
Accendi questa notte di cristalli liquidi,
il cielo è un crocevia di mille brividi,
di satelliti che tracciano segnali nitidi,
che seguono la via di mondi ripidi.
Chissà se queste macchine che parlano per noi
ci riavvicinano o ci allontanano,
quando sembra di sfiorarsi e invece in mezzo restano
dei ponti levatoi, che non si abbassano mai.
Io non sono di qui,
io son di passaggio,
io sono in mezzo al mio viaggio,
sono io che ti invio un messaggio.
Da maggio io vengo, e vado dietro a un miraggio
di un domani che inganna da lontano,
e porta me lontano da domani,
e che mi stringe a sé
in questo tempo avvolto.
Chi c’è oltre me?
Chi c’è in ascolto?
Incontrami in questo spazio senza margine,
nel fondo del display che fa da argine
a cento secoli volati via come vertigine,
qualcuno schiacciò play e fu l’origine.
Chissà se il cosmo chiuso dentro le tre doppie vu
è verosimile o è un facsimile,
quando sembra di viaggiare, e invece resti immobile
tra i totem e i tabù dell’impossibile, ma
io che mi muovo qui,
io oltre frontiera,
io solo in zona straniera,
sono io fermo alla tastiera,
ogni sera schermo di vita vera, o chimera
di essere laggiù, là dove non mi trovo,
e non so più come trovare dove
adesso vivi tu,
che forse sei in ascolto.
Io che parlo da qui,
io passo attraverso
un blu sconosciuto e diverso.
Io non so più se vado verso
o all’inverso torno, se è un sogno o è l’universo,
che un insieme è di mille e mille soli,
e gli altri e me che siamo soli insieme.
Per questo chiamo te
da un mondo capovolto.
Chi c’è oltre me?
Chi c’è in ascolto?
Chi c’è con me?
Chi c’è, chi c’è in ascolto?
Non smettere di trasmettere.
(Claudio Baglioni)

Il giorno del black-out
Noi barricati in casa a respirare solitudini,
e ci attacchiamo a macchine come malati
terminali di malinconia.
Guardiamo negli schermi le altre vite che ci scorrono,
le persone che passano e ci lasciano fuori.
E siamo virtualmente dipendenti da correnti,
come in un videogioco trascinati dagli eventi,
come bambole passate nelle stanze dei bambini
che crescendo non le guarderanno più,
che crescendo non le abbracceranno più.
I corpi per la strada sono solo degli ostacoli
da superare in fretta per tornare presto
a casa, e non guardare indietro più.
Il mondo visto solo dentro a dei cristalli liquidi,
investiti da immagini dai vivaci colori,
sicuri di non esser stati mai così contenti,
nell’anima, nel cuore, nelle orecchie e nelle menti.
Noi, pacifici soldati, pienamente realizzati
fino a quando non ci capiremo più,
quando non ci riconosceremo più.
Poi un giorno la corrente finì, il contatto sulla rete sparì,
qualcuno si suicidò, qualcuno impazzì.
E la vita della gente cambiò, e la gente fuori casa tornò.
Si misero a parlare,
e si sentì cantare per la strada,
per strada.

(Enrico Ruggeri)

Due modi diversi di vedere il mondo “virtuale”, il mondo che è entrato così prepotentemente a far parte della nostra vita, del quotidiano, del quale non sembriamo più capaci fare a meno.

O forse, leggendole più attentamente, non sono poi così diverse queste due canzoni, mah…

Buona domenica, che siate o no davanti ai cristalli liquidi.
Giusy