Compiti impossibili

Dopo aver letto questa lettera, indirizzata qualche anno fa al maestro di un piccolo villaggio vicino a Uppsala e riportata da una rivista pedagogica svedese, ho deciso di ponderare bene i compiti prima di assegnarli… sia mai che mi capiti di mettere in difficoltà le famiglie. Non è il caso che mi attiri maledizioni gratuite.

Caro e rispettato signor Maestro,
mio figlio, che è il vostro assiduo e obbediente allievo Peter Hanzen, non potrà oggi venire a scuola, perché sarà costretto a sostituire suo padre che è, come Voi sapete, il portiere dello stabilimento del signor Melsen.
Nell’ultima lezione, Voi avete dato come compito a casa al nostro Peter il seguente problema: “Se un uomo percorre esattamente 3/4 di km all’ora, quanto tempo impiega a fare 2 volte e 1/2 il giro di un campo lungo 4 km e largo 3?”.
Purtroppo, caro e rispettato signor Maestro, né il povero Peter, né suo padre, che è il portiere dello stabilimento del signor Melsen, e neppure io, che sono la Vostra umile serva, abbiamo potuto risolvere questo problema.
Ma volendo dare una istruzione e una educazione perfetta al nostro unico figlio, dopo aver tenuto un consiglio di famiglia, abbiamo dciso di risolvere quel problema in questo modo, che sottoponiamo alla Vostra alta approvazione.
Peter sostituirà oggi suo padre Olaf Hanzen nelle sue funzioni di portiere dello stabilimento del signor Melsen.
E suo padre Olaf Hanzen, mio marito,  andrà in campagna a misurare bene un campo lungo 4 km e largo 3, mettendo dei picchetti ogni 100 m, per non sbagliare. Poi, con il suo orologio alla mano, che è un orologio comprato da Erick Herschorn – il miglior orologiaio della città – e garantito due anni, farà esattamente 3/4 di km all’ora , finché avrà fatto 2 volte e 1/2 il giro di quel maledetto campo. Così potrà dire al nostro piccolo Peter il tempo che avrà impiegato.
Poiché siamo dei poveri operai e ogni minuto per noi è prezioso, vorrei pregarVi, caro e rispettato signor Maestro, di avere la bontà, in avvenire, di dare al nostro caro unico figlio Peter soltanto dei problemi che possa risolvere seduto al tavolino, senza che suo padre sia costretto a fare tanta fatica e a perdere tanto tempo.
Vostra umile e devota

Frida Hanzen

Avete capito adesso il perché della mia introduzione?
Sbaglio?

ps: mi ricorda tanto la gag di Cochi e Renato, quella che terminava con:

“Fatevi aiutare dal vostro papà!”

Che cosa mangi a colazione?

Durante la lezione d’inglese, lezione impostata sulle azioni quotidiane, scopro alcune…. curiosità.
Magari sono fuori moda io a stupirmene, se è così, ditemelo pure…

P.S.: garantisco che queste sono vere, uscite dalla bocca dei miei alunni;
non posso verificare quelle che prendo da libri o giornali o dalla rete o che mi raccontano le colleghe, ma quando parlo in prima persona non ho l’abitudine di raccontar balle. Sia chiaro. Che me ne verrebbe in tasca?
Anzi, se avessi la creatività e la capacità di inventare simili storie, probabilmente pubblicherei libri, anziché insegnare in una scuola elementare…., ma non è così, il copyright di queste uscite non è mio, spiacente.

1. Io non faccio mai colazione (non avete idea di quanti bambini abbiano risposto così: hai voglia a spiegare che la colazione è importante, che è la benzina che ci permette di affrontare bene la giornata, che breakfast è una parola composta da break = spezzare e fast = digiuno, proprio perché, mentre dalle 7/8 del mattino alle 7/8 di sera ogni 3-4 ore mangi qualcosa, per le dodici ore notturne circa non mangi più nulla, quindi il corpo ha bisogno di energia, subito, per mettersi in moto…. le risposte variano da “Non mi va….” a “La mamma non mi prepara niente!”)

2. Io mangio i cereali col latte:
la mamma mi porta la colazione a letto tutte le mattine.
Davvero? chiedo.
Sì, risponde, altrimenti non mangio, invece così quando ho finito mi rimetto a dormire fino alle 8.15.

3. Anche mia mamma mi porta il latte e cacao a letto, viene lì col bicchiere e LA CANNUCCIA, mi chiama un po’ di volte, e io, senza alzare la testa dal cuscino e con gli occhi chiusi succhio dalla cannuccia tutto il latte; poi resto nel letto fino alle 8.20-8.25… ecco perché arrivo sempre in ritardo e addormentata la mattina!

4. Io mangio solo una brioches.
Niente di caldo?
No, la prendo io perché la mamma torna nel letto.
Come… non capisco… spiegati meglio.
La mamma si alza, mi chiama, e torna a letto. Io mi alzo, mi vesto, mangio una brioches, mi pettino (adesso capisco i nodi e i grovigli!) e poi chiamo mia mamma che intanto si è riaddormentata. Lei si alza, si mette il cappotto sopra il pigiama, mi accompagna allo scuolabus e poi torna a casa a dormire.

5. Io mangio l’ovetto Kinder. Quando veniamo a scuola, passiamo dal negozio a prendere la merenda e mi compro anche l’ovetto che mangio mentre vengo a scuola.

6. Anch’io mangio mentre vengo a scuola, però io ho il saccottino al cioccolato.
E lo mangi così, per strada, già vestità? E se ti sporchi?
Eh… in casa non faccio in tempo!

Dunque, incuriosita, estendo l’indagine in tutte le classi:
- un sacco di bambini non fa colazione al mattino:
- tanti bevono solo l’actimel;
-qualcuno solo una brioches, senza niente di caldo: acqua del frigorifero o…. udite udite, COCA-COLA;
- pochi si siedono a tavola e consumano una colazione completa;
- qualche privilegiato ha la mamma che gliela porta a letto.

Non solo: nella sequenza delle azioni quotidiane c’era anche
“Mi lavo la faccia”.
Ebbene, sapeste quanti mi hanno detto “Ma io non me la lavo la faccia al mattino…. tanto sono già sveglio/a… tanto non è mica sporca…..”!

Al punto: “Mi vesto”, uno mi dice:
“Io no, devo solo infilare la felpa, perché vado a letto coi jeans e la maglia sotto… così al mattino faccio in fretta: la mamma mi chiama un po’ di volte, poi mi alzo, indosso la felpa e vengo a scuola”
Suppongo sia inutile approfondire sulla colazione e sulle abluzioni mattutine… e non solo: adesso capisco perché il più delle volte arriva e già alle 8.40 mi chiede di andare in bagno!
“Ma non sei andato a casa, stamattina?”
“No, mi sono alzato tardi e non ho fatto in tempo…”
Ecco, appunto.

Mentre tra le azioni più gettonate di chi non si alza tra le 8.15 e le 8.25 (e sono tanti, credetemi!), c’è “Gioco con la Play/il DS/la Wii….”
Al mattino? Prima di venire a scuola?
Sìììììììììì…. è divertente!
Ecco perché poi arrivate con lo sguardo perso nel vuoto!
Eh già…. pensiamo a come fare per superare il livello!
E pare ci giochino anche prima di pranzo, mentre pranzano, dopo pranzo….
E quando tornano da scuola: è una lotta con la mamma per i compiti!
E ancora: prima e dopo cena, e prima di andare a letto, e quando la mamma spegne la luce ed è convinta che dormano……….

Proprio una bella panoramica, non c’è che dire!

Genitori e… nonni


Non si può parlare di bambini senza raccontare qualche involontaria battuta dei genitori…. famosi o meno. 

Cominciamo da quel celebre attore che una volta disse al figlio:
“Non è perché sei il figlio del più celebre attore del mondo, che puoi permetterti tutto!”
 

Altra battuta dallo spirito involontario è la seguente:
“Mamma” domanda un bambino “posso andare a vedere l’eclissi?”
“Vai pure” risponde la madre distratta “ma non avvicinarti troppo.”
 

Un altro bambino, accompagnato dal padre, visitava il museo del Louvre e, vedendo la Venere di Milo e la Vittoria di Samotracia, domandò:
“Papà, chi ha rotto quelle statue?”
“Sono stati i tedeschi, figlio mio, non lo dimenticare!”
 

Una bambina già cresciuta, una meravigliosa sedicenne, diceva una volta al padre:
“Ho incontrato un produttore che mi ha detto che sono meglio di Brigitte Bardot. Vuole lanciarmi.”
“Non voglio sentire questi discorsi!” incominciò a urlare quel padre all’antica. “Se fai del cinema, ti ammazzo!… Guai a te se disonori il mio nome!”
“Ma papà, prenderò uno pseudonimo!”
“Provati, svergognata, e vi ammazzo tutti e due!”
 

Ci sono anche molte storie di genitori distratti. La più celebre è quella di Einstein, che un giorno in tram lasciò cadere gli occhiali. Una ragazzina li raccolse e glieli consegnò.
“Grazie cara” disse il grande scienziato “sei molto gentile, come ti chiami?”
“Clara Einstein, papà.”
 

Se questa storia è vera, Clara Einstein poteva quasi dire, come Alessandro Dumas figlio:
“Mio padre è un grande bambino, che ho avuto nascendo.”
 

A quanti genitori si potrebbe applicare questa definizione!
Per fortuna, i bambini sono quasi tutti indulgenti; gli altri devono ricordare la frase di La Crique nella Guerra dei bottoni:
“E dire che quando saremo grandi, saremo stupidi come loro!”.
 

Dopo i genitori bisogna citare i nonni.
Quando studiavo a Pavia, prendevo l’autobus ogni lunedì mattina.
Un giorno un’anziana signora e la figlia cercavano di prendere l’autobus nell’ora di punta (studenti e impiegati in maggioranza). Nella ressa la figlia si mise a gridare:
“Attenti, per favore, mia madre ha ottant’anni!”
“C’è proprio bisogno di dire a tutti la mia età?” esclamò la nonnina, fulminandola con uno sguardo.
 

Perché non mettere tra le nonne quella vecchia signora degli anni Venti che, giunta a Roma, aveva preso per la prima volta nella sua vita un taxi? Come si usava allora, l’autista in mancanza delle frecce direzionali, che non erano ancora state inventate, sporgeva la mano ogni volta che doveva svoltare.
“Lei, giovanotto, pensi a guidare” gli disse la vecchina “Che se comincia a piovere l’avverto io.
 

E la saggezza del nonno della mia amica che, in vacanza in Valtellina, essendo collezionista punto dalla tarantola preistorica, raccoglieva sassi come testimonianza dei nostri lontani antenati.
I contadini lo guardavano con sospetto, ma lui li rassicurava, o almeno credeva di farlo, dicendo:
“Cerco cose che altri hanno perduto”.
Più che raccogliere selci scheggiate e punte di freccia, amava parlare delle sue ricerche. Cominciava coi vari periodi storici, arrivava ai castelli, e un’ora dopo parlava di pittura e poi della grande guerra. Approdava alla politica attuale quando ormai l’ascoltatore (o meglio, “la vittima”) si era dileguato da tempo.
Una sera tornò a casa tutto contento da una delle sue “retate”.
“Sono passato attraverso il bosco e mi sono fatto un amico, un vecchio contadino simpaticissimo che abita in una radura non lontano da qui. Abbiamo chiacchierato per tre ore: si interessa di tutto!”
“Ma nonno…. il contadino di cui parli…. è completamente sordo!”
 


Ok, un post un po’ più leggero per risollevare gli animi.
Però…. però…. però….
Se i siparietti dei genitori sono ironici e divertenti, quelli con protagonisti i nonnini sono sì buffi, ma intrecciati con una vena di tenera malinconia…
Chissà se anch’io, logorroica come sono già adesso, troverò un simpaticissimo amico sordo pronto ad ascoltarmi per tre ore filate quando arriverò a quell’età che…. non è mica necessario dire a tutti!

Il vecchio

 

“Non devi farci inquietare!” dicevano i figli a sor Luigi. “Pensiamo noi. Che bisogno hai di andarti ammazzando?”Avevano ragione, sor Luigi lo capiva; ma lui fermo non poteva starci. Abituato ad essere dall’alba fuori casa, ora, invece, prima delle otto non gli era possibile uscire, perché i figli gli si paravano davanti come se il padre fossero loro.

In quelle mattine pulite, che era un peccato lasciarle fuggire così, egli smaniava e, appena uno dei figli gli levava gli occhi di dosso, correva a prendere la zappa o le cesoie e scendeva magari in giardino: doveva farlo come un ladro, di nascosto. Ma il canto della zappa lo tradiva. Allora tutti i figli piombavano giù a gridare; lo portavano via di peso, sulle loro spalle, in processione, cantando. Gli dicevano:

“Che bisogno hai di strapazzarti la vita? Ci siamo noi.”

“Ma per me non è uno strapazzo. Io senza fare niente non ci posso stare; muoio se non mi muovo.”

Non gli rimaneva che stare zitto, e usciva.

Con qualche vecchio amico si sfogava un poco, non, Dio liberi, contro i figlioli, che erano quattro vasi di miele, ma per lagnarsi, perché uno ha pur bisogno di fare qualcosa.

“Di che ti lagni?” dicevano i vecchi, drizzandosi sulle loro schiene indolenzite.

Il vecchio, non capito né dentro né fuori casa, non sapeva come consumare il giorno: sedeva su di una pietra davanti casa; gettava mollicucce alle galline che gli giravano tra le scarpe.

 
(Tullio Consalvatico)

Periodo un po’ così…. ma passerà, prometto!
Mi sto già impegnando.
Buona giornata a tutti.

I genitori elicottero e altri

Qual è l’insegnante degno di tuo figlio? Nessuno, in genere.

Gli esperti inglesi hanno creato una categoria sociale, quella dei <<genitori elicottero>>, quelli che sovrastano la vita dei figli, volteggiano loro sopra, sovrintendendo a ogni loro scelta osservando ogni loro azione. Un genitore elicottero volteggia anche sopra il maestro di scuola, lo giudica, lo contesta, ne mette in luce continuamente l’incapacità di individuare e sviluppare il talento del figlio. Il genitore elicottero, davanti a un ostacolo incontrato dal figlio, non aiuta il bambino a superarlo, denuncia piuttosto l’esistenza dell’ostacolo e cerca di rimuoverlo in tutti i modi. Il bambino aspetta, mentre babbo e mamma fanno atterrare l’elicottero vicino al luogo del delitto e risolvono la questione.

Questa non è altro, spiega Ammaniti, che <<un’intrusione dei genitori nella vita dei figli, che per certi versi rimangono a lungo dipendenti dai propri genitori, incapaci di prendere le proprie decisioni e di affrontare la vita con le proprie gambe>>.

Il genitore che si intromette nella vita del figlio può assumere diversi aspetti: può essere l’agente del figlio, comportandosi, racconta Cinzia Sasso su <<la Repubblica>>, <<come il procuratore di un campione di calcio: prende gli accordi,  definisce i contratti, smussa gli angoli delle difficoltà>>. Può essere un genitore cavaliere, <<che si materializza appena sorge un problema. Arriva, lo risolve, sparisce di nuovo dietro le quinte>>. Può essere un falco, <<temuto dai professori e datori di lavoro, è disposto a tutto pur di garantire al figlio una posizione di rilievo>>. Il banchiere risolve i problemi finanziari, il bodyguard sostituisce il figlio in tutte le situazioni imbarazzanti: ti vergogni di fare qualcosa? Arriva papà.

Ricordo un padre che affittò una moto per il figlio che doveva andare a una festa fuori Roma, vista che la sua era dal meccanico e che non sarebbe stato dignitoso, per un sedicenne, essere accompagnato dai genitori.

Ricordo la festa per il settimo compleanno di una bambina organizzata nelle sale dell’Hilton di Roma. Agli angoli della sala camerieri vestiti da Cenerentola, Biancaneve, Topolino, Shrek servivano hamburger e hot dog ai piccoli invitati, mentre colleghi in livrea servivano il salmone ai genitori. Una stanza dell’hotel era stata affittata come magazzino, per tenere i regali ricevuti e quelli di ospitalità: ogni bambino intervenuto alla festa se ne sarebbe andato via con una pista Polistil o con un set Barbie.

Quando è stato domandato a tate e badanti straniere di dare un giudizio sui nostri bambini, rumene, moldave o filippine hanno bocciato in toto il nostro modello educativo. Il 50,9 per cento delle intervistate ha definito maleducati i nostri bambini: questi ultimi risultano ai loro occhi viziati, capricciosi, disobbedienti. I genitori, secondo donne che ormai vivono stabilmente nelle nostre famiglie e che quindi hanno maturato un giudizio piuttosto circostanziato, <<dovrebbero essere più severi>>.

(Giovanni Floris – “La fabbrica degli ignoranti”)

Conosco (e ne ho conosciuti anche qui) genitori che nulla hanno a che fare con quelli descritti da Floris, ma è indubbio che la categoria di cui sopra sta prendendo sempre più il sopravvento sull’altra.

O perlomeno questo è quello che traspare quando hai la possibilità di valutare la situazione attraverso quell’osservatorio privilegiato che è la scuola. 

Attendo i vostri commenti.

Buon

Giusy

Genitori e figli

“I genitori italiani, per la stragrande maggioranza, sono dei cattivi educatori. Vuoi per eccesso di sentimentalismo, vuoi per ignoranza, vuoi per pigrizia. E’ infatti assai più faticoso educare un figlio, attrezzarlo per combattere validamente la lotta per la vita, che trattarlo fino a trent’anni come un bambino.

Costa assai meno regalare al figlio un patrimonio che insegnargli come si conquista e si amministra un patrimonio.

Ma gli italiani sono dei cattivi educatori anche perchè i figli vengono utilizzati nel ruolo di “vendicatori”:

<<Noi abbiamo potuto comprare una misera auto utilitaria usata a quarant’anni e nostro figlio, a diciotto anni, deve avere una fuoriserie. Noi abbiamo risparmiato il centesimo: nostro figlio a vent’anni deve avere le tasche piene di banconote da 100.000 lire…>>.

Oppure: <<Noi non siamo riusciti a diventare persone importanti. Diventerà importante nostro figlio!>>.

Quanti infelici creati da questo strano amore dei genitori. Quanti giovani spinti fuori dalla loro vera strada, costretti a svolgere attività a essi non adatte!

Questi genitori tolgono ai figli il piacere della conquista, il rispetto per la loro personalità, e creano quegli scontenti che poi si ribellano alla società ingerendo droga, rapinando per divertimento o scatenando rivoluzioni………………..

…………………………………………………………………………………………………

Noi vecchi speriamo solo nei giovani. Non perchè sono migliori di noi, come dicono e scrivono i demagoghi in cerca di clientele, ma perchè sono più giovani di noi. Chi ha costruito qualcosa, sia pure di molto modesto, dovrà ai giovani se ne rimarrà il ricordo. Non tutto finirà con noi e coi nostri coetanei.

<<Non c’è che una gioventù nella vita e si passa il resto dei nostri giorni a rimpiangerla e nulla al mondo è più meravigioso e più commovente.>>

Così dice nel suo singolarissimo e affascinante romanzo I sette colori Robert Brasillach il quale, disgraziatamente, non potè rimpingere a lungo la sua giovinezza perchè, nel 1945, a soli 36 anni, venne fucilato per avere aderito al governo di Vichy. E’ profondamente vero e lo tengano pesente i giovani che pensano, parlano e agiscono come vecchierelli per mascherare la loro giovinezza, di cui sembra che si vergognino.

Lo tengano presente quei tali giovani, perchè non avranno più niente da ricordare, niente da rimpiangere. Alberi senza radici profondamente piantati nella terra, il primo vento di tempesta li abbatterà.

Io sono una annosa pianta con molti rami spezzati ma col tronco saldamente radicato nella terra, e ho superato facilmente tante bufere.

Posseggo un grosso capitale che nessuna inflazione, nessuna rivoluzione potrà mai portarmi via: il ricordo vivo di una giovinezza vissuta e mai tradita.

E il ricordo di quei cinque, o dieci o quindici giorni che rappresentano nella vita di ogni uomo, anche dell’uomo che campa cent’anni, qualcosa di diverso, d’importante, d’indimenticabile.

La vita è breve proprio per questo: anche se si campa un secolo, si <<vivono>> pochissimi giorni.”

(da “Chi sogna nuovi gerani? – Autobiografia di Giovannino Guareschi” – Carlotta e Alberto Guareschi – 1993)

Che dire?…. Se consideriamo che Guareschi è morto nel lontano 1968, i casi sono due: o quest’uomo era in grado di prevedere il futuro, o le cose in quarant’anni non sono cambiate granchè….

Mamme moderne

MAMME

1)Mattino. Ore 8.15 davanti alla scuola. Due mamme, sigaretta in mano, “conversano” amabilmente mentre i loro bimbi (classe 1^) sbocconcellano una Kinder brioss (ah, la comodità della colazione pronta!). Mentre passo loro accanto (si vede che sono una maestra? sì, sì, si vede… si vede… ) colgo questo commento: “Ah, io gliel’ho detto, gli ho detto: tu glielo devi dire a quella stordita della tua maestra! E metti il libro, e togli il libro, e guarda il quaderno, e firma il diario! E che due co**ioni! E che crede! che non c’ho un c***o da fare?” (Brava signora, penso io, suo figlio diventerà bravissimo in scienze, soprattutto nello studio del corpo umano!)

2)Questa è un po’ datata, ma la ricordo come fosse oggi. Al colloquio bimestrale si presenta una mamma la cui bimba (classe 5^) non vuol saperne di aprire un libro a casa. Già non è una cima, se poi latita anche l’impegno… La mamma sospira… “Eh, non assomiglia a me! A me, la scuola mi piaceva! (si vede) Pensi che rispondo ancora a tutte le domande de “Il pranzo è servito”!” (per chi non fosse della mia epoca: erano prevalentemente domande su TV, gossip e ciarpame vario).

3)Questa non è capitata a me, ma ad una giovane collega del circolo. Scuola di paese. Bambina difficile proveniente da famiglia altrettanto difficile. La maestra scrive sul diario chiedendo un colloquio con la mamma, la quale non si presenta. Questo per diversi giorni fino a quando la collega riesce ad incontrarla all’uscita della scuola. “Senta, scusi, avrei bisogno di parlare con lei circa il comportamento di sua figlia…” “Sì, lo so, lo so, è una peste, ma io che ci posso fare? Mica ci sono io a scuola, c’è lei! E poi, guardi, con tutti i c***i che mi girano per casa, non ho certo il tempo di preoccuparmi anche per questo!” La giovane maestra, essendo appunto giovane, rimane a bocca aperta, senza parole. Eh lì, … ci voleva una d’annata… (l’ho scritto con l’apostrofo, ma andava bene anche senza…) e con la risposta pronta.

Mi sono dilungata un po’, invece di uno ne ho messi tre, ma legavano così bene che… mi sembrava un delitto dover scegliere! Se vi ho tediati, chiedo scusa. Se invece vi siete divertiti, bene. Ricordate però che sono storie vere di umana follia, storie con le quali ci confrontiamo e misuriamo tutti i giorni. Noi possiamo anche mettere l’anima nel nostro lavoro, dare più di quel che abbiamo, ma se i modelli a casa sono questi…. signori miei, che si pretende da ‘sti poveri bambini?