Natività

Mi lascia sempre di stucco vedere un presepe senza il protagonista della scena.

“Ah no, io il bambino lo metto la notte di Natale!”, mi dicono. E sono in tanti a vederla così, proprio in tanti.

Io no.

Perché?

Semplice: la trovo una cosa assurda.

Mi spiego.

Il presepe rappresenta la natività. Lasciamo stare il fatto di credere o meno, qui la fede non c’entra. È il principio.

Dunque, dicevo: questa scena dovrebbe rappresentare la natività, e spiegatemi voi che razza di natività è senza il neonato.

Non solo: Maria e Giuseppe in adorazione davanti ad una culla vuota, l’angelo sulla capanna con lo striscione che recita “Gloria in excelsis deo”, i pastori tutti rivolti verso la scena madre con atteggiamento umile e riverente, immancabile quello che dà la voce a tutti gli altri ancora lontani “Ehi, venite! Venite a vedere!”… a vedere cosa, se il protagonista non c’è!

La scena rappresenta il momento della nascita, è il concetto che conta, il simbolismo, la ricorrenza. Raffigura la notte, “quella notte”, e non un’attesa di due o tre settimane davanti ad una culla vuota!

Tanto vale, allora, allestire il tutto la notte di Natale, visto che i due tapini sono arrivati alla grotta/capanna proprio quella notte, dopo essere stati rifiutati da tutti gli albergatori della zona! (Periodo di censimento, adesso che ci penso, proprio come oggi…)

Oppure, in alternativa, costruire un presepe in itinere, una sorta di work in progress, come faceva la mia nonna paterna. O meglio, come facevano i miei zii ancora smaritati in casa della nonna, casa nella quale ho vissuto i primi anni della mia vita.

Erano bravissimi: un anno vinsero anche il primo premio messo in palio dalla parrocchia del paesello (poca roba, eh? un libro sui presepi, mentre loro avevano sperato in un premio mangereccio… ma la soddisfazione è rimasta).

Innanzi tutto era molto grande, occupava tutta una parete; poi, la capanna la costruivano loro, con i ciocchi di legno, così come le montagne. A noi bambini toccava il compito di andare a cercare il muschio (la teppa): ricordo che ci arrampicavamo sui muri e fin sui tetti dei pollai, facendo a gara a chi trovava la pezza più grande, più verde e più soffice!

E la parte migliore era proprio vederlo cambiare di giorno in giorno: la grotta era là, vuota, o anche occupata da qualche pastore col suo gregge; i personaggi della scena si facevano i fatti loro; lontano, sulle montagne, c’era un asinello con in groppa la futura mamma, con tanto di pancione mascherato dalle pieghe del vestito, e il futuro semi-padre che teneva le briglie. A poco a poco la famigliola si avvicinava, la scena mutava, i personaggi si spostavano. Ricordo che al mattino si correva a vedere com’era cambiato il presepe durante la notte.

La sera prima i due arrivavano alla grotta e faceva la sua apparizione anche la culla.

Poi, magicamente, la mattina dopo (allora non se ne parlava neppure della messa di mezzanotte o di stare alzati fino a tardi) scoprivamo il bambinello tra i due neo-genitori, i pastori tutti rivolti verso la scena principale, le greggi raggruppate vicino alla grotta, l’angelo che svolazzava appeso a un filo col suo striscione d’esultanza e, lassù sulle montagne, al posto dell’asinello e della coppia, c’erano tre strani animali con tre personaggi nuovi, riccamente vestiti e incoronati, che poco alla volta si sarebbero avvicinati fino a giungere davanti al bambino il 6 gennaio. Così ho conosciuto i Re Magi. Così il non mettere il bambino aveva un senso.

Ma la scena tutta al gran completo, con la sola assenza del principale protagonista, scusate, ma non la digerisco proprio.

Ovvio che poi, a casa sua, ognuno fa quel che vuole.

Tradizioni natalizie

L’ALBERO DI NATALE
e altre tradizioni

La tradizione dell’albero di Natale è molto recente rispetto a quella del Presepe (realizzato per la prima volta nella notte tra il 24 e il 25 dicembre 1223, da S. Francesco e i suoi frati, tra le montagne di Greccio, vicino a Rieti).

 


Se il presepe è di origine italiana, la tradizione di piantare ed ornare un albero nel periodo di Natale risale ai popoli germanici.
Ma questa tradizione dell’albero, come la festa stessa del Natale, fonda le proprie origini in culti diffusi e molto sentiti nel passato di vari popoli.
Nella Roma pagana, già due o tre secoli prima di Cristo, dal 19 al 25 dicembre si festeggiavano i Saturnali, feste in onore del dio Saturno, dio dell’agricoltura. Era questo un periodo durante il quale si viveva in pace, ci si scambiava doni, si facevano sontuosi banchetti. Erano feste di gioia, di rinnovamento, di speranza per il futuro, tant’è che, in tale occasione, si rinnovavano anche i contratti agrari.
Lo stesso periodo che comprende il “solstizio d’inverno” (21 dicembre) veniva festeggiato anche presso i Celti, i cui sacerdoti, avendo notato che gli abeti rimanevano sempre verdi anche durante l’inverno, iniziarono a considerarli come un simbolo di lunga vita e cominciarono ad onorarli nelle feste invernali.


I Teutoni erano soliti, durante tale periodo, piantare un grosso abete ornato di ghirlande e bruciare un enorme ceppo,nel camino, per festeggiare il passaggio dall’autunno all’inverno. Il ceppo aveva un significato simbolico: si bruciava il passato e, dal modo di ardere del legno, si cercavano di cogliere i presagi su come sarebbe stato il futuro.
 


Già nel 274 d.C., l’imperatore romano Aureliano (270-285 d.C.) decise che il 25 dicembre si festeggiasse il Dio Sole e in tutto il mondo romano quel giorno divenne una gran festa, era il “dies natalis Solis Invicti”, il giorno della nascita del Sole Invincibile, il giorno in cui si festeggiava la rinascita sull’orizzonte del nuovo sole, essendo il vecchio simbolicamente morto al solstizio d’inverno (21 dic.), quando aveva raggiunto il punto più basso dell’orizzonte. Il Sole dal 22 al 24  dicembre sembra fermarsi in cielo (“solstitium” significa “sole fermo”) per riprendere subito dopo il suo cammino verso l’alto, ogni giorno di più, fino al solstizio d’estate dove invece si verifica il fenomeno inverso. In altre parole l’altezza minima del Sole sull’orizzonte a mezzogiorno del solstizio invernale (21 dicembre), il suo apparente sostare e la sua risalita sul meridiano nel cielo del 25 dicembre, lo assimila ad un dio che nasce e per questo viene festeggiato.
 


Questo fenomeno sicuramente era rimasto impresso nella mente dell’uomo fin dalle epoche preistoriche, quando la diminuzione di luce e di calore avrà sicuramente fatto temere lo spegnersi della stella che assicurava la vita sulla terra e che poi, in quasi tutte le religioni antiche, fu personificata in un dio. Da qui i festeggiamenti per il suo risorgere.
Tracce di celebrazioni legate a queste vicende astrali, alla nascita cioè dell’anno nuovo, si trovano intorno alla data del 25 dicembre anche presso le primitive religioni persiane, fenice, siriane, peruviane, messicane, indù.

 

Ritornando al Natale, se è vero che discende da antiche cerimonie dedicate al Dio Sole, non deve stupire che, nonostante siano trascorsi molti secoli, gli antichi significati siano sopravvissuti. Infatti il  fuoco è l’elemento fondamentale di numerosi rituali natalizi europei ed extraeuropei. È molto probabile che da tutte queste tradizioni del passato abbia preso origine la tradizione del ceppo natalizio, il cui fuoco bene rappresentava il sole, e dal ceppo di quercia (simbolo di forza e di solidità) che nelle case doveva bruciare per dodici giorni consecutivi (fino alla nostra Epifania, quando le giornate iniziano lentamente ad allungarsi) si prendevano gli auspici su come sarebbe stato l’anno successivo in base alla maniera di come bruciava. 


Nel 337 d.C., Papa Giulio I scelse il 25 dicembre come giorno della nascita di Gesù, proprio perché era già un giorno di grande festa. Consueto per il Cristianesimo trasferire a sé date religiose particolarmente sentite, modificando la simbologia per cui, in questo caso, la “nascita del sole” divenne la “nascita di Cristo”, mentre la “luce solare” simboleggiò la “luce divina del Figlio di Dio”. In realtà la data della nascita di Cristo è sconosciuta. Non se ne conosce esattamente l’anno, anche se sulla base di avvenimenti storicamente accertati (censimento indetto dall’imperatore Augusto nel 7 a.C., morte del Re Erode che si attesta nel 4 a.C.) si ipotizza che possa essere avvenuta in un lasso di tempo che va dal 4 a.C. al 7 a.C. Ovviamente tanto meno si conosce il giorno e il mese della nascita di Gesù.
 


Questa sovrapposizione operata dal Cristianesimo sulle tradizioni popolari preesistenti non riguardò solo il Natale, ma anche altre ricorrenze pagane. Per esempio: la festa di San Giorgio ha preso il posto della festa della Dea Pales; i festeggiamenti di San Giovanni Battista hanno sostituito la festa dell’acqua; la festività dell’Assunzione della Vergine ha preso il posto delle celebrazioni di Diana; Samhain (Halloween) è diventata la festa di Tutti i Santi e via di seguito. Anche al giorno del riposo settimanale (festa di stato, introdotta da Costantino nel 321 d.C.) che si chiamava “giorno del sole” (dies solis) fu cambiato il nome in Domenica= giorno del Signore. Ma nei paesi anglosassoni rimase il nome iniziale, derivato dal latino: in inglese infatti ancora oggi si dice Sun-day e in tedesco Son-tag… giorno del sole, appunto!
 


L’origine dell’abete come simbolo natalizio ci è narrata da molte antiche storie: la più importante e quella del miracolo compiuto dal San Bonifacio, nato in Inghilterra nel 675 e morto martire in Germania nel 754; egli, missionario nei dintorni di Geismar, nella Germania settentrionale, notò alcuni pagani che adoravano una quercia per preparare il sacrificio del piccolo principe Asulf al dio Thor. San Bonifacio li fermò ed abbatté la quercia. Appena la quercia cadde, apparve un abete: San Bonifacio spiegò allora al popolo che l’Abete, sempreverde, era l’albero della vita e che rappresentava Cristo.
 


Un’altra leggenda racconta di un uomo che in Alsazia, rientrando a casa la notte di Natale, vide il meraviglioso spettacolo delle stelle che brillavano attraverso i rami di un abete. Per spiegare alla moglie ciò che aveva visto tagliò allora un piccolo abete e lo ornò di candeline accese. Nacque cosi il primo albero di Natale.
 


Si ha notizia di documenti che in Alsazia, nel 1521, autorizzano i cittadini a tagliare il loro albero di Natale, mentre una cronaca di Strasburgo del 1605 precisa che per Natale si portano in casa degli abeti, si mettono nelle stanze, si ornano con rose di carta di vari colori, mele, zucchero e oggetti dorati.
Da allora la tradizione dell’albero si estese presso molti altri popoli del nord Europa e cominciò ad accompagnare la ricorrenza natalizia.

Johann Wolfgang Goethe
(1749-1832), pur non essendo propriamente di fede cattolica o protestante, amava moltissimo questa usanza e grazie a lui l’albero si impose a Weimar che era un importantissimo centro culturale dell’epoca. Nella sua famosa opera “I dolori del giovane Werther” (1774) l’albero di Natale compare per la prima volta anche nella grande letteratura.
 

Si sa che nel 1840 la principessa Elenadi Germania, sposa del duca d’Orleans, preparò il suo albero di Natale alle Tuileries di Parigi, suscitando lo stupore della corte. 

I primi addobbi di cui si ha notizia erano mele colorate ed ostie, con evidente significato religioso. Poi comparvero lumi, immagini,  rose di carta, ghirlande di fiori secchi. Alle ghirlande si unirono nastri e frutti colorati, poi le candeline, fino a quando, verso la metà del 1800, alcuni fabbricanti svizzeri e tedeschi cominciarono a preparare leggeri e variopinti oggetti di vetro soffiato che diventarono di moda e costituirono l’ornamento tradizionale dell’albero natalizio. Infatti nel 1848 apparve il primo ornamento in vetro, in Germania: si trattava di un “kugel“, una larga palla cava all’interno, con dimensioni che variavano dai tre ai venti centimetri; le più piccole venivano utilizzate per decorare l’albero e divennero l’ornamento tradizionale dell’albero natalizio. 


Nel 1841, con l’arrivo alla corte inglese del Principe Alberto di Sassonia, marito di origine tedesca della Regina Vittoria, l’usanza di addobbare un abete di Natale si diffuse rapidamente in Inghilterra e poi in tutto il mondo. La Regina Vittoria(1819-1901) infatti, fece addirittura pubblicare un’ immagine del suo Albero di Natale su “Godey’s Lady’s Book”, una celebre rivista dell’epoca.
Verso la fine del 1800 questa moda dilagava in tutte le corti europee tra le famiglie della nobiltà. Anche la Regina Margherita (1851-1926), moglie del Re d’Italia Umberto I°, ne fece allestire uno, in un salone del Quirinale, dove la famiglia reale abitava. La novità piacque moltissimo e l’albero divenne di casa tra le famiglie aristocratiche italiane.


Nel nostro secolo assistiamo a una diffusione massiccia e capillare di questa usanza.
Molte tradizioni natalizie oggi appaiono un po’ indebolite, come la recitazione di poesie natalizie da parte dei bambini, il cantare insieme le canzoni di natale, le letterine che i bambini erano soliti inviare a Babbo Natale o Gesù Bambino elencando i regali desiderati, la preparazione in famiglia dei dolci tipici di Natale, etc.  Ma l’albero ha resistito, anzi, ha rafforzato la sua posizione, sembra proprio che sia lui il vero simbolo di Natale. E l’albero stesso molte volte non è più l’abete di un tempo, ma un sostituto di plastica o di altri materiali, riutilizzabili. Le candele di cera sono diventate fantasmagoriche luci elettriche.
 


Nelle case della maggior parte del popolo italiano l’albero di Natale è arrivato da pochi decenni. La sua diffusione massiccia si è avuta appena dopo la seconda guerra mondiale ed è dovuta alla presenza dei soldati americani, nell’immediato secondo dopoguerra. Negli USA infatti l’usanza dell’albero di Natale, poiché era nata tra i protestanti, era già molto diffusa.

Tradizione vuole che l’albero venga addobbato l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, e che così rimanga fino al 6 gennaio, giorno dell’Epifania, quando, dopo essere stato spogliato di tutti i suoi addobbi, verrà riposto con cura in soffitta o in cantina fino all’anno successivo.
 

(informazioni e notizie tratte da: www.eugubininelmondo.it)
Buon albero a tutti!

Giusy