Genitori e… nonni


Non si può parlare di bambini senza raccontare qualche involontaria battuta dei genitori…. famosi o meno. 

Cominciamo da quel celebre attore che una volta disse al figlio:
“Non è perché sei il figlio del più celebre attore del mondo, che puoi permetterti tutto!”
 

Altra battuta dallo spirito involontario è la seguente:
“Mamma” domanda un bambino “posso andare a vedere l’eclissi?”
“Vai pure” risponde la madre distratta “ma non avvicinarti troppo.”
 

Un altro bambino, accompagnato dal padre, visitava il museo del Louvre e, vedendo la Venere di Milo e la Vittoria di Samotracia, domandò:
“Papà, chi ha rotto quelle statue?”
“Sono stati i tedeschi, figlio mio, non lo dimenticare!”
 

Una bambina già cresciuta, una meravigliosa sedicenne, diceva una volta al padre:
“Ho incontrato un produttore che mi ha detto che sono meglio di Brigitte Bardot. Vuole lanciarmi.”
“Non voglio sentire questi discorsi!” incominciò a urlare quel padre all’antica. “Se fai del cinema, ti ammazzo!… Guai a te se disonori il mio nome!”
“Ma papà, prenderò uno pseudonimo!”
“Provati, svergognata, e vi ammazzo tutti e due!”
 

Ci sono anche molte storie di genitori distratti. La più celebre è quella di Einstein, che un giorno in tram lasciò cadere gli occhiali. Una ragazzina li raccolse e glieli consegnò.
“Grazie cara” disse il grande scienziato “sei molto gentile, come ti chiami?”
“Clara Einstein, papà.”
 

Se questa storia è vera, Clara Einstein poteva quasi dire, come Alessandro Dumas figlio:
“Mio padre è un grande bambino, che ho avuto nascendo.”
 

A quanti genitori si potrebbe applicare questa definizione!
Per fortuna, i bambini sono quasi tutti indulgenti; gli altri devono ricordare la frase di La Crique nella Guerra dei bottoni:
“E dire che quando saremo grandi, saremo stupidi come loro!”.
 

Dopo i genitori bisogna citare i nonni.
Quando studiavo a Pavia, prendevo l’autobus ogni lunedì mattina.
Un giorno un’anziana signora e la figlia cercavano di prendere l’autobus nell’ora di punta (studenti e impiegati in maggioranza). Nella ressa la figlia si mise a gridare:
“Attenti, per favore, mia madre ha ottant’anni!”
“C’è proprio bisogno di dire a tutti la mia età?” esclamò la nonnina, fulminandola con uno sguardo.
 

Perché non mettere tra le nonne quella vecchia signora degli anni Venti che, giunta a Roma, aveva preso per la prima volta nella sua vita un taxi? Come si usava allora, l’autista in mancanza delle frecce direzionali, che non erano ancora state inventate, sporgeva la mano ogni volta che doveva svoltare.
“Lei, giovanotto, pensi a guidare” gli disse la vecchina “Che se comincia a piovere l’avverto io.
 

E la saggezza del nonno della mia amica che, in vacanza in Valtellina, essendo collezionista punto dalla tarantola preistorica, raccoglieva sassi come testimonianza dei nostri lontani antenati.
I contadini lo guardavano con sospetto, ma lui li rassicurava, o almeno credeva di farlo, dicendo:
“Cerco cose che altri hanno perduto”.
Più che raccogliere selci scheggiate e punte di freccia, amava parlare delle sue ricerche. Cominciava coi vari periodi storici, arrivava ai castelli, e un’ora dopo parlava di pittura e poi della grande guerra. Approdava alla politica attuale quando ormai l’ascoltatore (o meglio, “la vittima”) si era dileguato da tempo.
Una sera tornò a casa tutto contento da una delle sue “retate”.
“Sono passato attraverso il bosco e mi sono fatto un amico, un vecchio contadino simpaticissimo che abita in una radura non lontano da qui. Abbiamo chiacchierato per tre ore: si interessa di tutto!”
“Ma nonno…. il contadino di cui parli…. è completamente sordo!”
 


Ok, un post un po’ più leggero per risollevare gli animi.
Però…. però…. però….
Se i siparietti dei genitori sono ironici e divertenti, quelli con protagonisti i nonnini sono sì buffi, ma intrecciati con una vena di tenera malinconia…
Chissà se anch’io, logorroica come sono già adesso, troverò un simpaticissimo amico sordo pronto ad ascoltarmi per tre ore filate quando arriverò a quell’età che…. non è mica necessario dire a tutti!

Il vecchio

 

“Non devi farci inquietare!” dicevano i figli a sor Luigi. “Pensiamo noi. Che bisogno hai di andarti ammazzando?”Avevano ragione, sor Luigi lo capiva; ma lui fermo non poteva starci. Abituato ad essere dall’alba fuori casa, ora, invece, prima delle otto non gli era possibile uscire, perché i figli gli si paravano davanti come se il padre fossero loro.

In quelle mattine pulite, che era un peccato lasciarle fuggire così, egli smaniava e, appena uno dei figli gli levava gli occhi di dosso, correva a prendere la zappa o le cesoie e scendeva magari in giardino: doveva farlo come un ladro, di nascosto. Ma il canto della zappa lo tradiva. Allora tutti i figli piombavano giù a gridare; lo portavano via di peso, sulle loro spalle, in processione, cantando. Gli dicevano:

“Che bisogno hai di strapazzarti la vita? Ci siamo noi.”

“Ma per me non è uno strapazzo. Io senza fare niente non ci posso stare; muoio se non mi muovo.”

Non gli rimaneva che stare zitto, e usciva.

Con qualche vecchio amico si sfogava un poco, non, Dio liberi, contro i figlioli, che erano quattro vasi di miele, ma per lagnarsi, perché uno ha pur bisogno di fare qualcosa.

“Di che ti lagni?” dicevano i vecchi, drizzandosi sulle loro schiene indolenzite.

Il vecchio, non capito né dentro né fuori casa, non sapeva come consumare il giorno: sedeva su di una pietra davanti casa; gettava mollicucce alle galline che gli giravano tra le scarpe.

 
(Tullio Consalvatico)

Periodo un po’ così…. ma passerà, prometto!
Mi sto già impegnando.
Buona giornata a tutti.

La scuola dei nonni

La scuola si trovava in una casa molto vecchia: l’aula era spaziosa, riscaldata con stufa a legna.

Appesi alla parete c’erano la cartina d’Italia, alcuni cartelloni e il ritratto del re Vittorio Emanuele, a volte insieme alla regina.

I banchi erano di legno, con il sedile attaccato; sul piano d’appoggio c’era un foro per inserire il calamaio. In un banco trovavano posto anche 4 bambini.

Le classi erano molto numerose; erano formate anche da 40 alunni. Di solito c’erano solo tre classi, più classi erano riunite in una sola aula con un’unica maestra.

Per scrivere si usava la matita, oppure una cannuccia di legno con il pennino bagnato nell’inchiostro. Solo pochi avevano le matite colorate. La cartella era di tela o di cartone, solo alcuni l’avevano di cuoio. L’astuccio era una scatoletta di legno con il coperchio scorrevole.

La maestra castigava i bambini con una bacchetta che gli stessi alunni portavano a scuola. La maestra picchiava la bacchetta sulle mani, o mandava i negligenti dietro la lavagna e li faceva mettere in ginocchio, oppure finivano nel banco degli asini in fondo all’aula. A volte lo scolaro girava per le altre classi con un foglio appeso sulla schiena, dove era scritto: <<asino>>, o con in testa un cappello a punta con attaccate due lunghe orecchie.

I nonni andavano a scuola 5 giorni alla settimana, mattino e pomeriggio, sabato compreso, perchè il giorno di riposo era il giovedì.

(Dall’intervista ai nonni)

Oggi le cose sono cambiate…. o no?

Speriamo di non tornare piano piano al tempo dei nonni. Miei.

Buon inizio a tutti: agli alunni, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado; ai docenti, di ogni ordine e grado; ai genitori, che ricordino che da domani saliranno su una bicicletta insieme agli insegnanti dei loro figli, e che quando si va in bicicletta in due occorre tenere lo stesso ritmo, perchè altrimenti, se uno pedala e l’altro frena, dalla bicicletta si cade. E a farsi male saranno soprattutto i loro figli.

Che sia quindi un anno sereno per tutti, non l’un contro l’altro armati, ma armati solo di buona volontà e tanto impegno, da parte di ognuno.

Giusy