuno in Parlamento,  forse con la passione per l’archeologia, scopre per caso che esisteva un caso Ferrari, scoppiato vent’anni prima.
Presenta un’interrogazione, ma il ministro di Grazia e Giustizia risponde impeccabile: “Ulteriori vicende del Tribunale, oberato dalla celebrazione di lunghi e complessi procedimenti, non hanno consentito di rifissare il processo Ferrari”.

Omicidio, strage, genocidio.
Vai tranquillo: Stato che abbaia, non morde.

(ps: l’articolo da cui ho preso i dati è del giornalista e scrittore Luca Goldoni)

2010: vi sembra sia cambiato qualcosa?
No, non rispondetemi: potreste dirmi che sì, qualcosa è cambiato.
In peggio.

La superbia punita

 

Un po’ di fuoco, in mezzo alla cenere tiepida, continuava a bruciare il tizzone. Apparve la massaia che doveva accendere il fuoco per preparare la cena.
Mise nel focolare la legna, accostò al tizzone, già quasi spento, un fiammifero, ne resuscitò una piccola fiamma, e facendola ardere tra i pezzi di legna li accese.
Mise il paiolo sul fuoco e se ne andò.
Il fuoco, rallegratosi di avere sopra di sé della legna secca, cominciò a salire. Quando si vide cresciuto ben più in alto della legna, il fuoco cominciò a gonfiarsi di superbia, a sbuffare, a riempire di scoppi, sprizzi e scintille il focolare.
Le fiamme salirono a colpire il paiolo appeso lì sopra.
- Come osi stare più in alto di me, che sono il re degli elementi? – disse il fuoco all’acqua.
- Scenderò, scenderò per farti onore – rispose, ubbidiente, l’acqua del paiolo.
Rapidamente bollì, traboccò, bagnò la legna, spense il fuoco.
(Leonardo Da Vinci)

Dedicato a tutti i boriosi, i superbi, a chi si crede una spanna sopra gli altri, a chi disprezza il prossimo, a chi mangia pane e super-ego, a chi “conta solo quello che penso io”, a chi il rispetto non sa nemmeno dove abiti, a chi “lei non sa chi sono io”,…………. insomma, a quelli come questo qui:

Sto compiendo un’importante ricerca sulla fenomenologia dei blog che sarà presto pubblicata su una prestigiosa rivista e forse, doverosamente ampliata, anche sotto forma di libro, naturalmente a mia nobile firma. Sono in possesso di due lauree, sociologia e lettere entrambe conseguite con il massimo dei voti, e dall’alto della mia vasta cultura, del mio grande spessore intellettuale, del mio rigore morale e del mio acume, sono pervenuto ad alcune inequivocabili conclusioni. Il mondo dei blog, tranne qualche rara eccezione, si basa sull’ignoranza di chi scrive e di chi legge, sulla pornografia diffusa e su laidi comportamenti ampiamente testimoniati dai contatori di comprovanza delle visite. In linea generale gli scritti sono di pessima qualità, la morale risulta inesistente, trionfano edonismo e volgarità. Essi rappresentano il degrado morale e spirituale, la pornografia dell’anima e del corpo, l’ignoranza delle menti traviate da insani impulsi sessuali. Un’analisi seria del fenomeno dei blog porta a un incontrovertibile dato: essi si basano in gran parte su interscambi di commenti che rispondono a una sola logica, quella di ricevere un commento in cambio. Tranne qualche rarissima eccezione, i racconti o le poesie che ho avuto modo di visionare sono scritti male, spesso banali, a volte volgari, in qualche caso assolutamente insignificanti. I commenti che accompagnano queste “prodezze letterarie” in linea di massima sono improntati all’elogio incondizionato. Il depositario dell’elogio a sua volta poi lo restituisce. Nel cinquanta per cento dei casi, i post non vengono letti. Ho adottato una tattica estrema, quella della critica aspra, veritiera anche se espressa con modalità molto dure. Il mio scopo, perfettamente raggiunto, era di suscitare una reazione, a fronte di un tipo di intervento inusuale che il blogger percepiva come un insulto di lesa maestà. Il blogger in questione rifiutava a priori un contributo che sarebbe stato invece utile per una crescita culturale e metodologica. Io sono l’unico, insigne, dottor Speroni. Il mio nick è dottSperoni.

mi sembra un po’ povero questo dottor dei miei stivali…
non sa neppure scrivere un commento diverso a seconda del blog che visita:
questo è un copia-incolla di quello lasciato da Anneheche.
A che servono due lauree se poi tutto quello che sai fare è copincollare?
Non solo… mi domando:
ma con due lauree col massimo dei voti, non ha altro di meglio da fare che girare per blog?
Serviti a molto i suoi studi, vedo…
Ci giro anch’io e ho solo il diploma di maestra elementare…
e non copio neppure un commento!!!!
Non so come si faccia a bloccare…. non l’ho mai fatto… ma tanto io conto zero…
Che ci viene a fare qui?
Non scrivo né racconti né poesie…. che critica… i miei ricordi di bambina?
Non è un cadere troppo in basso per le sue due lauree?
O forse s’è sbagliato a scrivere e ha due Laure….


Azalea un po’ stupita… ma non stupida.
 

Ciao ciao!