
Mi rendo conto che il mio ultimo post poteva essere un tantinello fuorviante, ma non sono in vacanza e nemmeno in partenza…. son qua, ancora con voi, poco, ma ci sono. E sono pronta a lasciarvi un altro dei miei ricordi. Se vi va.
AL PULASTRIN

Ovvero “il pulcino”. Così mi chiamavano quand’ero piccola… no, meglio, quand’ero bambina (che piccola lo sono pure adesso).
In seconda elementare, alla visita medica (che allora era prassi: peso, altezza, polmoni…) risultai essere uno scricciolo di 18 kg. La dottoressa e la maestra mi dissero: “Ma mangi?”, “Sì” risposi. “Ma devi mangiare delle belle bistecche!” mi esortarono. E io: “Ma le bistecche costano care, e i miei genitori non le comprano!” (Bugiarda più di Pinocchio: la carne non mi piaceva, punto e basta.). Inutile dire che i miei si alterarono alquanto e la mamma andò dalla maestra a spiegare l’equivoco. Il fatto è che per me il cibo è sempre stato un elemento di disturbo, avevo sempre altre cose da fare, più importanti. Mangiare era solo una perdita di tempo. Naturale che per me non andasse mai bene niente, non mi piaceva nulla!
Per correre ai ripari i miei decisero di mandarmi “in pensione” dai miei zii, al mare, nel Veneto. Cioè, non proprio al mare, loro abitavano in una cascina vicino a Cavanella d’Adige (VE), una cascina che per raggiungerla dovevi percorrere una strada sterrata lunga lunga dritta dritta, una strada ricoperta da una spanna di polvere nera. Ma l’aria era comununque buona, sicuramente migliore di quella della Lomellina.
E per me, era il Paradiso.
Dovete sapere che la famiglia dei miei zii è una di quelle famiglie tipiche venete: 7 figli 7! L’unica sorella di mia mamma che ha portato avanti la tradizione della famiglia numerosa, l’unica sorella rimasta là: gli altri tutti qui e tutti con 1 o 2 figli. Stop.
Io arrivavo alla fine di giugno e ripartivo (fra le lacrime) alla fine di settembre (allora la scuola iniziava il 1° ottobre, San Remigio). E ricordatevi che allora non c’erano i cellulari, ma neanche il telefono in casa! Scrivevo una letterina ogni tanto e amen. Vivevo le mie vacanze felice come una Pasqua.
Immaginate di trovarvi improvvisamente in una colonia: a questo poteva essere paragonata allora la loro casa: mamma, papà, 5 figli (gli ultimi due ancora non erano nati), una nonna, il fratello di mio zio con moglie e due figli (destinati nel tempo a diventare 5). Già, nella stessa casa convivevano due famiglie. Per una che arrivava da un nucleo familiare di tre persone (mia sorella ancora non aveva preso il diretto dei 9 mesi), un bel salto, non vi pare?
E che facevo? Giocavo, questo sicuramente, ma anche lavoravo. Del telefono azzurro ancora non c’erano neppure i cavi, e i bambini dovevano aiutare: la terra era tanta, gli animali pure, le persone non mancavano e c’era da fare per tutti.
Quindi:
-si andava in campagna a “curare i radici”, cioè mondare dalle erbacce campi e campi di radicchio rosso (una mia zia acquisita, che del dialetto veneto conosceva sì e no tre parole, sentendo dire ”a ghemo d’andare a curare i radici”, ci chiese: “Perché li devono curare? Hanno paura che glieli portino via?” Tipiche incomprensioni della lingua);
-si andava poi a trapiantarli quand’era ora, e ad annaffiarli;
-si andava a “cavar patate”, il mio lavoro preferito: la soddisfazione di veder uscire dalla terra quei bei tuberi! E si faceva a gara con i miei cugini per vedere chi ne raccoglieva di più. E non mi facevano schifo neppure gli insetti che saltavano fuori dal terreno;
-si andava a zappare il mais, ovvero “a sapàre el formentòn”: ma per me la zappetta non c’era, e allora io strappavo con le mani, strappavo e tiravo e sbuffavo e sudavo, e quella polvere nera mi si appiccicava addosso in un modo tale che alla fine della giornata mi si vedevano solo gli occhi;
-poi c’era da sgranar piselli e fagioli e anche il granturco, dar da mangiare a galline e pollame vario (avevano di tutto), da raccoglier le uova, preparare il pastone per i maiali, e avevano anche la stalla, con tante mucche e due tori, così si beveva il latte direttamente dal bidone: che sapore, ragazzi…;
-e poi c’erano tanti letti da fare, il bucato nell’aia, la tavola da apparecchiare e sparecchiare, il giardino e l’orto da accudire….
Ma giocavamo anche tanto: quante corse, e quanti salti giù dai fienili per vedere chi era più coraggioso… mai tirata indietro… sia mai!
Ricordo che una volta stavamo giocando nel cortile e siamo finiti pericolosamente vicino all’aratro, troppo vicino, tanto che una spinta mi fece sbattere contro una lama affilata e lucente: ancora oggi, appena sotto l’occhio destro, si vede una piccola cicatrice, soprattutto quando mi abbronzo un po’. Diciamo che è andata bene, poteva finire molto peggio, anche se al momento si sono spaventati tutti parecchio: quanto sangue… lo ricordo ancora, rosso vivo sull’argento dell’acciaio…. brrrr!
La domenica si andava a messa, e siccome eravamo in tanti occorreva fare due turni: alla prima messa del mattino le donne, che poi dovevano preparare il pranzo; a “messa grande”, quella delle 10.30, uomini e bambini. Si partiva con le macchine e si andava in paese. Un rito era la liquirizia alla fine della messa, nel negozietto lì accanto, e l’acquisto della “Settimana enigmistica” che i più grandi si contendevano con liti e trabocchetti non appena giunti a casa. Ho imparato lì ad amarla.
Il pranzo era una lunga tavolata, pastasciutta, polli arrosto, zuppiere di cetrioli… Lì ho imparato a mangiare la polenta, le cozze, i cetrioli (non puoi sapere se non ti piacciono se prima non li assaggi! Prova, se poi non ti piace non te lo diciamo più. E puntualmente scoprivo qualche meraviglia del palato… ma forse era la fame da lavoro e l’aria buona che mi facevano sembrare tutto così saporito!).
Nel pomeriggio si andava al mare: la meta più comune era Rosolina Mare, ma ogni tanto ci si concedeva anche Sottomarina, più lontana e più caruccia, perché più rinomata. Ma Rosolina mi è nel cuore: ci sono tornata poi ancora per anni e anni in vacanza con i miei, e poi ancora già sposata e mamma… e mentre ne parlo mi rendo conto che mi manca. (O forse mi mancano quegli anni, gli anni dell’adolescenza e della spensieratezza, i miei cugini e i loro amici, una compagnia numerosa e rumorosa e sempre allegra, qualche cottarella, tanta tintarella….)
Insomma, il tempo volava, le giornate, pur essendo le più lunghe dell’anno, sembravano cortissime, e si portavano via le settimane, e le settimane i mesi…. così, in un battibaleno, ecco la macchina di papà arrivare lungo quella stradina polverosa, ecco il groppo in gola: la pacchia era finita, si tornava a casa.
Ebbene, pensate che tutti quei mesi di mare e lavoro e gioco e buon cibo siano serviti a qualcosa?
Vi dico solo questo.
Primo giorno alla scuola media: la preside sul ballatoio chiama uno per uno gli alunni di prima che si apprestano ad iniziare il nuovo corso di studi e, con esso, un nuovo capitolo della loro vita. Arriviamo alla sezione D, la mia. Io sono l’ultima, il mio cognome comincia con la Z. Quando arrivo in cima alla scala la preside e la prof di italiano mi guardano, si guardano, mi riguardano e mi dicono: “Ma, bambina, sei sicura che dovevi venire qui? Non è che dovevi andare nell’altra scuola, quella elementare che c’è nell’altra piazza un po’ più in là?”
Ecco qua, questa sono io.

Questa della descrizione, non questa del disegno, sia chiaro!