Italiani in buona fede

 

Il salumiere parla di politica mentre affetta e spiega che il rimedio a tutti i mali italiani è molto semplice: basterebbe mozzare la mano destra ai ladri, come fanno in certe parti del mondo. Quindi, prima di pesarci il prosciutto, butta sulla bilancia 10 grammi di carta (più da imballaggio che da affettato). È sorridente, sereno, mille miglia lontano dall’idea che almeno un dito dovrebbero tagliarlo anche a lui. 

L’assessore al traffico espone con passione il suo punto di vista sui mezzi pubblici, spiegando che 50 persone su un autobus occupano 15 mq di suolo pubblico, mentre se ciascuno di essi fosse al volante della propria auto, ne occuperebbero tutti insieme 350. È follia pura, conclude. Quindi lascia la tavola rotonda, scende, sale sulla sua auto blu d’ordinanza (8 mq) e ordina all’autista dove scarrozzarlo. 

Se due amici decidono di farsi una scampagnata in collina (o forse avrei dovuto dire una scollinata?) e di fermarsi a mangiare in una trattoria, si arrabbiano nello scoprire che sono tutte strapiene, protette da una morsa di automobili. “Guardala, la crisi!” si dicono, quasi con odio. Il fatto che anche loro facciano parte dello spettacolo non li sfiora. 

Altri due amici al ristorante: hanno recitato la consueta litania contro la classe politica in generale, questa o quella non importa, son tutte uguali, capaci solo di intascare soldi per sé o per il partito. Alla fine chiedono il conto. “Faccio io”, “No, faccio io” come di consuetudine; finché uno dice all’altro: “Lascia stare, faccio intestare la fattura alla ditta, come se fosse una colazione di lavoro”. 

“Bisogna spazzare via questa congrega di onorevoli farabutti!” urla il disoccupato a Roma. Ma, come molti altri, è un disoccupato fasullo: aspetta solo che si liberi un posto alla “società aeroporti” (per dirne una) dove, si dice, non si fa niente e con un po’ di certificati medici si conserva anche il secondo lavoro. Lui non si sente un farabutto che sottrae il lavoro a un disoccupato vero. 

Il giornalista scrive il pezzo sulla diseducazione alimentare degli italiani e, mentre lui spiega che da noi dovrebbero esistere bovini con 4/4 posteriori, sua moglie dice al macellaio: “Magrissime, mi raccomando, e tenere… altrimenti poi chi lo sente mio marito!” 

Un tizio va a trovare un amico nell’azienda in cui lavora ricoprendo un incarico con mansioni direttive. “Hai letto dei milioni bruciati da deputati ed affini in telefonate a sbafo?” “Certo che ho letto!” e insieme si indignano. Quando hanno finito di recriminare, l’ospite dice di dover andare perché deve fare un’importante telefonata di lavoro. “Chiama da qui, no?” esclama l’amico premuroso “ho la linea diretta!”. “Che c’entra” dice il primo “è roba mia, privata”. “Allora esco, ti lascio solo”. “Ma non è per quello” ribatte di nuovo il primo tizio. “E allora chiama, chettefrega…. tanto va nel calderone!” 

E non vi è mai capitato, guidando in autostrada, ma anche su una statale o provinciale, di vedere un camion che corre come un dannato? E che fate? Rallentate, vi accodate, e pensate tra voi e voi (o dite a chi avete in fianco): “Guarda, va a 120! E ha il cerchietto dei 60 appiccicato al cassone… che disgraziato! In testa glielo dovrebbero appiccicare!” Scuotete la testa indignati, accelerate e filate via a 160 km/h… ma pieni di sdegno, sia ben chiaro! 

Quest’estate andremo tutti (o quasi) al mare in luglio o agosto e ognuno di noi commenterà: “Ma possibile che fra questo gregge di pecore non ci sia ancora nessuno che abbia capito che le ferie più belle si fanno in giugno o settembre? Costa meno, c’è meno gente e fa meno caldo. Tutti pecoroni sono!” 

Un giornalista straniero ha suscitato scandalo qualche anno fa perchè ha detto che tutti i nostri mali dipendono dal fatto che siamo più stupidi degli altri. Errore! Una diagnosi più precisa secondo me è che siamo più furbi, senza accorgercene. O che ci piace fare i furbi. Decidete voi.L’aspetto sconcertante di tutti questi episodi, e di mille altri di cui traboccano le cronache ogni giorno, o che riscontriamo direttamente nel quotidiano, è il mostruoso candore dei protagonisti: nessuno si accorge di far parte di quella realtà che condanna.

Dopo “Italiani brava gente” bisognerebbe girare “Italiani in buona fede”.Noi non siamo 60 milioni di abitanti. Sono 59 milioni 999.999, più uno.
Quell’uno che è ciascuno di noi quando parla degli altri.

Problemi di parcheggio

È tardi. Da un pezzo sarei dovuto essere in ufficio. Ansiosamente esploro una via dopo l’altra, in cerca di un parcheggio: qui, la sosta è permessa solo per mezz’ora, là soltanto nei giorni dispari (e oggi è il 2 novembre), là soltanto ai soci del “club”… pazienza…
Ora bisogna che almeno passi dall’ufficio ad avvertire.
Ma proprio mentre sto frenando in corrispondenza del portone, gli occhi mi cadono su di un posto libero lungo l’opposto marciapiede.
Un  miracolo.
Certo, è stata una combinazione straordinaria: proprio dirimpetto al palazzo in cui lavoro, in pieno centro!

Passa un paio d’ore, sopra il rombo ininterrotto dei veicoli mi pare di distinguere un vocio concitato che viene dalla strada. Mi affaccio alla finestra.

Oh lo sapevo: troppo facile era stato! Non mi ero accorto infatti che là dove ho lasciato la mia macchina, c’era una saracinesca, la quale è stata aperta e ora sta uscendo un camioncino. Tre uomini in tuta stanno perciò spostando di peso la mia auto. Con le sole braccia la sradicano dal comodo buco, tanto è leggera, e la spingono più in là. Poi se ne vanno.

La mia macchina resta quindi abbandonata di traverso alla via, così da bloccare il traffico. Già un ingorgo si è formato e due poliziotti sono accorsi.

Mi precipito da basso, tolgo di mezzo l’auto, non so neppure come, riesco a spiegare l’equivoco ai due agenti e ad evitar la multa. Ma restare lì non posso. Eccomi di nuovo risucchiato nel vortice che gira, gira e non si può fermare mai perché non c’è posto per fermarsi.

(Dino Buzzati)

Io non so come siate messi voi con i problemi di parcheggio, ma qui, nella mia città, che pur è una piccola città (15 00 abitanti circa), è un disastro.
Ecco perché io preferisco muovermi a piedi, anche se mi prendono in giro quando dico che non vado in centro in auto perché altrimenti poi non so dove lasciarla…. ma è così, è vero.
Nel tempo che impiego a girare a vuoto in cerca di un buco, arrivo a piedi dove devo arrivare, risparmiando benzina, i soldi dell’eventuale parcheggio (perché se lo trovi lo trovi a pagamento), non inquinando, facendo movimento all’aria aperta e permettendo a chi viene da fuori, e quindi alla macchina non può rinunciare, di trovare posto, il mio, che ho lasciato libero. E non dimentichiamo il rischio multa! Abbiamo vigili e ausiliari così diligenti… da non credere, davvero! Basta una ruota fuori dalla riga bianca, o il muso dell’auto troppo avanti, o sforare di un minuto sul biglietto del parchimetro (ho visto un ausiliario piantonare un’auto col telefono in mano.. e non capivo, poi ho capito quando ho visto che estraeva il blocchetto e scriveva: stava controllando l’ora sul display del cellulare!!!) per beccarsi il messaggino d’amore sotto il tergicristallo.


Senza contare che spesso mi ritrovo più commissioni accumulate da sbrigare, quindi in ogni caso rischio di lasciare l’auto a Roma per far la spesa a Milano.
Stessa cosa succede quando devo recarmi a scuola qui, nella sede principale (al paese dove insegno no, lì per forza devo andare con la mia Carolina): è un delirio di nonni con SUV, mamme con fuoristrada, papà con fuoriserie, baby-sitter automunite. Sapeste quanti ne incontro strada facendo che caricano figlio e zaino sull’auto, e magari sono già a metà strada, a volte anche oltre! E naturalmente si parte per tempo, per trovare posto: così finiscono col muoversi da casa prima in auto che non se dovessero andare a piedi! E capita infine che chi arriva da fuori non sappia dove lasciare l’auto perché è tutto occupato da chi abita a 200/300 metri di distanza… mah!

Stessa scena all’uscita: addirittura ci sono nonni che già alle 15.30/15.45 arrivano e si posizionano in pole position, col loro quotidiano per ingannare l’attesa, e motore rigorosamente acceso: per riscaldarsi quando fa freddo e per rinfrescarsi quando fa caldo. E giù litri di benzina e grammi di polveri sottili (sottili???) nell’aria per quasi un’ora! Altroché mascherina per la suina…!


Arriviamo al paradosso nel paese in cui insegno, un fazzoletto con 4 case e una chiesa: alle 8 meno 10 una mamma esce di casa, accende l’auto per “decongelarla”, la lascia lì una decina di minuti poi esce con raschietto, sgratt sgratt sgratt per un bel po’, poi, finalmente, alle 8.10 esce il figlioletto (classe 5°), salgono sull’auto… e percorrono i 100 metri scarsi che li separano dalle scuole! Due curve, non di più. Roba da chiodi, mi si passi il termine.
Siamo nati con le gambe e con i piedi, ma qualcuno è convinto di essere nato con le ruote.

Al prossimo sfogo.

Gli oggetti

 

Fra tutti gli oggetti più cari
sono per me quelli usati.
Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame
i coltelli e le forchette che hanno di
legno i manici,
lucidi per tante mani; simili forme
mi paion di tutte le più nobili.
Come le lastre di pietra
intorno a case antiche, da tanti passi lise,
levigate,
e fra cui crescono erbe,
codesti sono oggetti felici.
(Bertolt Brecht)

C’ERA UNA VOLTA

C’era, un po’ in ombra, il focolaio; aveva
arnesi, intorno, di rame. Su quello
si chinava la madre col soffietto,
e uscivano faville.

C’era, nel mezzo, una tavola dove
versava antica donna le provviste.
Il mattarello vi allungava a tondo
la pasta molle.

C’era dipinta, di verde, una stia
e la gallina in libertà raspava.
Due mastelli, là sopra, riflettevano
colmi gli oggetti.
(Umberto Saba)

Non fraintendetemi: non è che io abbia nostalgia del passato, non nel senso che si dà comunemente alla parola “nostalgia”.
Semmai, nostalgia dell’atmosfera che si respirava allora… anche se devo ammettere che i miei occhi di bambina vedevano tutto sotto una luce edulcorata. Quando ne parlo con mia mamma, lei mi dice: “Eeee… tu non sai… non sai….!”
No, io non so, so solo quello che ricordo.


Ricordo, ad esempio, che quando ero piccina picciò si viveva tutti in un’unica casa: la nonna paterna (il nonno era mancato l’anno prima che nascessi… ah, tra l’altro, scusate la divagazione, ho anche scoperto che quello fu il motivo della mia esistenza in questo mondo: nonna non si riprendeva – il nonno morì improvvisamente, ancora giovane, per un infarto – e allora i miei decisero di regalarle un nipotino per “svagarla via”, ovvìa, un trastullo, uno scacciapensieri…. fa bene sapere di essere stata ardentemente desiderata!), le due zie ancora da maritare, lo zio più giovane e noi tre. L’altro zio, il primogenito, abitava con la moglie e i due figli in una casa nello stesso cortile: praticamente porta a porta. Era un tipico esempio di famiglia matriarcale, insomma…
 


Ricordo che quando si faceva il bucato era una cerimonia: pentoloni d’acqua che ribollivano, tini e mastelli così grandi che se vi fossi caduta dentro sarei annegata, i famosi “assi da lavare”, un asse con il posto per il sapone in un angolo in alto a destra, grossi bastoni che servivano a girar lenzuola finché l’acqua non raggiungeva una temperatura ideale per immergervi le mani… e poi il risciacquo alla roggia prima, alla pompa del cortile poi (meraviglia! non occorreva più trasportare quei pesanti mastelli fino alla roggia!). Altro che ammorbidente… la sera le lenzuola pulite nel letto scricchiolavano come carta da zucchero!
 


Già… la carta da zucchero… quella magnifica carta viola-blu in cui la negoziante (l’Adriana… “giochiamo all’Adriana!” dicevamo noi bambini, convinti che fosse il nome del negozio e non della persona) ci vendeva la quantità di zucchero desiderata…
 


Ricordo quando poi si doveva stirare tutto quel mega-bucato (ricordate in quanti eravamo?): due ferri sulla stufa a legna, ferri di ferro, perdonate il bisticcio, e quando uno si raffreddava lo si riposizionava sulla stufa e si prendeva l’altro… e via così, fino alla fine della montagna di panni.
E sulla stufa, quella coi cerhi in ferro, d’inverno si mettevano le bucce d’arance e mandarini: che buon profumo si spandeva per la cucina!
 


Attaccata alla stufa stava la caldaia: una grossa vasca di metallo piena d’acqua per cucinare, lavare i piatti o fare il bagno.
Il bagno lo si faceva in cucina, ovviamente, l’unica stanza calda della casa, sempre in quei grossi mastelli che erano serviti per il bucato il giorno prima.
 

E l’acqua? L’acqua la si andava a prendere alla pompa in cortile, col secchio smaltato di bianco e il bordo blu (ma come faccio a ricordarmi questi particolari…. io, che oggi non ricordo quel che ho mangiato ieri…!); il secchio veniva poi lasciato accanto al lavello in pietra, con un mestolo a forma di tazza che serviva per bere, e tutti si beveva da lì!
 


Ricordo quando mi mandavano fuori a prendere l’acqua: se la maniglia della pompa era stata lasciata troppo in alto e non ci arrivavo, dovevo prendere uno sgabello lì accanto, ma era una faticaccia, perchè dovevo esercitare una forza incredibile per farla scendere… e io, che son sempre stata un “pulastrin”, sbanfavo e sudavo, ma non cedevo io, doveva cedere lei!!!
 


Poi venne la corrente, il primo frigorifero, la luce elettrica, l’acqua in casa (quale stregoneria è mai questa?) ecc… ecc…. fino al primo televisore, primo e unico, perché la sera ci si trovava tutti insieme a vedere lo stesso programma – nel frattempo la nonna era mancata, noi ci eravamo spostati in un’altra casa sempre nel cortile, lo zio si era sposato ed abitava nella casa della nonna e le due zie, pure loro accasate, nello stesso cortile: praticamente un’unica grande “corte” con le case adiacenti disposte ad ELLE, gli orti sul terzo lato e i “bagni” in fondo (ma ci pensate?).
 


Un clan, né più, né meno. Era una zona del paese denominata la “Basitalia” (“s” di sole, non di rosa), perché abitata perlopiù da meridionali, e il nostro grande cortile popolato da questa mega-famiglia di origini venete si arrabbiava per questo nomignolo, così come gli abitanti prettamente lomellini. Ma la tradizione è dura a morire…. pensate che ancora oggi quel quartiere viene indicato così….!
E poi ricordo……………….
No, basta. Per oggi ho già ricordato anche troppo.
Teniamo qualcosa anche per la prossima puntata.


Rileggendo mi son resa conto d’aver ancora una volta scritto una lenzuolata di roba: mi scuserà l’amico che mi ha rimproverata perché deve prendersi mezza giornata di ferie per leggere i miei post… dai, leggilo a puntate, lo so che avevo promesso che sarei stata meno prolissa…. ma ‘un je ‘a fo’! Me sbrodolo addosso….!
Spero comunque di non avervi annoiati, e vi auguro una magica serata.


Giusy

Scuola oggi

C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.

Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a volersi bene e perfino
ad arrabbiarsi.

Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti
e riposare un pochino.

Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che già si sa.

Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi
e anche tu sarai promosso.
(Gianni Rodari)


FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA

Dopo aver letto diversi commenti qua e là, scrivo qualche riga per cercare di spiegare cosa sta succedendo nella scuola oggi.La bella illusione (bella per chi ci crede e pensa che si possa tornare indietro di 30 anni) è, appunto, solo un’illusione, a meno che un genitore non abbia chiesto le 24 ore settimanali: 22 l’insegnante di classe e 2 l’insegnante di religione. Sempre che l’ins. di classe abbia la specializzazione per l’insegnamento della lingua inglese, altrimenti bisogna togliere 1 o 2 o 3 ore dall’ins. prevalente ed affidarle ad uno specialista. E così andiamo a 3 persone che ruotano sulla classe. Questo però è ancora comprensibile.

Occorre però tener conto che solo una minoranza di genitori ha scelto le 24 ore, cioè quelle famiglie in cui lavora solo papà e mamma può occuparsi dei figlioli il pomeriggio (quasi sempre libero da impegni scolastici) e di portarli a casa nella pausa pranzo (vai e torna, vai e torna) quando hanno il rientro, in quanto il servizio mensa non è contemplato. E se uno non può proprio andarlo a prendere, nutrirlo e riportarlo? Semplice. I bambini che rimangono a scuola vengono “spalmati” nelle sezioni di tempo pieno ed affidati ad insegnanti che già hanno classi di 26-27 alunni di cui occuparsi…. ma fa niente!!!! Che vuoi che siano 2 o 3 fanciullini di prima in più! Per tagliar bistecche e sbucciare mele e versare acqua nei bicchieri (ed asciugare acqua sulla tavola) e togliere coltello e forchetta a quello che li sta scambiando per armi del nintendo… Suvvia! 27 o 30… che differenza potrà mai fare? Giusto. Abbiamo fatto richiesta in Alto Loco per avere sei braccia (stile dea Khalì), ma per ora nessuna risposta.
Per quanto riguarda le 30 ore (ex modulo) o le 40 (tempo pieno), io non so come funzioni in altre parti (e prego le colleghe che leggono e hanno altre esperienze, nonché informazioni, di dirmelo), ma qui da noi è un caos.Il modulo che prima viaggiava con 3 insegnanti su due classi ora si ritrova con solo due unità (proprio così, siamo diventate unità). Ora, è evidente che se si devono coprire 30 ore per classe, quindi 60 ore, e 2 unità arrivano a 44… le altre 16 chi le copre? 4 l’ins. di religione (48), 6 lo specialista di inglese (54). Se la matematica non è un’opinione ne mancano 6. Nel migliore dei casi. Sì, perchè se una delle due unità è in possesso dell’abilitazione all’insegnamento della lingua inglese, la deve insegnare. Tassativo. Quindi le 6 ore dello specialista non ci sono più, così le ore scoperte diventano 12. E chi le copre? Gli insegnanti del tempo pieno che non possono più usufruire delle 2 ore di compresenza nella loro classe. Ore che erano così utili per tentare di recuperare quegli alunni che avevano delle difficoltà (ma non il sostegno) e che sono state tolte, eliminate, cancellate: via, sono uno spreco.

Ricapitolando: 2 ins. titolari (+ eventuale ins. specialista) + ins. di religione + tanti spezzatini di due ore gentilmenti offerti dagli ins. del tempo pieno. E che fanno? Musica, immagine, motoria… che diamine, non vorrete mica affidare loro delle discipline più impegnative?

Ma non si era parlato di maestro unico? Non si era detto che per il bene del bambino era opportuno evitare che troppe figure ruotassero sulla stessa classe? Infatti.E non ho affrontato il problema delle classi super-affollate (le nostre prime son partite con 26-27 bimbi: immaginate quanti saranno in 5°!), degli insegnanti di sostegno (aumentano i casi problematici ma diminuiscono gli insegnanti: cosa sarà… ottimismo?), degli alunni stranieri che arrivano e si trovano inseriti in classi numerose senza capire e parlare una parola d’italiano (oramai il rapporto è di 1 a 3)…. Basta, mi sta venendo il mal di testa!

E allora perchè non chiamare le cose col loro nome? Non di riforma si parla, signori miei, ma solo ed esclusivamente di TAGLI. Dei bambini non importa nulla a nessuno. Tranne alle maestre che, come sempre, faranno i salti mortali per cercare di rendere questa girandola il meno caotica e il più funzionale possibile.

Mi sorge spontaneo un dubbio: sarà mica colpa nostra? Siccome sanno che tanto poi le maestre (e i maestri, beninteso: mi vien spontaneo parlare al femminile perchè da noi siam tutte femminucce) faranno quadrare il cerchio comunque, ne approfittano e tagliano, tagliano a più non posso, tagliano più dei sarti.
Non so se sono stata chiara e son riuscita a chiarire i dubbi che avevate, ma è difficile spiegare il caos, quasi difficile come trasformare il caos in ordine: alla fine ne risulterà un caos ordinato… o un ordine caotico?

Ditemi voi che ne pensate.

Liriche autunnali

  

Questa notte ha sostato qui l’autunno
una nebbia leggera, un cielo pallido,
un poco di fumo sopra le vecchie case.
Sembra che l’ultimo soffio della vita
spiri dai tetti.
Una nebbia leggera, un cielo pallido
privo di speranze.
(Ivo Andric)

Si impoverì il fogliame dorato.
Traspare, tra le ombre autunnali
con il suo limpido azzurro il placido cielo.
Il boschetto dagli esili tronchi è una chiesa
intagliata nella pietra.
Tra i bianchi pilastri è sospeso il fumo.
(Vjaceslav Ivanov)

Senza casa la montagna
si addormenta
alle note conosciute della notte,
ascolta l’estate dei grilli, l’inverno
della neve, il precipizio delle ciliegie
in primavera; ha una stagione indiana
quando in penitenza le foglie
lasciano il ramo.

(Livia Candiani)


Che atmosfera però, che crea l’autunno…
Anche se io rinasco in primavera e rivivo in estate, non posso negare che anche l’autunno abbia un suo fascino particolare:
-le nebbie mattutine che a poco poco si alzano dalla terra insonnolita;

-i colori caldi che ci circondano e ci avvolgono in una coperta multicolore;

-i frutti gustosi e saporiti e colorati e invitanti;

-le tinte scure e forti dei primi campi arati che contrastano con il verde-dorato del riso che ancora deve essere mietuto…..

-I TRATTORI E LE MIETITREBBIA CHE IMMANCABILMENTE OGNI GIORNO INTRALCIANO IL TRAFFICO DELL’ORA MATTUTINA!!!!!


Ma dico io…! Capisco che stiano lavorando, capisco che debbano usufruire delle stesse strade delle auto e dei camion (ci sono solo quelle!), capisco anche che il periodo del raccolto non si possa posticipare o anticipare…
Ma santa pace! Partite una mezz’oretta prima o dopo…. che vi cambia?
No! Proprio nel momento più ingolfato di auto che portano e trasportano impiegati ed insegnanti; mamme schumacherizzate nonchè alonsizzate (le più aggiornate) che devono lasciare i pargoli davanti alla scuola prima del suono della campanella; rappresentanti di commercio ansiosi di piazzare un ordine come dio comanda (cosa che non succede da tempo immemore) e convinti che oggi sarà il giorno buono, quello giusto, e allora via, pigia sull’acceleratore prima che il cliente cambi idea; negozianti che si devono sbrigare ad aprire la bottega… dai dai, l’ora è ideale, son tutti in giro, non si sa mai che vedendo aperto si ricordino di quell’acquisto che hanno in mente da giorni;…… proprio in QUEL momento, dicevo, questi TURBO-LENTI dei nastri d’asfalto decidono di mettersi in cammino!

Eeeehhhhh, la strada l’è lunga, eh? E se poi il campo scappa? O se arrivo troppo presto e ancora il campo l’è bagnato dall’umidità che oramai scende copiosa la sera? Suvvia… qualche km a 30 all’ora… che ha mai da essere? Che l’è tutta ‘sta prescia? E se proprio proprio avete premura… partite prima da casa, no?
Giusto. Partiamo prima noi, che loro c’hanno da fare.

Alla prossima.

Giusy

Il diploma della signora maestra

  Oggi ho scritto questa lettera:
Signora maestra,
ho una grande notizia da darti: dieci minuti fa è arrivato quello che tu aspettavi. È arrivato il Diploma.
Come è bello il Diploma. È stampato su un gran foglio di carta bianchissima, tutto scritto in corsivo e ci sono tante maiuscole col ricciolino.
In alto c’è lo stemma della Repubblica Italiana con la ruota dentata e la stella bianca, e le fronde d’alloro e di quercia.
Dice che <<Il Presidente della Repubblica – Veduto il Regolamento Generale per la Istruzione elementare, approvato con R. Decreto 26 aprile 1928 n. 1297 – Sulla proposta del Ministro per la Pubblica Istruzione – Decreta >>  che ti <<è conferito il Diploma di Benemerenza di prima classe, con facoltà di fregiarti della Medaglia d’Oro – per aver compiuto quarant’anni di buon servizio nelle pubbliche scuole elementari >>.
C’è scritto pure che <<Il Ministro predetto è incaricato dell’esecuzione del presente Decreto >>.
In fondo a sinistra c’è un meraviglioso timbro a secco. Decisamente verso destra c’è scritto:
<<Firmato: Luigi Einaudi – Controfirmato: Gonella >>.
Il <<Firmato >> e il <<Controfirmato >> sono a stampa. Le firme, naturalmente, sono manoscritte, se no non sarebbero firme. E, a differenza del <<Direttore Capo Divisione >> che chiude la cerimonia con una firma completamente illeggibile, le firme del Presidente Einaudi e del Ministro Gonella sono chiarissime, vergate con la stessa identica calligrafia della data e degli altri ragguagli manoscritti contenuti nel documento.
Ora, non è che il Presidente della Repubblica e il Ministro per la Pubblica Istruzione abbiano la stessa identica calligrafia e uno dei due abbia compilato il Diploma: è lo scrivano addetto alla compilazione che ha vergato le due firme perché tu sai bene che sono centinaia di migliaia le maestre collocate in pensione ogni anno e non è umanamente possibile pretendere che un Presidente della Repubblica e un Ministro dedichino venti ore al giorno alla firma dei Diplomi di benemerenza. E poi quello che conta è l’originale del decreto, non l’<<estratto conforme all’originale >> che viene inviato agli insegnanti messi a riposo.
E il Decreto originale è firmato regolarmente perché, se ciò non fosse, tu non potresti fregiarti della Medaglia d’Oro.
So cosa mi vuoi dire: i tuoi anni di servizio sono 49, non 40 come sta scritto ancora sul foglio: ma tu capisci bene che un Ministro della Pubblica Istruzione che ha tanto da fare per il suo Partito e un Presidente della Repubblica che ha tante preoccupazioni per i suoi vigneti non possono star lì a controllare se una vecchia maestra elementare ha il diritto di fregiarsi della Medaglia d’Oro per aver compiuto 49 o 50 anni di buon servizio, piuttosto che 40.
E poi, cosa sono nove anni?
Ti delude un po’ quel <<buon servizio >> così asciutto? Avresti preferito che ci fosse scritto <<lodevole servizio >>?
Un Presidente di Repubblica e un Ministro non possono avventurarsi in affermazioni troppo impegnative: d’altronde non possono star lì a controllare se il servizio di una maestra è risultato buono piuttosto che lodevole o mediocre o eccellente.
Non perderti a cavillare sui particolari, signora maestra: tieni conto del significato generale della cosa: è lo Stato che ti riconosce i meriti che ti sei guadagnata in 49 anni di duro lavoro e ti invia, completamente gratis, un documento che, data la ricchezza della carta e l’eccellente qualità dell’inchiostro, verrà a costare non meno di dodici lire.
Vedessi come è bello, il Diploma!
C’è scritto che è stato <<dato a Roma addì 22 dicembre 1949 >> ed è arrivato oggi, 17 ottobre 1950, a soli dieci mesi di distanza.
Ma tu, signora maestra, sei morta.
Il giorno 13 di luglio te ne sei andata e così non hai visto il Diploma. Cosa sono queste impazienze dei vecchi maestri in pensione?

(G. Guareschi – “Corrierino delle famiglie”)
Adoro quest’uomo (ma forse s’era già capito….)!
Una su tutte: “le centinaia di migliaia di maestre collocate in pensione ogni anno“. Faceva ridere già allora.
Nella seconda parte della lettera il figlio torna serio e inveisce contro ”le mezze maniche ministeriali che impiegano dieci mesi per far giungere un diploma da Roma a Milano………………………… Vi pagano poco? Anche mia madre era pagata poco e non si stancava mai di lavorare“, manifesta loro il proprio odio, pur sapendo che la mamma maestra ne sarebbe stata addolorata, ligia com’era al proprio dovere e rispettosa delle autorità.
Se non fosse per i nomi di presidenti e ministri, se non fosse per le lire, se non fosse per le date…. parrebbe storia d’oggi.

Lettera al re

 Padova, 28 maggio 1916

Signor re,
basta tanto macello di carne umana. Loro signori tutti birboni sono in salvo, i nostri poveri tutti al macello. Volete conquistare la terra e ammazzare i cittadini?
Dite voi signori di amare la Patria e intanto distruggete chi la rende grande e gloriosa. Uccisa la gioventù e molti padri di famiglia chi lavorerà le terre italiane? Invece della guerra se aveste avuto buon senso avreste fatto lavorare tante terre incolte, e così far sfamare i popoli, ma no, li volete ammazzare. Un padre che ama i suoi figli non cerca di ucciderli per acquistare terra, lei invece si proclama padre della Nazione… che padre è?
E la faccia finita che è ora, basta la guerra così infame e ingiusta. Siamo tutti stanchi: donne, bambini, uomini, anziani.
La nostra bella Italia prima si diceva fiore d’Europa, ora invece lutto e pianto.

(da “Lettere al re”)

Questa è solo una delle tante lettere che, durante la lunga e sanguinosa prima guerra mondiale, la gente del popolo scrisse al re Vittorio Emanuele III. Nella lettera viene ricordato al re come sia soprattutto la gente semplice a pagare con il proprio sangue il prezzo delle guerre.
Oggi come allora: basta sostituire “Italia” con il nome di una nazione qualsiasi scelta tra le tante in cui ancora si combatte, in cui ancora è la povera gente a morire, in cui ancora è l’interesse di pochi a segnare il destino di molti. Ma possiamo anche lasciare “Italia”. Cambiano solo alcuni aspetti, il tema di fondo rimane.
 


Stasera mi sento così.
Chiedo scusa se qualcuno si sente offeso dalle mie parole.
Sono solo riflessioni personali.
Auguro a tutti una notte serena.

PS: ho aggiunto in fondo alcuni commenti per meglio spiegare il mio punto di vista. Perchè di questo si tratta: di un personale punto di vista, da molti condiviso, da altri no…  forse perchè non sono stata molto chiara, sono abbastanza sicura che le idee siano le stesse. Altrimenti… non vogliatemene.
Giusy

La scuola dei nonni

La scuola si trovava in una casa molto vecchia: l’aula era spaziosa, riscaldata con stufa a legna.

Appesi alla parete c’erano la cartina d’Italia, alcuni cartelloni e il ritratto del re Vittorio Emanuele, a volte insieme alla regina.

I banchi erano di legno, con il sedile attaccato; sul piano d’appoggio c’era un foro per inserire il calamaio. In un banco trovavano posto anche 4 bambini.

Le classi erano molto numerose; erano formate anche da 40 alunni. Di solito c’erano solo tre classi, più classi erano riunite in una sola aula con un’unica maestra.

Per scrivere si usava la matita, oppure una cannuccia di legno con il pennino bagnato nell’inchiostro. Solo pochi avevano le matite colorate. La cartella era di tela o di cartone, solo alcuni l’avevano di cuoio. L’astuccio era una scatoletta di legno con il coperchio scorrevole.

La maestra castigava i bambini con una bacchetta che gli stessi alunni portavano a scuola. La maestra picchiava la bacchetta sulle mani, o mandava i negligenti dietro la lavagna e li faceva mettere in ginocchio, oppure finivano nel banco degli asini in fondo all’aula. A volte lo scolaro girava per le altre classi con un foglio appeso sulla schiena, dove era scritto: <<asino>>, o con in testa un cappello a punta con attaccate due lunghe orecchie.

I nonni andavano a scuola 5 giorni alla settimana, mattino e pomeriggio, sabato compreso, perchè il giorno di riposo era il giovedì.

(Dall’intervista ai nonni)

Oggi le cose sono cambiate…. o no?

Speriamo di non tornare piano piano al tempo dei nonni. Miei.

Buon inizio a tutti: agli alunni, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado; ai docenti, di ogni ordine e grado; ai genitori, che ricordino che da domani saliranno su una bicicletta insieme agli insegnanti dei loro figli, e che quando si va in bicicletta in due occorre tenere lo stesso ritmo, perchè altrimenti, se uno pedala e l’altro frena, dalla bicicletta si cade. E a farsi male saranno soprattutto i loro figli.

Che sia quindi un anno sereno per tutti, non l’un contro l’altro armati, ma armati solo di buona volontà e tanto impegno, da parte di ognuno.

Giusy

Campionario d’umanità

Basta trascorrere una settimana su una qualunque spiaggia italiana ed ecco che il quadro è bello chiaro:

- il padre con la figlioletta e la nuova compagna (la bimba la chiamava “Marta”), esempio di nuove famiglie sempre più presenti, di bambini con due papà e due mamme, bambini che vengono viziati, accontentati in tutto, mai sgridati…. poverini, bisogna capirli! E così, come bagagli, sballottati tra il papà e “lei” e la mamma e “lui”, cercando di dare tutto quello che si può per averli dalla propria parte, illudendosi di averli dalla propria parte, quando in realtà crescono imparando a stare da soli, sfruttando al massimo la situazione e i sensi di colpa dei genitori;

-la coppia di amici, amici da una vita, solo che a un certo punto della vacanza uno dei due “cucca”: e allora ecco che “lei”, la terza incomoda, si piazza tra i due, sotto l’ombrellone con loro, sul lettino vicino a lui, a strusciarsci e baciarsi tutto il pomeriggio fino ad arrivare a mettersi un asciugamano che copra il lavorio delle mani, a fare il bagno con lui, persino la sera a tavola con loro, fino a costringere l’amico a chiamare in soccorso qualcuno da casa che non gli faccia più provare la brutta sensazione di sentirsi “di troppo”;

-l’amica invadente e logorroica in visita giornaliera: la coppia, così tranquilla di solito, è oggi frastornata e quasi in imbarazzo per colpa di questa presenza ingombrante che parla parla parla ininterrottamente per tutto il giorno, seduta sul suo bell’asciugamano bianco steso sulla sabbia, o distesa a prendere il sole, o mentre si succhia un ghiacciolo (secondo me senza nemmeno accorgersi che le si scioglieva in mano)… e sa tutto di tutti, critica tutti, spettegola su tutti, parenti amici e conoscenti… un vero fiume in piena che i due poveri tapini non riescono ad arginare, al di là di qualche “ah sì?”, “ma…”, “sai…”, non riescono a dire: lei li interrompe subito e continua a vomitare parole, tra lo sconforto e gli occhi alzati al cielo di tutti i villeggianti (mai visti tanti lettori mp3 in funzione come quel giorno!);

-la giovane coppia di genitori che per non perdere nemmeno un minuto di sole e di mare si tiene il povero neonato (non avrà avuto più di due mesi, più probabile meno) in spiaggia tutto il santo giorno, col sole cocente delle ore del mezzodì che ti bruciava anche sotto l’ombrellone, e ‘sto povero pupo che piangeva e strillava a più non posso, l’unico modo che aveva per far capire che non stava bene, che era troppo caldo per lui, ma loro niente… la mammina bella si piazzava là con le sue tette al vento che aveva precedentemente spalmato di olio solare e lo allattava sul lettino: mangia, così poi dormi e taci e io posso continuare ad abbronzarmi in santa pace;

-e poi la famigliola che va a fregare i lettini sotto gli altri ombrelloni per far sedere i figli; e i giovani ancora strafatti di alcol e chissàcosaltro dalla sera prima che in branco urlano tutto il pomeriggio incuranti del diritto alla salvaguardia dei timpani altrui; i malati di cellulare che trascorrono ore ogni giorno a raccontare al mondo cos’hanno mangiato, come hanno dormito, com’è il mare, com’è il tempo e quanti ombrelloni sono vuoti o pieni; quelli che non vanno a fare il bagno perchè “mancano ancora 10 minuti alle tre ore” da quando hanno mangiato una fetta di cocomero……

Come dicevo, cosa più di una spiaggia può fornire un completo campionario d’umanità?

Buon inizio settimana,

Giusy

Incendio nella pineta

Il fuoco balza e rimbalza, sorpassa le cime, investe i pini interi, li arrossa dalla radice alla vetta, con un fragore di tempesta.

Scaglie di scorza infiammate e pigne ardenti schizzano a gran distanza come i lapilli dei vulcani.

I nidi innumerevoli filati dalle larve dei bruchi infiammandosi volano a distanza ancora più grande e propagano l’incendio laggiù nella selva sicura.

La resina frigge, sgrigiola, stroscia.

Le fiamme s’involano col fumo sino al cielo.

Un turbine di fumo fosco occupa l’aria, assalta il sole.

Vedo il sole attraverso, simile a un disco rossastro che stia per freddarsi.

Non lo vedo più. E’ ingoiato.

Il vento fa tregua. Il fumo si dirada.

(Gabriele D’Annunzio)

E si ricomincia.

Ogni anno, ogni estate, tornano, puntuali, gli incendi.

Ettari ed ettari di macchia mediterranea distrutti in men che non si dica, chilometri quadrati di pineta bruciati in un batter d’occhi, animali di ogni specie e dimensione morti soffocati dal fumo o, peggio, arsi vivi e, infine, case, strade, campeggi messi a rischio dal fuoco che avanza.

A volte il tributo è ancora più pesante. A volte la vittima è l’uomo.

Ma non colui che il fuoco l’ha appiccato, - poichè sappiamo bene che nel 99% dei casi (e forse più) il fuoco non si è sprigionato da solo – no, lui riesce sempre a mettersi in salvo.

Le vittime in genere sono vigili del fuoco, guardie forestali, volontari o, semplicemente, residenti, villeggianti, turisti, malcapitati che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

Ora, a parte qualche caso malsano di piromane che, non riuscendo a spegnere il fuoco che lo divora dall’interno gode nel veder bruciare qualunque cosa attorno a sè, sappiamo bene che tutto avviene per oscuri interessi gestiti da persone ancora più oscure.

E non si riesce ad identificarli (?) e quindi a fermarli.

Chissà se riuscire è il verbo giusto da utilizzare? Non so, ero indecisa con volere, ma temevo di andare troppo in là… 

Sapete…. adesso siamo spiati…. occorre cautela….

Buon venerdì a tutti voi.

Giusy