Era un freddo sabato di novembre, il 17 novembre 1956, per essere precisi, e i due giovani stavano per entrare in chiesa, carichi di aspettative verso il loro futuro nonostante sapessero entrambi che sarebbero stati tempi duri, tempi di sacrifici. Avevano deciso di sposarsi in quel mese, decisamente poco poetico, più favorevole ai funerali che ai matrimoni, per una ragione molto semplice: entro l’11 novembre, l’estate di San Martino, tutti i contratti dei lavoratori dei campi venivano chiusi, portavi a casa quello che ti spettava, oltre al salario, dopo un anno di duro lavoro. Avevi così da parte due lire da spendere e non dovevi chiedere giorni di permesso al padrone, che non sarebbe stato contento di questa richiesta.

Avrebbero cambiato cascina: andava sempre così, anno dopo anno, finivi una stagione e il proprietario di una cascina vicina ti cercava per l’anno venturo, perché aveva visto quanto lavoravi, perché aveva bisogno di braccia come le tue, che non si stancavano mai, perché le muovevi pensando alla vita che ti stavi costruendo. Quindi mettevi i tuoi quattro stracci su un carretto – tanto impegnava un trasloco allora – e cambiavi cascina, magari spostandoti di 500 m, magari di qualche km.

Nella nuova casa sarebbero stati bene, sarebbero stati soli: dopo una vita per entrambi vissuta in una famiglia numerosa, finalmente un po’ di pace, di autonomia, di indipendenza. Finalmente i loro guadagni sarebbero stati i loro, e non messi in casa a disposizione della famiglia. E poi erano contenti di spostarsi: la cascina dove abitava lui si trovava sì e no a 500 m dal cimitero, dal cortile sentivi piangere i parenti dei defunti durante i funerali, e lei abitava piuttosto lontana, così lui, nelle sere della morosa, doveva recarsi fin là a piedi, ché non aveva una bicicletta tutta sua – ne avevano sì una, ma era di tutta la famiglia, vecchia e sgangherata, scartata da un vecchio padrone, unico e prezioso bene di tutti – e non era tanto l’andare, ma il tornare, al buio, sempre passando davanti a quel cimitero che, se di giorno neanche notava più, di sera non poteva fare a meno di vedere: l’enorme cancello in ferro con quella scritta in latino o in un italiano difficile, che non capiva bene, ma che sapeva doveva voler dire qualcosa circa la morte che rende tutti uguali; le lapidi nell’oscurità che assumevano un aspetto inquietante; i lumini che proiettavano ombre danzanti; i fuochi fatui che a volte sembrava volessero seguirlo… E allora cantava, il Gino, cantava e fischiettava per farsi coraggio.

Ma adesso basta: avrebbero avuto la loro casa, insieme, non molto lontana da lì, è vero, ma lontana quanto bastava. E poco importava anche che l’unica spesa che avevano potuto permettersi fosse stata la camera da letto: ne era così fiera, l’Antonietta! Una camera vera, con gli inserti in noce, e i piedi a forma di zampa di leone, che non ricordava mai che nome aveva detto il mobiliere… cinpel… cipdel… mah… che importa, era bella, ed era la sua. Ancora oggi, se glielo chiedi, non te lo sa dire, ma ormai non importa più, perché la stanza cinpedel… cipedel…(ogni volta lo pronuncia in modo diverso) è stata sostituita da una più moderna qualche anno fa, quando la gloriosa si era così riempita di tarli da essere diventata ormai pericolosa.

Va bene, avrebbero avuto un fornello prestato da certi parenti appoggiato sulle casse della frutta; va bene, si sarebbero dovuti accontentare di un tavolo e di due sedie scompagnate, di due pentole, un secchio e qualche piatto e tazza non perfetti… tutti regalati da chi li aveva scartati… ma che importanza poteva avere tutto ciò: erano giovani, sani, avrebbero lavorato e si sarebbero regalati tutto l’occorrente poco alla volta, senza l’aiuto di nessuno.

Così cominciò la loro vita insieme.
Poco tempo dopo, però, il papà del Gino morì improvvisamente: a poco più di 50 anni un infarto se lo portò via. La mamma non riusciva a scuotersi, a darsi pace, cadde in una sorta di depressione. Che fare? Passarono alcuni mesi ma lei non si riprendeva. E allora la coppia decise di provare con un nipotino… chissà, magari si svaga un po’, e l’essere occupata a curare un neonato la fa pensare meno alla sua perdita…
Non era il momento giusto, non ancora: avevano deciso di aspettare qualche anno, di sistemarsi meglio, prima di pensare ai figli, ma si sa: l’uomo propone e Dio dispone, e chissà come mai quello che decidiamo noi a Dio non sta mai bene, deve sempre intervenire a sconvolgere i piani.
Così, ecco che il nipotino entrò in fabbricazione e, dopo nove mesi, manco a dirlo, si affacciò al mondo.

Nella grande camera da letto al primo piano, con un’ostetrica e la nonna presenti, e il papà sulla soglia, alle 2.30 di notte, Azalea lanciò il suo primo grido: già si capì che sarebbe stata una ribelle, urlava a squarciagola il suo disappunto per essere stata strappata così bruscamente al suo mondo sicuro e ovattato… e per cosa, poi? Per venire buttata a forza in un mondo che non le piaceva neanche un po’.
Il papà Gino, dopo averle dato un’occhiata, mentre l’ostetrica la reggeva per i piedi, ancora sporca e sanguinante, sentenziò:
“Bah… sembra un coniglio dopo che è stato spellato!”
(veramente disse: “Mah…. M’asmeja un cunìn plà…!”)
Tant’è vero che per qualche tempo il neo-papà non riuscì più a mangiare carne di coniglio…. ogni volta si ricordava la scena della nascita della figlia e gli passava la voglia!

La nonna invece era contenta, perché già il nipote maschio, che portava il nome del marito, c’era (quello delle rondini, ricordate?), e lei voleva una femminuccia da vestire come una bambola. L’avrebbe cresciuta lei quella bimba: Azalea trascorse più tempo con la nonna che con i genitori, fino a quando la nonna non se ne andò a raggiungere il suo sposo.
Aveva solo 8 anni, Azalea, e ancora tanto bisogno di una nonna che si occupasse di lei… invece passò sotto le sgrinfie della zia manesca.
Fine di un’infanzia felice e spensierata.

Da lì, da quel lontano 16 aprile 1958 iniziò la mia vita semi-nomade, come si diceva allora, “sempr’in bal cul sanmartìn” (sempre in ballo col trasloco): quante case ho mai cambiato… e ancora non so se ho finito!

P.S.: nella cascina in cui sono nata, oggi c’è un agriturismo e quella casa, la mia casa, è stata trasformata in un ristorante.

Mi vien voglia ogni tanto di andare a farci un giro, come si dice… un ritorno alle origini, e invece non ci sono mai più tornata… e allora credo proprio che quest’anno lo farò: questa sera, per festeggiare il mio compleanno, andrò a cena nella mia casa natale… bello vero?

BUON COMPLEANNO A ME!

OGGI OFFRO IO!
Giusy