Oooooooh…. bene!

L’estate sta finendo e un anno se ne va, dicevano i Righeira un eone fa.
La montagna, purtroppo, è già un ricordo; settembre andiamo è tempo di migrare è alle porte, giusto dietro l’angolo; le giornate si accorciano e le stelle stanno a guardare; l’estate sta regalandoci gli ultimi colpi di coda, e che colpi…. e la Peppina?

La Peppina sta togliendo ragnatele e rifornendo il bar: ci aspetta un anno di duro lavoro…. e che, non vogliamo passarlo insieme?

Buona ripresa e a presto!

Pillolina…

 …DI MEZZA ESTATE

“È impossibile godere pienamente dell’ozio

se non hai un sacco di cose da fare.”

(Jerome K. Jerome)

E non potrebbe essere più vero di così!
Come sono preziosi quei rari momenti di quiete quando riusciamo a sottrarci alla montagna di impegni (dovuti o voluti) che ci attendono ogni giorno non appena apriamo gli occhi! Sono lì, in agguato, in paziente attesa ma allo stesso tempo impazienti di affrontarci e di essere affrontati.
Così, questo piccolo spazio che riesco a ritagliarmi, mi dà più soddisfazione di un mese di vacanza ai Caraibi (ehm… in qualche modo dovrò pur darmi coraggio, no?)

La scuola è finita. Amen e così sia. L’anno è volato e solo la stanchezza mi rende consapevole di tutto il carico che mi sono portata sulle spalle.
Ora è tempo di riorganizzare le idee, di pensare all’anno che verrà, ai progetti, alle attività, allo sfondo integratore… sì, perché se non lo faccio ora che il motore è ancora caldo, poi mi piglia la pigrizia e buonanotte suonatori, il filo si spezza e ritrovare i capi da annodare diventa un’impresa titanica.

Contemporaneamente, la casa richiede attenzione. Le grandi pulizie che le brave massaie fanno per Pasqua e che io rinvio sempre alle vacanze estive, mi toccano il tempo… è ora che dia retta anche a loro.

Tutto questo non è molto diverso dagli altri anni, lo so, ma quest’anno lo scoglio più grande è la testa, presa da altre preoccupazioni, da pensieri più grandi di me, da guai che non ho causato io ma che io devo risolvere… ecco cosa rende tutto più difficile, cosa toglie entusiasmo, cosa fa sembrare il tutto più pesante del solito.

Confido nella buona sorte, pur sapendo che “chi vive sperando muore… a Montecatini”, ma non posso permettermi di non aver fiducia, sarebbe un suicidio di energie in più.

Buone vacanze a tutti, che sia mare o che sia montagna, che si resti o che si vada, che sia riposo oppure no, godetevi i vostri momenti di ozio: sono sicura che saranno strameritati.

Un abbraccio caldo caldo
Giusy

Orari strani

Mi rivolgo in particolar modo alle colleghe che passano di qua:

Ma anche voi siete ancora sommerse da carte e cartacce, libri e registri, fogli e libelli, e chi più ne ha più ne metta?

Mattino e pomeriggio a scuola, ancora e ancora, e quel poco tempo libero se ne va nella revisione/sistemazione del materiale prodotto durante la mattina o nella preparazione/ricerca di quello che servirà il giorno dopo.

Tutto questo in un forno crematorio.

Vva buò… buona estate va’…. che quella almeno è arrivata!

Agosto addio

Esodo e controesodo. Grande novità d’agosto.

Come si diceva qualche tempo fa, i giornali e la TV potrebbero anche evitare di raccontare tutti gli anni, nei fine settimana d’agosto, quante auto circolano su strade, autostrade e tratturi di montagna; quanta gente staziona negli aeroporti in attesa di voli che non si sa se partiranno; che bivacca nelle stazioni ferroviarie aspettando treni che in questo periodo hanno l’aspetto (e l’odore) di scatole di sardine sott’olio; che si accampa sulle banchine dei porti scrutando il mare per sapere se la nave arriverà oppure no o se partirà oppure no.

Oramai ci siamo abituati, fa parte di quel bagaglio d’informazioni che, a pari merito col caldo d’estate e il freddo d’inverno, la corsa ai saldi e ai regali di Natale, non manca ogni anno di allietare le nostre serate casalinghe attorno alla tavola, tra una carbonara d’inverno e una caprese d’estate.

Col mese d’agosto se ne vanno anche tutte le considerazioni filosofiche che ci hanno sfiorato quando, buttando l’occhio sul conto della pizzeria Marechiaro o del ristorante Da Nino pesce sempre fresco, e facendo quattro calcoli sui tovagliolini di carta, ci siamo resi conto che questi signori guadagnano in 3-4 mesi quello che che a noi costa la fatica di un anno intero. Per un attimo abbiamo anche pensato: perché no, perché non possiamo farlo anche noi? Poi, una volta riposta la carta magica nella sua plastichina, così non rischia di smagnetizzarsi e di lasciarci così nelle teppe per il resto della vacanza, non ci pensiamo più. Paghiamo il dovuto e anche il non dovuto e torniamo all’albergo che chiede al giorno il triplo della quota della bassa stagione, e anche qui ci domandiamo: ma perché? In fin dei conti il servizio che offre è identico, lo sappiamo per certo perché abbiamo fatto anche la prova! Ma anche questo pensiero passa e se ne va.

Quello che invece non riesce proprio ad andare giù, o, se ci va, non lo digeriamo e ci rimane sullo stomaco almeno fino a Natale, è il fatto dei lettini a castello. No, non sto parlando dei lettini dell’albergo: lì, per quanto sia piccola la camera, riescono sempre a farci stare un matrimoniale e all’occorrenza anche uno o due lettini per la prole (non parliamo poi del bagno: anche i puffi avrebbero problemi a muoversi in quei cubicoli!), ma dei lettini della spiaggia, quelli che “2 lettini e 1 ombrellone” costano come una Ferrari ed occupano il posto di una Smart.

Sarà che negli ultimi anni mi ero abituata allo spazio di Lignano Pineta, sarà che più passano gli anni più divento intollerante, sarà che se penso di andare al mare le due settimane centrali di agosto e pretendo di avere lo spazio per girarmi senza urtare nulla e nessuno sono una deficiente, fatto sta che ho avuto crisi di claustrofobia: file e file di lettini e ombrelloni talmente vicini da sembrare uno sull’altro, più che uno accanto all’altro. Da lì la denominazione di “lettini a castello”. Se poi ti ritrovi accanto una famiglia di 5 persone (con 3 figli dai 13 ai 17 anni) rumorosa, caciarona e invadente, con pure parenti al seguito due file più in là, ma che stanno sempre qua, perchè altrimenti che ci siamo andati a fare in ferie insieme se poi dobbiamo star lontani… beh, capirete il perché non vedevo l’ora di tornare a casa!

Capisco che sia il periodo sbagliato, ma che i gestori della spiaggia vogliano guadagnare il più possibile mettendo file di ombrelloni non solo uno sull’altro, ma anche nei corridoi di passaggio, obbligando così i bagnanti a perdersi nel labirinto di Arianna per raggiungere il mare o, peggio ancora, per ritornare alla propria “cella” dopo l’ora d’aria (e infatti sapeste quanti bambini si sono persi in quel mare arancione tutto uguale!), mi sembra un tantino eccessivo. Ogni 2 x 3 vedevi qualcuno vagare con lo sguardo smarrito, con gli occhi che scrutavano l’imperscrutabile per riuscire a cogliere un lembo di telo-mare amico, una maglietta svolazzante nota, una borsa da spiaggia conosciuta come fossero boe in mezzo al mare, un mare di teli, di magliette, di borse tutte uguali.

L’anno prossimo ricordatemi quel che ho scritto oggi, quando sognerò il mare ad agosto, ve ne sarò eternamente grata.

Dunque dunque…

… dove eravamo rimasti?

Eravamo rimasti ai motivi della mia lunga assenza, se non vado errata.
Avevo scritto tutto stamattina, ma ancora non ho capito il perché, all’improvviso il post è sparito, e mò…. me tocca de ripeterme!

Io però non sono brava a ripetere, chissà com’è, quando provo a riscrivere quello che avevo prodotto, mi esce sempre qualcosa di diverso.

Allora: ho sistemato il mio nido (casa mia casa mia per piccina che tu sia tu mi sembri una badi….lata sui denti), poi son passata a quello di mia suocera (cucina, quadri, soprammobili, cuscini, divani….), le ho ripulito il cortile dalle erbacce, sradicato le piante di zucchine e pomodori che non producevano più ed estirpato erbacce pure nell’orto, potato rose ed erica, tagliato piante di gigli e gladioli che ormai avevano dato quel che avevano da dare, zappettato il terreno del giardino ricavandone anche una bella vescica sulla mano destra e diversi graffi di spine di rose… e parecchi altri lavoretti, dentro e fuori casa.

Ora sto catalogando libri ed affini: quel che serve a portata di mano, quel che per il momento non è utilizzabile…. ecco, bel problema… devo trovare un posto per tutto quel materiale che non mi servirà quest’anno e mi sto rendendo conto che posto non ne ho più. Dovrò, come mio solito, fingere di giocare a Tetris ed incastrare tutto per benino…. inventarmi qualche soluzione… diventare una piccola prestidigitatrice… insomma: qualcosa farò, così non va.

Oh, poi devo informarvi che sto lasciando andare il rosso: Azalea sta tornando bionda. Da luglio, complice anche il sole estivo e l’acqua salata, niente più rosso sui capelli, ora sono un biondo ramato che devo dire non mi dispiace affatto… ci vorrà del tempo, ma spariranno le tracce del colpo di testa. Non è più tempo per pazziate. Come dice il proverbio: ogni cosa a suo tempo e un tempo per ogni cosa (oddio, forse dice “cosa” e “posto”, e non “tempo”, ma per me sono valide entrambe le versioni).

Infine, sto visionando divani lampade e tavolini a gogò, poiché devo (sì, esatto, DEVO, non VOGLIO) rinnovare il salotto… e qui, altro tempo che se ne va.

Come avrete capito, sono in un periodo di cambiamenti: qualcosa sulla mia persona – il colore dei capelli; qualcosa in casa – i divani; qualcosa sul lavoro – da teacher su 8/10 classi a insegnante unica in prima… è un bel salto!

Chissà che ne sarà di questo povero blog….! In mezzo a tutte queste novità, questi cambiamenti, questi impegni… rischia di passare in secondo piano, e a me non piace fare le cose a metà. Quindi, io ci provo a portarlo avanti, ma dovessi vedere che la situazione rimane quella degli ultimi mesi… mah, non so, non voglio pensarci adesso… come dicevo poc’anzi: ogni cosa a suo tempo!

Prossimamente, alcune considerazioni sulle vacanze appena trascorse (sigh!…. ma dove sono finite? Ben ragione aveva il buon Giacomo: quanto è più bello il tempo dell’attesa…..!).

Bene, ora, prima che sparisca tutto di nuovo, chiudo qua e vi lascio l’augurio di una buona serata (come si fa in fretta a riprendere le vecchie abitudini, vero?).

Baci e abbracci (mi pagassero almeno la sponsorizzazione…)

Tormentoni d’estate

Ricordate quella storiella che narrava come alcuni amici, per ovviare al fatto che si raccontavano sempre le solite barzellette, le avevano numerate? Così uno diceva: 9!, gli altri sorridevano; un altro diceva 18!, e il resto della comitiva giù a sghignazzare,… e intanto passavano il tempo.

Bene, la stessa cosa potrebbero farla giornali e TV: numerare le frasi che da anni ci sentiamo ripetere. Puntualmente. Ogni estate.
Pensate a quanto tempo (TV) e quanta carta (giornali) si risparmierebbero!

Io comincio con qualche esempio, poi lascio continuare voi, che siete più bravi di me.

“L’afflusso degli stranieri ha smentito ogni pessimistica previsione” (6)

“Dal consumo di elettricità e di pane, si calcola che in città sia rimasto il 25% della popolazione” (25)

“Approfittando del tradizionale esodo dei romani, i turisti si sono sentiti padroni della città” (13)

“I milanesi rimasti non hanno rinunciato alla tradizionale passeggiata in Galleria alla ricerca di un po’ di fresco” (15)

“Sono in arrivo i temporali” (3)

“Al valico del Brennero le code di autoveicoli hanno raggiunto i 10 km” (12)

“Per trovare refrigerio alla calura, i turisti non hanno resistito al tradizionale pediluvio nella Fontana di Trevi” (33)

“In previsione del grande esodo sono stati intensificati i controlli della Stradale” con foto di agente munito di Autovelox o Telelaser o … (41)

“Vergogna! Centinaia di turisti sono rimasti delusi dalla chiusura per ferie del museo!” con foto (27)

Continuate voi….

Ma che avete capito?

Mi rendo conto che il mio ultimo post poteva essere un tantinello fuorviante, ma non sono in vacanza e nemmeno in partenza…. son qua, ancora con voi, poco, ma ci sono. E sono pronta a lasciarvi un altro dei miei ricordi. Se vi va.

AL PULASTRIN

Ovvero “il pulcino”. Così mi chiamavano quand’ero piccola… no, meglio, quand’ero bambina (che piccola lo sono pure adesso).
In seconda elementare, alla visita medica (che allora era prassi: peso, altezza, polmoni…) risultai essere uno scricciolo di 18 kg. La dottoressa e la maestra mi dissero: “Ma mangi?”, “Sì” risposi. “Ma devi mangiare delle belle bistecche!” mi esortarono. E io: “Ma le bistecche costano care, e i miei genitori non le comprano!” (Bugiarda più di Pinocchio: la carne non mi piaceva, punto e basta.). Inutile dire che i miei si alterarono alquanto e la mamma andò dalla maestra a spiegare l’equivoco. Il fatto è che per me il cibo è sempre stato un elemento di disturbo, avevo sempre altre cose da fare, più importanti. Mangiare era solo una perdita di tempo. Naturale che per me non andasse mai bene niente, non mi piaceva nulla!

Per correre ai ripari i miei decisero di mandarmi “in pensione” dai miei zii, al mare, nel Veneto. Cioè, non proprio al mare, loro abitavano in una cascina vicino a Cavanella d’Adige (VE), una cascina che per raggiungerla dovevi percorrere una strada sterrata lunga lunga dritta dritta, una strada ricoperta da una spanna di polvere nera. Ma l’aria era comununque buona, sicuramente migliore di quella della Lomellina.

E per me, era il Paradiso.

Dovete sapere che la famiglia dei miei zii è una di quelle famiglie tipiche venete: 7 figli 7! L’unica sorella di mia mamma che ha portato avanti la tradizione della famiglia numerosa, l’unica sorella rimasta là: gli altri tutti qui e tutti con 1 o 2 figli. Stop.

Io arrivavo alla fine di giugno e ripartivo (fra le lacrime) alla fine di settembre (allora la scuola iniziava il 1° ottobre, San Remigio). E ricordatevi che allora non c’erano i cellulari, ma neanche il telefono in casa! Scrivevo una letterina ogni tanto e amen. Vivevo le mie vacanze felice come una Pasqua.

Immaginate di trovarvi improvvisamente in una colonia: a questo poteva essere paragonata allora la loro casa: mamma, papà, 5 figli (gli ultimi due ancora non erano nati), una nonna, il fratello di mio zio con moglie e due figli (destinati nel tempo a diventare 5). Già, nella stessa casa convivevano due famiglie. Per una che arrivava da un nucleo familiare di tre persone (mia sorella ancora non aveva preso il diretto dei 9 mesi), un bel salto, non vi pare?

E che facevo? Giocavo, questo sicuramente, ma anche lavoravo. Del telefono azzurro ancora non c’erano neppure i cavi, e i bambini dovevano aiutare: la terra era tanta, gli animali pure, le persone non mancavano e c’era da fare per tutti.
Quindi:

-si andava in campagna a “curare i radici”, cioè mondare dalle erbacce campi e campi di radicchio rosso (una mia zia acquisita, che del dialetto veneto conosceva sì e no tre parole, sentendo dire ”a ghemo d’andare a curare i radici”, ci chiese: “Perché li devono curare? Hanno paura che glieli portino via?” Tipiche incomprensioni della lingua);

-si andava poi a trapiantarli quand’era ora, e ad annaffiarli;

-si andava a “cavar patate”, il mio lavoro preferito: la soddisfazione di veder uscire dalla terra quei bei tuberi! E si faceva a gara con i miei cugini per vedere chi ne raccoglieva di più. E non mi facevano schifo neppure gli insetti che saltavano fuori dal terreno;

-si andava a zappare il mais, ovvero “a sapàre el formentòn”: ma per me la zappetta non c’era, e allora io strappavo con le mani, strappavo e tiravo e sbuffavo e sudavo, e quella polvere nera mi si appiccicava addosso in un modo tale che alla fine della giornata mi si vedevano solo gli occhi;

-poi c’era da sgranar piselli e fagioli e anche il granturco, dar da mangiare a galline e pollame vario (avevano di tutto), da raccoglier le uova, preparare il pastone per i maiali, e avevano anche la stalla, con tante mucche e due tori, così si beveva il latte direttamente dal bidone: che sapore, ragazzi…;

-e poi c’erano tanti letti da fare, il bucato nell’aia, la tavola da apparecchiare e sparecchiare, il giardino e l’orto da accudire….

Ma giocavamo anche tanto: quante corse, e quanti salti giù dai fienili per vedere chi era più coraggioso… mai tirata indietro… sia mai!
Ricordo che una volta stavamo giocando nel cortile e siamo finiti pericolosamente vicino all’aratro, troppo vicino, tanto che una spinta mi fece sbattere contro una lama affilata e lucente: ancora oggi, appena sotto l’occhio destro, si vede una piccola cicatrice, soprattutto quando mi abbronzo un po’. Diciamo che è andata bene, poteva finire molto peggio, anche se al momento si sono spaventati tutti parecchio: quanto sangue… lo ricordo ancora, rosso vivo sull’argento dell’acciaio…. brrrr!

La domenica si andava a messa, e siccome eravamo in tanti occorreva fare due turni: alla prima messa del mattino le donne, che poi dovevano preparare il pranzo; a “messa grande”, quella delle 10.30, uomini e bambini. Si partiva con le macchine e si andava in paese. Un rito era la liquirizia alla fine della messa, nel negozietto lì accanto, e l’acquisto della “Settimana enigmistica” che i più grandi si contendevano con liti e trabocchetti non appena giunti a casa. Ho imparato lì ad amarla.

Il pranzo era una lunga tavolata, pastasciutta, polli arrosto, zuppiere di cetrioli… Lì ho imparato a mangiare la polenta, le cozze, i cetrioli (non puoi sapere se non ti piacciono se prima non li assaggi! Prova, se poi non ti piace non te lo diciamo più. E puntualmente scoprivo qualche meraviglia del palato… ma forse era la fame da lavoro e l’aria buona che mi facevano sembrare tutto così saporito!).

Nel pomeriggio si andava al mare: la meta più comune era Rosolina Mare, ma ogni tanto ci si concedeva anche Sottomarina, più lontana e più caruccia, perché più rinomata. Ma Rosolina mi è nel cuore: ci sono tornata poi ancora per anni e anni in vacanza con i miei, e poi ancora già sposata e mamma… e mentre ne parlo mi rendo conto che mi manca. (O forse mi mancano quegli anni, gli anni dell’adolescenza e della spensieratezza, i miei cugini e i loro amici, una compagnia numerosa e rumorosa e sempre allegra, qualche cottarella, tanta tintarella….)

Insomma, il tempo volava, le giornate, pur essendo le più lunghe dell’anno, sembravano cortissime, e si portavano via le settimane, e le settimane i mesi…. così, in un battibaleno, ecco la macchina di papà arrivare lungo quella stradina polverosa, ecco il groppo in gola: la pacchia era finita, si tornava a casa.

Ebbene, pensate che tutti quei mesi di mare e lavoro e gioco e buon cibo siano serviti a qualcosa?
Vi dico solo questo.
Primo giorno alla scuola media: la preside sul ballatoio chiama uno per uno gli alunni di prima che si apprestano ad iniziare il nuovo corso di studi e, con esso, un nuovo capitolo della loro vita. Arriviamo alla sezione D, la mia. Io sono l’ultima, il mio cognome comincia con la Z. Quando arrivo in cima alla scala la preside e la prof di italiano mi guardano, si guardano, mi riguardano e mi dicono: “Ma, bambina, sei sicura che dovevi venire qui? Non è che dovevi andare nell’altra scuola, quella elementare che c’è nell’altra piazza un po’ più in là?”

Ecco qua, questa sono io.

Questa della descrizione, non questa del disegno, sia chiaro!

Tempo di weekend

Eccoci qua a programmare il weekend: andiamo al mare o in piscina? In montagna o in campagna?

Non c’era una volta il weekend. Qualcuno andava via il sabato e tornava la domenica, ma senza sapere che stava facendo “uichènd”, termine entrato in uso negli ultimi anni. Oggi non si parla d’altro.

Il weekend in origine era un lusso: le vacanze più o meno lunghe, più o meno impegnative, più o meno costose, le facevano tutti; il weekend era un extra: roba da ricchi. Oggi è diventato un’abitudine da poveri: lo si fa al posto delle vacanze. Un giretto di qua, una scappata di là, e l’estate passa così, tra una città d’arte (un po’ di cultura non fa mai male) e uno scivolo in piscina (ah, che fresco rinfresco!), tra un’escursione alpina (andiamo a comprare il formaggio in quell’alpeggio) e un giro tra le cascine (eh…. il miele del signor Baldi…!). Si chiama “diversificare le vacanze”, vuol dire “ghe n’è minga, ghe n’è pù!”

Scherzi a parte, ma neanche poi tanto, la crisi ha un po’ modificato le abitudini degli italiani, e non solo.
Per esempio, ricordo che l’anno scorso al mare gli albergatori rispondevano al telefono o a chi entrava chiedendo una stanza dicendo: “Mi spiace, siamo pieni fino al 28″, e poi vedevi per tutta la località cartelli con scritto “Affittasi”. Parlando con la nostra signora Emilia, la proprietaria dell’albergo in cui alloggiavamo, abbiamo risolto il rompicapo: “Eh, signori miei, non è più come una volta! Le due settimane piene, se non addirittura tre, oggi son roba rara! 8-10 giorni… a volte ci si accontenta anche di 4 o 5… e che vogliamo fare? Dire di no e tenerci le camere vuote?” E infatti era un continuo andirivieni, ogni giorno c’era gente che andava e veniva, mentre la maggior parte degli appartamenti restava inesorabilmente vuota. Molti proprietari si sono adeguati accontentandosi di affittare il loro appartamento anche per una sola settimana… la praticità lomellina afferma che “pitòst che gnént, l’è mej pitòst”, filosofia sposata da molti, ultimamente.

Stiamo assistendo ad estati di grandi vuoti fra gli ombrelloni (mai visti così tanti chiusi come l’anno scorso) che si riempiono solo nel fine-settimana: vacanza mordi e fuggi.

Ai tempi d’oro il weekend tendeva ad allungarsi: per evitare il fine settimana di massa, si anticipava la partenza al venerdì sera, poi al venerdì mattina, poi al giovedì notte; si rientrava il lunedì mattina, poi il lunedì notte. Era diventato un week senza end.

Adesso il weekend si è ridotto all’osso, e il motivo non è solo la crisi, ma anche per evitare code e intasamenti: si posticipa la partenza e si anticipa il rientro. I giornali si ostinano a consigliare le partenze intelligenti, ma questo è un popolo di di geni e, per sopravvivere, bisogna essere più geni degli altri. Basta che qualcuno la domenica a mezzogiorno sotto l’ombrellone tenti di svignarsela alla chetichella, con l’aria di volersi fare solo una doccia, ed è un fuggi fuggi generale verso le auto arroventate, per anticipare le code ai caselli.
E così al ristorante: appena uno si alza, tutti chiedono il conto per non farsi fregare due minuti di vantaggio.

Qualche weekendista navigato, dopo aver sperimentato che ci si imbottiglia a tutte le ore, si mette in marcia la mezzanotte del sabato, piomba al mare come un missile, fa una nuotata all’alba e la domenica è già a casa per l’ora di pranzo, al sicuro (più che mordi e fuggi, direi “fuggi per mordere”). Due partenze intelligentissime, anche se il weekend è un po’ cretino.

Allora mi viene da pensare che probabilmente il weekend perfetto è quando ci si sveglia la mattina, si spalanca la finestra sulla pioggia, si pensa “che bello c’è brutto”, e si torna a letto.

Litha

Solstizio d’Estate

Intorno al 21 Giugno il Sole raggiunge lo Zenit, cioè il punto più alto sopra di noi. Il giorno così si spinge fino alla sua massima durata e la notte è la più corta dell’anno. In questo giorno inizia l’estate astronomica, e siamo nel pieno dell’estate agricola; il Solstizio d’Estate viene anche chiamato il giorno di Mezza Estate, mentre i Celti chiamavano questo giorno Litha, dal nome di una antica Dea simile a Demetra/Cerere.

Come il Solstizio d’Inverno e i due Equinozi, questa festa è un periodo di stasi, un momento in cui il Sole si trova in precario equilibrio e per qualche giorno sembra fermo sull’orizzonte, motivo per cui gli antichi svolgevano riti perché il Sole ricominciasse il suo ciclo infinito.

Il Solstizio d’Estate è un grande punto di passaggio della Ruota dell’Anno: si passa dalla fase crescente del Sole, periodo che va dal Solstizio d’Inverno al Solstizio d’Estate in cui il giorno cresce sulla notte, alla fase calante del Sole, periodo che va dal Solstizio d’Estate al Solstizio d’Inverno in cui la notte cresce sul giorno.

Nei miti nordici questo passaggio è rappresentato dall’eterna lotta tra il Re della Quercia, sovrano della parte crescente dell’anno, e il Re Agrifoglio, regnante della parte calante dell’anno. Lo scontro tra i due Re avviene durante i Solstizi: durante il Solstizio d’Estate il Re Quercia muore per lasciare posto al Re Agrifoglio, mentre durante il Solstizio d’Inverno il Re Agrifoglio perisce per far sì che il Re Quercia possa regnare. Quando uno dei sovrani muore va nel regno della Dea Arianrhood (Ruota d’Argento) per ritemprarsi in attesa della rinascita. Questa battaglia è comune in molte mitologie: esempi sono riportati nel “Ramo d’Oro” di Freazer e nei libri di Robert Graves.

Anche in molte tradizioni Wiccan questo duello viene simbolicamente riproposto, infatti il mito del Re Agrifoglio e del Re Quercia è presente nella ritualistica Gradneriana e Alexandriana, come di molte altre tradizioni più tarde.

Molte sono le antiche credenze e usanze collegate al Solstizio d’Estate, una festa indubbiamente collegata alla fertilità dei campi, infatti ciò che era stato piantato in precedenza comincia a farsi visibile, la Terra è rigogliosa, molti frutti e ortaggi vengono raccolti e mangiati o venduti, per permettere il sostentamento della comunità. Questo si ribaltava nei riti e negli usi delle popolazioni in alcuni paesi, come il Galles per esempio, dove c’erano e ci sono usanze legate alla fertilità della donna e dell’uomo o alla divinazione nei riguardi dell’amore.

Nella fase di cristianizzazione delle feste rurali, al Solstizio d’Estate è stata sovrapposta la festa di San Giovanni, che è considerata una festa per la raccolta di molte erbe, tra cui l’iperico (detta appunto ”erba di San Giovanni”) e vengono raccolte anche le noci ancora nel mallo verde per preparare dell’ottimo nocino.

Tra le tante tradizioni legate a questa festa, la più conosciuta è la raccolta della rugiada nella notte tra il 23 e il 24 Giugno. La rugiada raccolta in questa notte avrebbe capacità taumaturgiche di ogni tipo (le fanciulle se ne aspergevano il viso per diventare più belle) e in magia è utilizzata per molti incantesimii.

In alcune zone d’Italia viene messa all’aperto una brocca d’acqua con all’interno un chiaro d’uovo (in Lombardia viene chiamata la barchetta di San Giovanni);  al mattino del 24 si riprende la brocca:  in base alla forma che ha assunto il chiaro d’uovo si traggono auspici per il proseguo dell’anno, specialmente per quanto riguarda l’amore. In Brianza, se la forma dell’uovo assomiglia ad una barca, gli auspici sono ottimi.

Inutile dire che molte di queste tradizioni sono legate al mondo rurale e pagano, e che sono state assorbite poi dalle festività religiose cristiane, senza però snaturarne le origini e il senso delle stesse.

Essendo un punto di passaggio focale nell’anno agricolo ed astronomico, il Solstizio d’Estate è e rimane una festa dedita alla fertilità, ma soprattutto all’introspezione: si dovrebbe analizzare il cammino percorso per poter, nello sprint finale della Ruota dell’Anno, porre in essere quegli aggiustamenti necessari per avere un ottimo “raccolto” nelle festività successive.

(da “Speculum Deorum”)

Il Caffè della Peppina augura una Buona Estate a tutti quanti!