La ruota della vita

La Ruota gira inesorabilmente, dall’Oscurità alla Luce e dalla Luce all’Oscurità. Le giornate si accorciano e i venti gentili si trasformano in gelide burrasche. Il sole è debole e pallido, mentre la notte è forte, imperante. Il Dio è morto e quindi, in questo periodo, la Dea piange la perdita del suo consorte. Gli esseri umani si sentono soli, persi nel grande cosmo oscurato da una fitta nebbia, dove il caos è fecondo. Il velo che separa il nostro mondo dall’Altro è sottile e rado in alcuni punti, e consente l’ingresso nelle nostre vite delle cose che temiamo di più, rendendo le notti più lunghe e stregate.

 Mentre scorgiamo la nascita di un nuovo anno, cerchiamo rifugio dalla fredda notte crudele e dalle creature feroci che si nascondono nelle ombre gelide. E’ un tempo di introspezione, di solitudine; il periodo in cui si ricorda coloro che abbiamo perduto e si contempla la nuova direzione che prenderà l’anno a venire. Quando brucia il fuoco del Samhain, ci gettiamo dentro tutti i nostri fallimenti, le nostre paure e le nostre colpe, cancellandole dalla nostra vita, mentre il fuoco dirada le tenebre, relegando le ombre lontano, dove non possono più nuocerci.

 Questo è il terzo raccolto, quello finale, il raccolto che viene dall’anima, quando raccogliamo quello che abbiamo seminato. Sperando che sia stato un buon anno e che abbiamo raccolto a sufficienza, in modo da passare indenni attraverso la lunga, fredda notte. Conserviamo le risate e l’amore per trarne calore, tenendo lontana la paura con la luce dell’amicizia e della famiglia. Se il raccolto è stato magro, siamo soli, in attesa dell’arrivo della luce, sperando che il raccolto seguente sia più abbondante.

 Il periodo di tempo tra Samhain e Yule (parola scozzese per il Natale) è il tempo di Crone, Dagda  e Morrigu: potenti, oscuri e saggi… e allo stesso tempo solenni ed affascinanti. Il ciclo resta fedele alle leggi della natura: tutto quello che vive dovrà morire. Anche se alcuni fili sembrano più lunghi di altri, alla fine noi tutti faremo parte dell’Eternità. E quando l’oscurità sembra all’apice della potenza, la dea si sveglia a nuova vita a Yule, con la rinascita del nuovo Sole, il Dio della luce e del calore. La luce diventa più forte col trascorrere dei giorni e presto ci riscalderà di nuovo con la Sua presenza. La Speranza nasce di nuovo, mentre la vita nasce dalla morte, al nuovo giro della Ruota. La Ruota torna verso la Luce, da Yule a Imbolc (2 febbraio, festa dell’allattamento, punto centrale della metà oscura dell’anno) a Beltane, attraverso il Solstizio d’Estate e di nuovo verso il tempo del raccolto.

Seguendo la Ruota possiamo vedere che dall’Oscurità nasce la Luce, in un’eterna spirale di nascita, morte e rinascita.

(da “halloweenight.it”)

Felice weekend a tutti, che sia stregato o fatato, di rinascita o di conferma, l’importante è che porti tanta serenità nei vostri cuori.

Agosto addio

Esodo e controesodo. Grande novità d’agosto.

Come si diceva qualche tempo fa, i giornali e la TV potrebbero anche evitare di raccontare tutti gli anni, nei fine settimana d’agosto, quante auto circolano su strade, autostrade e tratturi di montagna; quanta gente staziona negli aeroporti in attesa di voli che non si sa se partiranno; che bivacca nelle stazioni ferroviarie aspettando treni che in questo periodo hanno l’aspetto (e l’odore) di scatole di sardine sott’olio; che si accampa sulle banchine dei porti scrutando il mare per sapere se la nave arriverà oppure no o se partirà oppure no.

Oramai ci siamo abituati, fa parte di quel bagaglio d’informazioni che, a pari merito col caldo d’estate e il freddo d’inverno, la corsa ai saldi e ai regali di Natale, non manca ogni anno di allietare le nostre serate casalinghe attorno alla tavola, tra una carbonara d’inverno e una caprese d’estate.

Col mese d’agosto se ne vanno anche tutte le considerazioni filosofiche che ci hanno sfiorato quando, buttando l’occhio sul conto della pizzeria Marechiaro o del ristorante Da Nino pesce sempre fresco, e facendo quattro calcoli sui tovagliolini di carta, ci siamo resi conto che questi signori guadagnano in 3-4 mesi quello che che a noi costa la fatica di un anno intero. Per un attimo abbiamo anche pensato: perché no, perché non possiamo farlo anche noi? Poi, una volta riposta la carta magica nella sua plastichina, così non rischia di smagnetizzarsi e di lasciarci così nelle teppe per il resto della vacanza, non ci pensiamo più. Paghiamo il dovuto e anche il non dovuto e torniamo all’albergo che chiede al giorno il triplo della quota della bassa stagione, e anche qui ci domandiamo: ma perché? In fin dei conti il servizio che offre è identico, lo sappiamo per certo perché abbiamo fatto anche la prova! Ma anche questo pensiero passa e se ne va.

Quello che invece non riesce proprio ad andare giù, o, se ci va, non lo digeriamo e ci rimane sullo stomaco almeno fino a Natale, è il fatto dei lettini a castello. No, non sto parlando dei lettini dell’albergo: lì, per quanto sia piccola la camera, riescono sempre a farci stare un matrimoniale e all’occorrenza anche uno o due lettini per la prole (non parliamo poi del bagno: anche i puffi avrebbero problemi a muoversi in quei cubicoli!), ma dei lettini della spiaggia, quelli che “2 lettini e 1 ombrellone” costano come una Ferrari ed occupano il posto di una Smart.

Sarà che negli ultimi anni mi ero abituata allo spazio di Lignano Pineta, sarà che più passano gli anni più divento intollerante, sarà che se penso di andare al mare le due settimane centrali di agosto e pretendo di avere lo spazio per girarmi senza urtare nulla e nessuno sono una deficiente, fatto sta che ho avuto crisi di claustrofobia: file e file di lettini e ombrelloni talmente vicini da sembrare uno sull’altro, più che uno accanto all’altro. Da lì la denominazione di “lettini a castello”. Se poi ti ritrovi accanto una famiglia di 5 persone (con 3 figli dai 13 ai 17 anni) rumorosa, caciarona e invadente, con pure parenti al seguito due file più in là, ma che stanno sempre qua, perchè altrimenti che ci siamo andati a fare in ferie insieme se poi dobbiamo star lontani… beh, capirete il perché non vedevo l’ora di tornare a casa!

Capisco che sia il periodo sbagliato, ma che i gestori della spiaggia vogliano guadagnare il più possibile mettendo file di ombrelloni non solo uno sull’altro, ma anche nei corridoi di passaggio, obbligando così i bagnanti a perdersi nel labirinto di Arianna per raggiungere il mare o, peggio ancora, per ritornare alla propria “cella” dopo l’ora d’aria (e infatti sapeste quanti bambini si sono persi in quel mare arancione tutto uguale!), mi sembra un tantino eccessivo. Ogni 2 x 3 vedevi qualcuno vagare con lo sguardo smarrito, con gli occhi che scrutavano l’imperscrutabile per riuscire a cogliere un lembo di telo-mare amico, una maglietta svolazzante nota, una borsa da spiaggia conosciuta come fossero boe in mezzo al mare, un mare di teli, di magliette, di borse tutte uguali.

L’anno prossimo ricordatemi quel che ho scritto oggi, quando sognerò il mare ad agosto, ve ne sarò eternamente grata.

S.O.S Scioglilingua

Sto raccogliendo un po’ di indovinelli, scioglilingua, tiritere, ninnenanne…

Al di là dei soliti 3 o 4 scioglilingua più famosi, non riesco a trovarne altri, un po’ più originali.

Ne conoscete qualcuno? Mi date una mano?
(vale anche per il resto: se sapete qualche indovinello o ninnananna diversi dai soliti che si trovano in rete, ben venga!)

Aggiornamento delle 13.00: intendevo in italiano! Grazie per il barese, il cararino, il cremasco e l’umbro, ma…..

Grazie!

Intanto io sto lavorando per voi: sto preparando un post di quelli che preferite, quelli della memoria. In arrivo sui vostri schermi al più presto.

Baci baci

Tirawa

(il mito degli indiani Pani)

Dopo che Tirawa (Iddio Creatore) ebbe creato il Sole, la Luna, le stelle, il cielo , la Terra e tutte le cose sulla Terra, parlò, e al suono della sua voce apparve sulla terra una donna.

Tirawa parlò agli dèi del cielo e chiese loro cosa doveva fare perché la donna fosse felice e avesse dei figli. La Luna parlò e disse:

“Tutte le cose che hai fatto le hai fatte a coppie, come il cielo e la Terra, il Sole e la Luna. Dà alla donna un compagno, sì che possano i due vivere insieme e aiutarsi a vicenda”.

Tirawa fece un uomo e lo mandò alla donna; poi disse:

“Ora parlerò a tutti e due. Io vi do la Terra, e voi la chiamerete ‘madre’; il cielo lo chiamerete ‘padre’. Chiamerete ‘madre’ anche la Luna, che si leva ad occidente; e chiamerete ‘padre’ il Sole che si leva ad oriente.

Col tempo tu, donna, sarai conosciuta come ‘madre’ e l’uomo sarà conosciuto come ‘padre’. Io vi do il Sole perché vi dia la luce. Ed anche la Luna vi darà luce. La Terra io vi do, e voi la chiamerete ‘madre’, perché dà i natali a tutte le cose.

Del legname che crescerà sulla terra vi servirete in molte maniere. Alcuni alberi porteranno dei frutti. Arbusti cresceranno dalla terra e porteranno delle bacche.

Tutte queste cose io vi do, e voi le mangerete.”

(da “Miti e leggende”)

E così c’è anche un racconto che mette la donna all’inizio di tutto… ma guarda un po’…. buono a sapersi!
Bello però…

Neonati a perdere

La mia collega si lamenta: “Quella disgraziata di mia figlia! Sta facendo la dieta per perdere i chili acquistati in gravidanza, ma sta esagerando…! Va avanti a tè… può stare in piedi solo col tè? E questo è niente! Il fatto è che deve allattare… come può il suo latte fornire al bambino tutto le sostanze di cui ha bisogno? Per forza piange sempre… ha fame!”

“Beh, le rispondo, dille che il suo diritto a rientrare nei jeans pre-parto equivale a quello di suo figlio di avere un pasto sostanzioso. Dimagrisca finché vuole, ma abdicando alla funzione di nutrice, visto che abbiamo omogeneizzati e pappine e che da noi nessuno vede le donne come esseri nati solo per allattare!”

Ora, non voglio certo rivalutare i tempi in cui le giovani mamme si gonfiavano di birra e di tutto ciò che “faceva latte” e si disperavano se, alla pesata di controllo, il bambino non aveva preso i classici due etti in più! Il periodo dell’allattamento allora era una specie di limbo, in cui le donne galleggiavano pallide e disfatte, coi reggiseni imbottiti di pezzuole per tamponare la “montata lattea”.

Il fatto è che si va da un’estremità all’altra (come sempre, come in tutto).

Ricordo, per esempio, che quando ero bambina e c’era qualche festa di battesimo, mamma e neonato dopo la cerimonia si ritiravano in casa (dove peraltro erano rimasti dalla nascita: guai ad uscire di casa prima del battesimo!) e a gozzovigliare attorno alla tavola imbandita si ritrovavano il padre, i nonni e i parenti stretti.

Oggi si va al ristorante, pupo compreso. Ho visto certi banchetti di battesimo che sembravano matrimoni, con orchestrina e ballo liscio fino a tarda sera, e quel povero pupattolo passato di mano in mano come un cicciobello, toccato e sbaciucchiato da tutti gli invitati dagli occhi lucidi, non si sa se per la gioia e la commozione o per i numerosi brindisi.

Poi c’è anche chi fa le cose semplici: genitori, nonni, padrino e madrina e familiari più stretti; cerimonia sobria, banchetto tanto per stare insieme una mezza giornata senza trasformare la propria casa in un albergo. Come sempre, il giusto sta in mezzo.

Ricordo anche che i neonati non potevano essere toccati o sbaciucchiati, nemmeno le manine (mia sorella non mi lasciava dare un bacino a mia nipote o a portarmi la sua manina vicino alla bocca): no no, non si fa… poi mette le mani in bocca e si mangia tutti i bacilli e i germi che hai addosso… e lui è indifeso, non ha gli anticorpi, rischia di beccarsi qualche malattia!

E quando si usciva di casa? Ah, era una cerimonia complessa: per prima usciva la nonna ( o la zia) ad “assaggiare l’aria”, se questa superava l’esame allora il bebè, con cuffietta regolamentare e copertina di pizzo, veniva scarrozzato per le vie del paese, lontano da rumori e gas di scarico, spinto da mammina e seguito da un codazzo di parentado femminile.

Adesso i lattanti seguono le madri dal parrucchiere (giuro), dove aspettano il turno tra una spruzzata di lacca e le esalazioni di un acido permanentifico; oppure al cinema, dove respirano un’aria che prima della fine del film si taglia col coltello;  o al mercato del venerdì, dove genitrici fameliche di capi scontati si scontrano e si tamponano con i passeggini a rotelle.

Come dicevo, da un’esagerazione all’altra.

Ci stiamo dunque avviando all’era del “neonato a perdere”, come le bottiglie di qualche tempo fa? (Ricordate? Vuoto a perdere… e io non capivo cosa volesse dire….)
Ma no, non drammatizziamo: dopo i figli tirati su con le sberle e i figli del permissivismo, forse il futuro è nelle mani di questi figli allevati come pacchi. Forse sono in cantiere delle “classi di ferro” vere e proprie: magari alle elementari si troveranno a scrivere pensieri su “cos’è mai la vita” e, quando saranno adulti, probabilmente ordineranno ai loro figli “su, da bravo, fai l’inchino alla signora”.

Non siamo forse abituati ai corsi e ricorsi storici? E a vedere che quel che sembra passato, prima o poi, ritorna?

May Day

Non voglio parlare della festa del Primo Maggio come la intendiamo noi.
Per questo c’è gente più qualificata di me e so che lo farà benissimo, ognuno secondo le proprie idee e il proprio stile.

Preferisco raccontarvi come viene festeggiato in Gran Bretagna questo giorno, il May Day, che nulla ha a che vedere con la richiesta d’aiuto lanciata da navi ed aerei in difficoltà. Certo, detto dal pilota di un bombardiere che sta precipitando o da un marinaio che sta colando a picco, il termine assume una sua drammatica efficacia. Immaginate però cosa accadrebbe a pronunciarlo in italiano, magari a bordo di un canotto sgonfio che imbarca acqua da tutte le parti: “Giorno di maggio! Giorno di maggio!…” Non si riuscirebbe ad attrarre l’attenzione del bagnino neanche continuando ad urlare per ore. Salvo poi farsi accompagnare da due nerboruti infermieri al primo posto di ricovero coatto.
Digitando “May Day” nei principali motori di ricerca, comunque, si scopre che questa invocazione era usata durante la prima guerra mondiale quando venivano colpiti i piloti inglesi che sorvolavano la Francia per bombardare le linee tedesche, o ingaggiare duelli aerei con gli squadroni guidati dal Barone Rosso. Un’altra teoria afferma che May Day somiglia all’invocazione francese “M’aidez” (Aiutatemi!) e che per questo è convenzionalmente in uso in tutto il mondo dal 1948.

Maypole dancing

In Gran Bretagna in passato nel giorno del 1° maggio le persone salutavano l’arrivo della primavera.  L’equivalente della festa di May Day dei paesi anglofoni, è Beltane o Beltaine (contrapposta alla festa di Samaine, quella di Hallowe’en, ricordate?), che nell’est europeo viene chiamata Beltine, per i pagani era Valpurga e nel nostro folklore è nota come Calendimaggio. La si festeggia nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio, data in cui gli antichi Celti celebravano il passaggio alla bella stagione. Per questa occasione veniva organizzata una festa a cui partecipava tutta la comunità e che ancora viene ripetuta oggi. Durante la festa si svolge una danza tipica, chiamata maypole dancing, spesso eseguita da bambini, che consiste nel danzare attorno a un palo (maypole) dal quale scendono dei nastri colorati. Ogni danzatore tiene in mano un nastro e con la danza si creano figure e realizzano intrecci.

 

Sfogliando un articolo di Alfredo Cattabiani,  autore del “Lunario”, si trovano altre interessanti informazioni: “Sulla notte, si diceva, vegliava la Grande Madre della fertilità che governava il destino dei viventi e dei morti. Con la cristianizzazione dell’Europa centrale, la notte del 30 aprile subì una metamorfosi, perché si raccontava che vi si dessero convegno spiriti degli inferi, streghe e stregoni che si dovevano espellere grazie all’intercessione di Santa Valpurga: una monaca inglese (710-778), diventata badessa del monastero tedesco di Heidenheim presso Eichstatt, dove fu sepolta il 1° maggio 871 nella chiesa di Santa Croce, che ha ereditato le funzioni della Grande Madre e ha dato il nome alla notte, chiamata popolarmente «la notte di Valpurga». […] Il 1° maggio, cacciate le streghe, ovvero ricacciati i morti negli inferi, si portava e si porta ancora, dove la tradizione è sopravvissuta, un albero dal bosco collocandolo in mezzo al paese: è l’Albero di Maggio.”

The May Queen

In Gran Bretagna oggi, oppure il primo lunedì di maggio, è festa, e in alcune città si tengono manifestazioni che ricordano le celebrazioni del passato per salutare l’arrivo della primavera. Si possono ammirare cortei con striscioni e carri, e si sceglie la Regina di maggio fra le bambine (o ragazze) che partecipano alla festa. La bambina (o ragazza) considerata più attraente viene scelta e incoronata con una corona di fiori.

Alle feste spesso ci sono dei danzatori vestiti con costumi tradizionali (ai quali sono attaccati dei campanellini) che ballano un tipo di danza popolare inglese chiamata morris dancing.

 

Che bello pensare a questo giorno come a una festa gialla, rossa, verde, blu…. senza dover assistere ai soliti litigi per decidere se questa è una festa gialla, rossa, verde o blu!

Buon Primo Maggio a tutti!

Caccia al tesoro (2)

SOLUZIONE

Devo dire che mi sono divertita più a leggere le vostre risposte che non a partecipare alla caccia vera e propria.

Qualcuna l’avete azzeccata, ad altre vi siete avvicinati, ma alcune parole sono rimaste “criptate”, almeno fino ad ora.

Allora, per la vostra curiosità da soddisfare, ecco qua le soluzioni:

Na cavagna ad legn————-una cesta in legno

Na fresa d’aj—————–uno spicchio d’aglio (non una treccia, né una testa, proprio uno spicchio: chi si è presentato con la testa d’aglio è dovuto uscire dalla sala della giuria, staccare lo spicchio, e rientrare)

Cudè cun la cud—————-la cote (cud – quella per affilare le lame delle falci) nel suo fodero (cudè)

Barnàs————————–la palettona che si usava per togliere la cenere dal camino o dalla stufa a legna)

Gratarena———————-grattugia

Un pari ad lurgnét————–un paio d’occhiali

Casù—————————mestolo (da pronunciarsi con la “s” dolce, come “sole”, e non ruvida, come “rosa”)

Fundàj————————-gomitolo

Crusé————————–uncinetto (stessa “s” di “sole”)

Na brancà ad fasò————-una manciata di fagioli (qui invece la “s” è quella di “rosa”)

Crispén————————-ventaglio

Basletta————————terrina bassa e piatta, una volta in legno, poi in alluminio; veniva utilizzata per “mondare” il riso, cioè togliere i chicchi guasti prima di buttarli in pentola, ma anche per sbucciare fagioli o piselli, sgranare le pannocchie di mais…………….

La € di euro serviva a dare l’idea di quel suono indefinibile, una via di mezzo tra a-e che non è riproducibile con i simboli del nostro alfabeto, un po’ come i suoni delle parole straniere… ma in fondo in fondo… cos’è un dialetto, se non una lingua straniera?

Comunque, tornando alla nostra caccia al tesoro, la squadra che ha vinto è stata velocissima: in circa 20 minuti ha trovato tutto (ha bussato alla porta di una nonna che aveva tutto: ah, i nonni… con la loro mania di non buttare via niente!!!) e poi via via tutte le altre squadre, fino all’ultima che è arrivata alle 15.30 circa.

I primi tre classificati hanno vinto una medaglia, rigorosamente oro, argento e bronzo, come si usa nelle migliori manifestazioni; poi:  ai primi classificati, 7 biglietti per le giostre ad ogni componente della squadra; 5 ai secondi; 3 ai terzi. A tutti gli altri partecipanti un biglietto omaggio come premio di consolazione.

Infine, nel cortile della scuola è stato allestito un gazebo dove veniva distribuita la merenda: panino farcito con una fetta di cioccolata bicolore, pane e marmellata, fette di torta bicolore (virulà) o sabiosa (friabile – in pratica,le merende d’una volta) e bibite fresche per tutti.

I bambini si sono divertiti molto, il tempo ci ha aiutati (che paura di dover annullare tutto il giorno prima… un tempo da lupi che ci ha fatti preoccupare parecchio!), i rappresentanti della pro-loco e del comune sembravano soddisfatti, e anche le maestre, che hanno rinunciato ad un sabato pomeriggio libero per partecipare all’evento, hanno trascorso ore piacevoli nonché insolite e in piacevole compagnia.

Fine della cronaca.

Sperando di non avervi annoiati, vi auguro un buon venerdì.
Thanks God, it’s Friday!

Caccia al tesoro (1)

Sabato scorso i bambini e i ragazzi del paese in cui lavoro hanno partecipato alla caccia al tesoro organizzata dalla Pro-loco, in occasione della festa patronale. Partenza ore 14.30, arrivo entro le ore 16.00. Fortunatamente la giornata ci ha graziati, e ha permesso che il gioco si svolgesse senza intoppi.

Fatte le squadre tramite sorteggio, squadre di 3 elementi ciascuna con bambini di elementari e media insieme, guidati da un ragazzo delle superiori o da un adulto, c’è stato il momento dell’apertura delle buste e…. sorpresa!
Quello che dovevano correre a cercare casa per casa era scritto… in DIALETTO!

Vi scrivo qui gli elementi da trovare: vediamo quanti ne conoscete oppure se riuscite ad intuire di che si tratta!

NA CAVAGN€ AD LEGN

NA FRES€ D’AJ

CUDÈ CUN LA CUD

BARNAS

GRATAREN€

UN PARI AD LURGNET

CASU’

FUNDAJ

CRUSÈ

NA BRANCA’ AD FASO’

CRISPEN

BASLETT€

Ok? Prontiiiiiiiiiii………….. Via!

Buona caccia.

Roma

21 Aprile 753 a.C.

La fondazione di Roma

La leggenda narra che Roma fu fondata nel 753 a.C. da Romolo e Remo, i figli gemelli di Marte, dio della guerra, che furono allattati da una lupa dei boschi. Ciò ci porta a considerare

Le origini indecenti di Romolo e Remo

Figli di lupa non era certo un complimento, nella Roma antica!

Oltre che il vorace mammifero, la lupa indicava la meretrice, la prostituta, la donna calda e, appunto, perennemente affamata di sesso.
L’immagine resta viva anche ai giorni nostri, con l’aggettivo allupato, ed ha avuto nobilitazione letteraria nella novella verghiana ”La lupa”.

Romolo e Remo erano dunque figli di padre ignoto (e la legittimazione divina nasconde un tentativo di nobilitazione delle origini della città).
Questo dato, lungi dal caratterizzare in negativo i fondatori, risponde ad una prassi antropologica diffusa nella storia antica: anche Ciro il Grande di Persia era figlio di Cagna (se usato come nome proprio o comune, è discusso e discutibile). Alessandro Magno sponsorizzò la notizia di essere stato generato non dai magnanimi lombi di Filippo di Macedonia, bensì da un serpente in cui si era materializzato Zeus .

Romolo e Remo erano gemelli, ossia, per la percezione dell’epoca, mostri. Il loro nome è apofonicamente identico, divergendo solo nelle vocali: Romulus et Remulus. La nuova città, Roma, dovrà il suo appellativo non tanto a Romolo, quanto ad una formula beneaugurale. Rome, in greco, infatti, significa forza. Con lettura palindroma si scioglie in Amor ( e non a caso Venere, dea dell’amore, sarà tra le più osannate dell’intero Pantheon romano).

Ma che cosa c’era fra i sette colli prima che Romolo vi fondasse una città?

La leggenda più in auge vuole che ci fosse uno spazio vuoto, molto ampio (il nome della regione stessa, Lazio, ha la propria etimologia proprio in “latus”, ampio). Plutarco, forse forzando gli eventi per accentuare la somiglianza con Teseo che fuse i piccoli villaggi attici dando vita ad Atene, ritiene invece che preesistessero a Romolo e Remo una schiera di casupole senza struttura alcuna, che vennero inglobate nella mura urbane e costituirono il primo nucleo di Roma.

Non c’è concordia fra i due fratelli, come non vi fu tra Eteocle e Polinice, altri famosi gemelli della letteratura classica. Ma, mentre entrambi i tebani scontarono lo sfavore degli dei indignati e perirono di una stessa morte, la storia di Roma è segnata da un successo e, insieme, da un omicidio. Sarà Ovidio a mettere in discussione il barbaro assassinio del gemello sconfitto: nei Fasti, nel giorno del 21 aprile, tradizionale anniversario della nascita di Roma e della morte di Remo (vittima sacrificale secondo la tradizione), egli attribuisce ad un equivoco l’intero omicidio. Secondo il poeta latino Romolo avrebbe dato al suo luogotenente, Celere,  il compito di custodire le mura, uccidendo chiunque osasse profanarle. Remo non aveva sentito l’ordine, preso com’ era nei suoi calcoli:  voleva dimostrare che, a suo avviso, bisognava innalzare ulteriormente il pomerio, per evitare infiltrazioni nemiche. Quasi a testimonianza delle sue argomentazioni passò il confine, e fu immediatamente freddato, tra lo sconcerto dei presenti e il dolore sincero di Romolo (o almeno così si racconta…).

 

Fonte: http://guide.supereva.com/)

 Buon Compleanno a Roma

 

Hot cross buns

Hot cross buns (2)
One a penny
Two a penny
Hot cross buns!

If you have no daughters
Give them to your sons
One a penny
Two a penny
Hot cross buns!

Nei paesi anglosassoni gli hot cross buns sono una sorta di panini dolci con uvetta e cannella che si consumano tradizionalmente nel periodo di Pasqua, in particolare di Venerdì Santo.
Si tratta di una ricetta antichissima, a cui nei secoli sono state attribuite una serie di proprietà magico-terapeutiche (i buns sfornati di Venerdì Santo – che secondo la leggenda non ammuffivano – appesi al soffitto della cucina venivano conservati come portafortuna fino alla Pasqua seguente, e ridotti in polvere venivano usati per curare ogni genere di malanno).

Per chi volesse cimentarsi, ecco la ricetta (da cookaround.com):

INGREDIENTI (dosi per 12 buns)

  • 180 ml latte
  • 1 bustina da 7 g di lievito di birra secco (o 21 g di lievito fresco)
  • Mezzo cucchiaio di zucchero
  • 500 g di farina
  • 50 g zucchero di canna fino
  • 1 cucchiaino di cannella in polvere
  • Un pizzico di chiodi di garofano in polvere
  • Un pizzico di noce moscata
  • Mezzo cucchiaino di sale
  • La scorza grattugiata di un limone
  • 50 g burro ammorbidito a temperatura ambiente
  • 2 uova
  • Una manciata di uva sultanina

Per lucidare i buns:

  • 1 uovo
  • Un cucchiaio di latte

Per la glassa

  • 60 g. di zucchero a velo
  • 1 cucchiaio di latte
***

Riscaldare il latte e quando è tiepido unire il lievito, il mezzo cucchiaio di zucchero e lasciar riposare per 10 minuti.

Nel frattempo in una ciotola mescolare farina, zucchero di canna, spezie sale e scorza di limone.

Trascorsi i dieci minuti aggiungere alla farina il latte lievitato. Aggiungere gradualmente le uova, lasciando incorporare bene ogni uovo all’impasto prima di aggiungere l’altro.
Infine unire il burro e lavorare bene il tutto fino ad avere un impasto liscio ed elastico.
Per ultima unire l’uva sultanina.

Mettere l’impasto in una ciotola leggermente unta, coprire con della pellicola trasparente e lasciar lievitare in luogo tiepido per 1-2 ore o fin quando l’impasto raddoppia.

Trascorso questo tempo “sgonfiare” la pasta lievitata e dividerla in 12 pezzi uguali. Riporre i buns ben distanziati su di una teglia foderata di carta forno e lasciarli lievitare ancora per 30 minuti fino al raddoppio.

Pre-riscaldare il forno a 200˚C.

Spennellare i buns con l’uovo sbattuto insieme al latte. Con un coltello leggermente imburrato incidere una croce sulla superficie di ogni bun ed infornare il tutto per circa 15-20 minuti (o fino a quando sono cotti e belli dorati).

Per la croce di glassa mescolare lo zucchero a velo col cucchiaio di latte fino ad avere una glassa consistente. Con la tasca da pasticciere disegnare una croce di glassa sul taglio di ogni bun, lasciar asciugare e servire.

Buon appetito!