Eccoci qua a programmare il weekend: andiamo al mare o in piscina? In montagna o in campagna?
Non c’era una volta il weekend. Qualcuno andava via il sabato e tornava la domenica, ma senza sapere che stava facendo “uichènd”, termine entrato in uso negli ultimi anni. Oggi non si parla d’altro.
Il weekend in origine era un lusso: le vacanze più o meno lunghe, più o meno impegnative, più o meno costose, le facevano tutti; il weekend era un extra: roba da ricchi. Oggi è diventato un’abitudine da poveri: lo si fa al posto delle vacanze. Un giretto di qua, una scappata di là, e l’estate passa così, tra una città d’arte (un po’ di cultura non fa mai male) e uno scivolo in piscina (ah, che fresco rinfresco!), tra un’escursione alpina (andiamo a comprare il formaggio in quell’alpeggio) e un giro tra le cascine (eh…. il miele del signor Baldi…!). Si chiama “diversificare le vacanze”, vuol dire “ghe n’è minga, ghe n’è pù!”
Scherzi a parte, ma neanche poi tanto, la crisi ha un po’ modificato le abitudini degli italiani, e non solo.
Per esempio, ricordo che l’anno scorso al mare gli albergatori rispondevano al telefono o a chi entrava chiedendo una stanza dicendo: “Mi spiace, siamo pieni fino al 28″, e poi vedevi per tutta la località cartelli con scritto “Affittasi”. Parlando con la nostra signora Emilia, la proprietaria dell’albergo in cui alloggiavamo, abbiamo risolto il rompicapo: “Eh, signori miei, non è più come una volta! Le due settimane piene, se non addirittura tre, oggi son roba rara! 8-10 giorni… a volte ci si accontenta anche di 4 o 5… e che vogliamo fare? Dire di no e tenerci le camere vuote?” E infatti era un continuo andirivieni, ogni giorno c’era gente che andava e veniva, mentre la maggior parte degli appartamenti restava inesorabilmente vuota. Molti proprietari si sono adeguati accontentandosi di affittare il loro appartamento anche per una sola settimana… la praticità lomellina afferma che “pitòst che gnént, l’è mej pitòst”, filosofia sposata da molti, ultimamente.

Stiamo assistendo ad estati di grandi vuoti fra gli ombrelloni (mai visti così tanti chiusi come l’anno scorso) che si riempiono solo nel fine-settimana: vacanza mordi e fuggi.
Ai tempi d’oro il weekend tendeva ad allungarsi: per evitare il fine settimana di massa, si anticipava la partenza al venerdì sera, poi al venerdì mattina, poi al giovedì notte; si rientrava il lunedì mattina, poi il lunedì notte. Era diventato un week senza end.
Adesso il weekend si è ridotto all’osso, e il motivo non è solo la crisi, ma anche per evitare code e intasamenti: si posticipa la partenza e si anticipa il rientro. I giornali si ostinano a consigliare le partenze intelligenti, ma questo è un popolo di di geni e, per sopravvivere, bisogna essere più geni degli altri. Basta che qualcuno la domenica a mezzogiorno sotto l’ombrellone tenti di svignarsela alla chetichella, con l’aria di volersi fare solo una doccia, ed è un fuggi fuggi generale verso le auto arroventate, per anticipare le code ai caselli.
E così al ristorante: appena uno si alza, tutti chiedono il conto per non farsi fregare due minuti di vantaggio.
Qualche weekendista navigato, dopo aver sperimentato che ci si imbottiglia a tutte le ore, si mette in marcia la mezzanotte del sabato, piomba al mare come un missile, fa una nuotata all’alba e la domenica è già a casa per l’ora di pranzo, al sicuro (più che mordi e fuggi, direi “fuggi per mordere”). Due partenze intelligentissime, anche se il weekend è un po’ cretino.
Allora mi viene da pensare che probabilmente il weekend perfetto è quando ci si sveglia la mattina, si spalanca la finestra sulla pioggia, si pensa “che bello c’è brutto”, e si torna a letto.
