Donne!!!

Ricordatevi  che uno strato di polvere protegge i mobili…

Una casa è più bella se si può scrivere “ti amo”
sulla polvere sul  mobilio.

Io lavoravo 8 ore ogni fine settimana
per rendere tutto perfetto,
“nel caso venisse qualcuno”.

Alla fine ho capito che “non veniva nessuno”,
perché tutti vivevano la loro vita
passandosela bene.

Ora,  se viene qualcuno,
non ho bisogno di spiegare in che condizione è la  casa:
sono più interessati ad ascoltare
le cose interessanti che ho fatto
per vivere la mia vita.

Caso  mai non te ne fossi accorta…
la vita è breve,  goditela!

Fa’ pulizia, se è necessario,
ma  sarebbe meglio dipingere un quadro,
scrivere una lettera,
preparare un  dolce,
seminare una pianta,
oppure
pensare alla differenza tra i verbi
“volere” e “dovere”.

Fa’  pulizia, se è necessario,
ma il tempo è poco…

Ci  sono tante spiagge e mari per nuotare,
monti da scalare,
fiumi da  navigare,
una birretta da bere,
musica da ascoltare,
libri da leggere,
amici da amare
e la vita da vivere.

Fa’pulizia, se è necessario,
ma c’è  il mondo là fuori:
il sole sulla faccia
il vento nei capelli,
la neve  che cade,
uno scroscio di pioggia…

Questo giorno non torna indietro!

Fa’ pulizia, se è necessario,
ma ricorda che la vecchiaia arriverà
e non sarà più come adesso…

E quando sarà il tuo turno,
ti trasformerai in polvere.

Trasmettilo  a tutte le donne meravigliose della tua vita…
Io l’ho già  fatto!

Ho ricevuto questa mail da un’amica/collega, uno dei tanti passaparola che circolano su internet, e dato il poco tempo che mi ritrovo ultimamente, complice un pochetto anche il bar della Peppina, lo ammetto, ne ho subito approfittato per scaricarmi un po’ la coscienza… giusto un filo, quel tanto che basta per non sentirmi in colpissima.
La giro anche a Voi, care Amiche, ma perché no, anche Amici… se può servire a una qualche riflessione che Vi possa far stare meglio… son contenta. Se invece vi sembra un’idea balzana… amen, io ci ho provato.

Ci prendiamo qualcosa di buono insieme, mentre ne parliamo?

I dolci di Carnevale

Voglio proporvi, ora, alcuni dolci di Carnevale, rigorosamente fritti.
Dunque, mano alle padelle … e buon Carnevale a tutti.
   

CICERCHIATA

E’ una specialità tipica del Centro- Italia (Abruzzo, Umbria, Marche, Lazio); tra l’altro, la presenza del miele indica che si tratta di una preparazione molto antica.


STRUFFOLI 


La risposta del Sud alla Cicerchiata è costituita dagli Struffoli Napoletani; all’apparenza il dolce sembra identico, ma le due ricette presentano numerose differenze. Inoltre, il dolce napoletano viene guarnito con “cannulilli” e “diavulilli” colorati, quasi a voler significare l’innata allegria e il folclore tipici di questo popolo, ai quali, in origine, erano attribuite proprietà energetiche.  


CHIACCHIERE

Questa è forse la ricetta più semplice e la più “allegra” fra quelle dei dolci di Carnevale, ciò nonostante è quella di maggiore successo. Tanto è vero che la si ritrova in tutt’Italia, sebbene con nomi diversi: in Friuli si chiamano Grostoli, in Emilia Sfrappole, in Veneto Galani, nelle Marche Frappe, Cenci in Toscana, Chiacchiere in Campania. La variante, nelle varie ricette regionali, è costituita dal marsala, o dal vino bianco, o dall’acquavite, o dal liquore all’anice.

CASTAGNOLE

Sono tipiche della gastronomia friulana durante il periodo di Carnevale. Gustose e morbide, sono adatte anche ai bambini.

TORTELLI O RAVIOLI DOLCI

Sono cuscinetti di pasta
 ripieni di marmellata, di frutta secca, o di ricotta.  


CAUSONE NAPOLETANO

Di fattura simile ai tortelli, arriva dalla Campania il “Cauzone”, che però presenta una variante alla ricetta
 davvero singolare e, forse, un po’  PICCANTE: il pecorino.

 

KRAPFEN 


Questa ricetta
, forse la più antica, di tali dolci austriaci, proviene dal libro di gastronomia dell’ARTUSI del  fine ‘800.
Si sa che l’Artusi fa del cucinare e del mangiare una vera e propria arte, dispensando consigli raffinati e, allo stesso tempo, pratici. Dei Krapfen ci dà una ricetta
 “gentile”, come egli stesso la definisce.

ZEPPOLE

E’ un dolce che si ritrova nominato in antichi testi, non solo di cucina, perfino in un “Privilegio”del Viceré di Napoli, Conte di Ripacorsa (siamo nella Napoli dell’800).
Si narra che il giorno di San Giuseppe, che si festeggia il 19 Marzo, i friggitori napoletani si esibivano pubblicamente nell’arte del friggere le Zeppole davanti alla propria bottega, disponendovi tutto l’armamentario necessario. 

Ed ecco un aneddoto riguardante questo gustoso dolce:

   

LE ZEPPOLE DEL DUCA



Si era alla vigilia di S. Giuseppe del 1967, l’anno in cui era preside dell’Istituto Professionale Alberghiero di Stato di Napoli il prof. Francesco Bruniroccia, Franz per gli amici, uomo dotato di affascinante personalità. Colto, con evidente attitudine alle pubbliche relazioni, scrupoloso osservante delle regole del galateo dettate da Monsignor Della Casa, egli riversava nel suo ruolo di uomo di scuola l’impronta di tutte quelle doti naturali che facevano di lui un diplomatico mancato. A far da specchio a queste note caratteriali c’era il temperamento brillante e sempre disponibile del prof. Bruniroccia, il quale, detto fra noi, si compiaceva a cogliere tutte le occasioni possibili per far sfoggio della sua cultura e della sua sensibilità di gentiluomo in un mondo ancora non preso d’assalto dai mass media. Appena insediato nella presidenza di quel nuovo tipo di scuola che lo vestiva a pennello per la sua particolare organizzazione e finalità, egli sentì il dovere di approfondire la sua conoscenza con quell’Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino al quale la scuola era stata intitolata. Molte cose conobbe di quell’illustre gastronomo buontempone, nato nel 1787 e morto a Napoli nel l860. Credette anche di scoprire delle affinità tra il Cavalcanti e quell’abile Ministro degli Esteri – considerato il più abile tra i ministri del suo tempo (tra la fine del 700 e i primi dell’800) – che fu Carlo Maurizio Talleyrand, diplomatico pieno di spirito d’iniziativa e di risorse, il quale si avvalse della gastronomia nei molti contatti importanti e difficili della sua vita di politico. La scoperta più sensazionale che fece il preside Bruniroccia fu che, in fondo in fondo, anch’egli somigliava un po’ all’uno e un po’ all’altro dei due grandi personaggi e gastronomi in questione. Fu così che s’innamorò di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino e decise di onorarlo, facendolo conoscere bene anche agli allievi dell’istituto a cui non poteva essere toccato – e tutti se ne dovevano convincere – nome più felice. Pertanto la scuola fu pervasa da un fervore di interessi sulla vita del personaggio e sulla pratica dei suoi consigli a tavola e delle sue ricette, anche di quelle non del tutto ortodosse. Fu appunto quest’ultimo particolare – ahinoi, un po’ troppo azzardato! – che fece correre all’appassionata crociata del Bruniroccia un brutto rischio.

Ecco un episodio che pochi ancora, tra gli allievi e gli insegnanti di allora, ricordano.

Si era, dunque, alla vigilia di San Giuseppe, in uno di quegli anni in cui al santo venivano ancora riconosciuti gli onori di una festività scolastica. Per iniziativa del preside era stata organizzata dall’istituto Alberghiero di Napoli e da quello di Capri, sede coordinata, una manifestazione da tenersi nella Piazzetta di Capri in quella giornata. Baldacchino al centro della piazzetta, attrezzata con un banco-bar, un banco per impasto, un grosso fornello ed un padellone: questa la scenografia che, sotto l’insegna I.P.A.S., doveva consentire agli allievi barman ed a quelli del corso di cucina di offrire ai turisti ed ai cittadini di Capri, in quella tiepida giornata primaverile e in una pubblica esercitazione, cocktails e zeppole di S. Giuseppe. Queste ultime preparate ovviamente nella più fedele osservanza della ricetta di Ippolito Cavalcanti. Tutto era stato dovutamente propagandato, e inviti ufficiali erano giunti sui tavoli di sindaci e assessori, nonché sulle scrivanie dei direttori degli alberghi capresi, con preghiera di divulgare la notizia della manifestazione ai loro clienti. Così che, quando gli allievi furono già al loro posto di… combattimento (è proprio il caso di dirlo), la Piazzetta di Capri era già gremita di una variegata folla divertita e incuriosita dall’originale atto di promozione turistica. Ci furono gustosi e ben guarniti cocktails per tutti e poi… zeppole ancora fumanti distribuite da altri allievi di sala e bar in perfetta divisa. La distribuzione aveva soddisfatto appena la metà degli intervenuti quando cominciò, come una furiosa grandinata a ciel sereno, un primo lancio di zeppole contro il palco sul quale era il presidente Bruniroccia con i professori istruttori e gli allievi, indaffarati nell’operazione di quelle ormai definite “le zeppole del Duca”. Bastò il primo lancio per far giungere in breve tempo sui malcapitati rappresentanti dell’I.P.A:S. di Napoli e di Capri, una vera gragnuola di palline dure come sassi, tanto da farli correre verso i più immediati e sicuri ripari. Ma… quelli che a prima prova d’urto sembravano sassi non erano altro che le famose zeppole preparate con fedeltà certosina secondo la ricetta di Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino. Così come aveva voluto il preside Franz Bruniroccia, il quale, inspiegabilmente esultante ed eroicamente esposto ai tiri dolenti, cominciò ad arringare la folla. Sapeva d’aver vinto. Nella dimostrazione data egli non voleva soddisfare il gusto dei palati di oggi, bensì intendeva portare a conoscenza il fine per cui Cavalcanti aveva ideato la ricetta. La pasta doveva risultare dura per berci sopra l’ultimo bicchiere di buon vino da dessert, e le zeppole, per essere perfette, dovevano assorbire in proporzione tanto vino quanto era la loro quantità ingerita alla fine di un pasto o di un festeggiamento. Nonostante il simpatico tafferuglio, il preside riuscì a spiegare tutto questo alla folla attenta dei forestieri e dei capresi. La sue forbita disquisizione sul Cavalcanti fu quanto mai ampia e sottile, e dette tempo al bravo chef Salvatore De Biase ed ai suoi allievi di riprendere a friggere le zeppole, ma, questa volta, di quelle che  noi conosciamo e apprezziamo per la lor deliziosa morbidezza. Partirono dal palco, riassestato in breve tempo, grandi vassoi di vere, fragranti zeppole di San Giuseppe, abbondantemente spolverate di zucchero. Scrosciarono gli applausi. Lo spirito culturale della manifestazione era stato colto in pieno, e Bruniroccia vide, appagato, che la sue opera era stata coronata da successo.    


Sperando di aver fatto cosa a Voi gradita, auguro un Buon Carnevale a tutti!

La pigrizia

La pigrizia andò al mercato
ed un cavolo comprò,
mezzogiorno era suonato
quando a casa ritornò.

Cercò l’acqua, accese il fuoco,
si sedette e riposò,
ed intanto a poco a poco
anche il sole tramontò.

Così persa ormai la lena
sola al buio ella restò,
ed a letto senza cena
la comare se ne andò.


Ho imparato questa filastrocca più di quarant’anni fa, e ancora la ricordo, staziona viva e fresca nella mia mente. Perché? Perché ogni tanto me la ripeto, soprattutto quando mi prendono quelle botte di pigrizia assoluta, come appunto sta succedendo oggi.
Avete presente quelle giornate in cui tutto sembra inutile e rimandabile?
Giornate grigie e bigie in cui l’unica cosa che sembra avere un senso è starsene sul divano, sotto un piumino, con un bel libro tra le mani?


Ecco, oggi è una di quelle giornate.
Solo che per me, fino a poco tempo fa, non era affatto una situazione abituale, anzi…! Vedo gente faccio cose, era il mio motto. Ora, più passano gli anni, più mi sento addosso quella stanchezza che mai mi sarei aspettata: è anche questo uno dei motivi che mi ha portato a quella crisi d’inizio ottobre, o giù di lì,…. ricordate?

Quando ti accorgi che quello che sembrava avere la massima priorità adesso è solo un fatto collaterale, un contorno alla pietanza principale, un momento della giornata di importanza marginale…….

Quando ti accorgi che in fin dei conti tu vieni prima di tutto il resto e che, mondo mandarino!, se ho voglia di prendermi una mezza giornata di pausa… Chi danneggio? Nessuno. Chi se ne accorge? Nessuno. Chi protesta? Nessuno.


Nessuno se non io, me, me stessa, la sottoscritta, moi……….. 
Ma io oggi ho deciso di chiudere un occhio e di concedermi una pausa, di corteggiare quella pigrizia che rimase senza cena perché non c’erano ancora le pizzerie e i take away, e magari stasera, io e lei insieme, ci faremo omaggio di una bella pizza o di un kebab, di un McDonald o di un involtino primavera, che importa? Tutto fa brodo, come disse il saggio.

Quindi, beccatevi questa verità sull’età che avanza (sarà stata anche questa mail a cambiarmi l’umore oggi? Uhm……. può essere!) e nel frattempo penserò a qualcosa d’interessante da sottoporre domani alla vostra attenzione, che so sempre bella vigile e pronta!


Perdonate la sciatteria del post odierno, mi ricarico un attimo le duracell e torno “Ercolinosemprinpiedi” come e più di prima.
Ecco qua:

   SADAE ( Sindrome di Attenzione Deficitaria Attivata dall’Età )    Si manifesta così:

Decidi di lavare la  macchina

Mentre ti avvii al garage vedi che c’è posta  sul mobiletto dell’entrata:

decidi di  controllare prima la posta.

Lasci le chiavi della  macchina sul mobiletto per buttare le buste vuote  e la  pubblicità nella spazzatura e ti rendi conto che il secchio è  strapieno.

Visto che fra la posta hai trovato una fattura  decidi di approfittare
del fatto che esci a buttare la  spazzatura per andare  fino in banca
( che sta dietro  l’angolo) per pagare la fattura con un  assegno.

Prendi dalla tasca il porta assegni e vedi che non hai  assegni.

Vai su in camera a prendere l’altro  libretto e, sul comodino,
trovi una lattina di coca cola  che stavi bevendo poco prima
e che t’eri dimenticata  lì.

La sposti per cercare il libretto degli assegni  e senti  che è calda…
allora decidi di portarla in  frigo.

Mentre esci dalla camera vedi sul comò i fiori
che ti ha regalato tua figlia
e ti ricordi che li devi mettere in acqua.

Posi la coca cola sul  comò e lì trovi gli occhiali da vista
che è tutta la mattina che cerchi.

Decidi di portarli  nello studio e  poi metterai i fiori nell’acqua.

Mentre vai in cucina  a  cercare un vaso e portare gli occhiali sulla scrivania,
con la coda dell’occhio improvvisamente vedi un telecomando:

qualcuno deve averlo dimenticato lì
(ricordi che ieri sera siete diventati pazzi  cercandolo).

Decidi di portarlo in sala (al posto  suo!!), appoggi gli occhiali sul frigo,
non trovi nulla per i  fiori, prendi un bicchiere  alto
e lo riempi di  acqua… (intanto li metti qui dentro….).

Torni in  camera con il bicchiere in mano, posi il telecomando sul comò
e metti i fiori nel recipiente,
che non è adatto, naturalmente….

……e ti cade un bel po’ di acqua….. (  mannaggia!!!),
riprendi il telecomando in mano e vai in cucina a prendere uno straccio.

Lasci il telecomando sul  tavolo della cucina ed esci……….
cerchi di ricordarti che  dovevi fare con lo straccio che hai in  mano…….

Conclusione

- Sono trascorse due ore:

- non hai lavato la macchina,

- non hai pagato  la fattura,

- il secchio della spazzatura è ancora  pieno,

- c’è una lattina di coca cola calda sul  comò,

- non hai messo i fiori in un vaso  decente,

- nel porta assegni non c’è un  assegno,

- non trovi più il telecomando della  televisione

- né i tuoi occhiali,

- c’è una macchiaccia sul parquet in camera da letto

- e non hai idea di dove siano le chiavi della  macchina!!

Ti fermi a  pensare:

Come può essere?
Non hai fatto nulla tutta la mattina,
ma non hai avuto un momento di respiro……
Mah!!

E non  ridere perché se ancora non ti è successo…

ti succederà!!!


Giusy

Gli oggetti

 

Fra tutti gli oggetti più cari
sono per me quelli usati.
Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame
i coltelli e le forchette che hanno di
legno i manici,
lucidi per tante mani; simili forme
mi paion di tutte le più nobili.
Come le lastre di pietra
intorno a case antiche, da tanti passi lise,
levigate,
e fra cui crescono erbe,
codesti sono oggetti felici.
(Bertolt Brecht)

C’ERA UNA VOLTA

C’era, un po’ in ombra, il focolaio; aveva
arnesi, intorno, di rame. Su quello
si chinava la madre col soffietto,
e uscivano faville.

C’era, nel mezzo, una tavola dove
versava antica donna le provviste.
Il mattarello vi allungava a tondo
la pasta molle.

C’era dipinta, di verde, una stia
e la gallina in libertà raspava.
Due mastelli, là sopra, riflettevano
colmi gli oggetti.
(Umberto Saba)

Non fraintendetemi: non è che io abbia nostalgia del passato, non nel senso che si dà comunemente alla parola “nostalgia”.
Semmai, nostalgia dell’atmosfera che si respirava allora… anche se devo ammettere che i miei occhi di bambina vedevano tutto sotto una luce edulcorata. Quando ne parlo con mia mamma, lei mi dice: “Eeee… tu non sai… non sai….!”
No, io non so, so solo quello che ricordo.


Ricordo, ad esempio, che quando ero piccina picciò si viveva tutti in un’unica casa: la nonna paterna (il nonno era mancato l’anno prima che nascessi… ah, tra l’altro, scusate la divagazione, ho anche scoperto che quello fu il motivo della mia esistenza in questo mondo: nonna non si riprendeva – il nonno morì improvvisamente, ancora giovane, per un infarto – e allora i miei decisero di regalarle un nipotino per “svagarla via”, ovvìa, un trastullo, uno scacciapensieri…. fa bene sapere di essere stata ardentemente desiderata!), le due zie ancora da maritare, lo zio più giovane e noi tre. L’altro zio, il primogenito, abitava con la moglie e i due figli in una casa nello stesso cortile: praticamente porta a porta. Era un tipico esempio di famiglia matriarcale, insomma…
 


Ricordo che quando si faceva il bucato era una cerimonia: pentoloni d’acqua che ribollivano, tini e mastelli così grandi che se vi fossi caduta dentro sarei annegata, i famosi “assi da lavare”, un asse con il posto per il sapone in un angolo in alto a destra, grossi bastoni che servivano a girar lenzuola finché l’acqua non raggiungeva una temperatura ideale per immergervi le mani… e poi il risciacquo alla roggia prima, alla pompa del cortile poi (meraviglia! non occorreva più trasportare quei pesanti mastelli fino alla roggia!). Altro che ammorbidente… la sera le lenzuola pulite nel letto scricchiolavano come carta da zucchero!
 


Già… la carta da zucchero… quella magnifica carta viola-blu in cui la negoziante (l’Adriana… “giochiamo all’Adriana!” dicevamo noi bambini, convinti che fosse il nome del negozio e non della persona) ci vendeva la quantità di zucchero desiderata…
 


Ricordo quando poi si doveva stirare tutto quel mega-bucato (ricordate in quanti eravamo?): due ferri sulla stufa a legna, ferri di ferro, perdonate il bisticcio, e quando uno si raffreddava lo si riposizionava sulla stufa e si prendeva l’altro… e via così, fino alla fine della montagna di panni.
E sulla stufa, quella coi cerhi in ferro, d’inverno si mettevano le bucce d’arance e mandarini: che buon profumo si spandeva per la cucina!
 


Attaccata alla stufa stava la caldaia: una grossa vasca di metallo piena d’acqua per cucinare, lavare i piatti o fare il bagno.
Il bagno lo si faceva in cucina, ovviamente, l’unica stanza calda della casa, sempre in quei grossi mastelli che erano serviti per il bucato il giorno prima.
 

E l’acqua? L’acqua la si andava a prendere alla pompa in cortile, col secchio smaltato di bianco e il bordo blu (ma come faccio a ricordarmi questi particolari…. io, che oggi non ricordo quel che ho mangiato ieri…!); il secchio veniva poi lasciato accanto al lavello in pietra, con un mestolo a forma di tazza che serviva per bere, e tutti si beveva da lì!
 


Ricordo quando mi mandavano fuori a prendere l’acqua: se la maniglia della pompa era stata lasciata troppo in alto e non ci arrivavo, dovevo prendere uno sgabello lì accanto, ma era una faticaccia, perchè dovevo esercitare una forza incredibile per farla scendere… e io, che son sempre stata un “pulastrin”, sbanfavo e sudavo, ma non cedevo io, doveva cedere lei!!!
 


Poi venne la corrente, il primo frigorifero, la luce elettrica, l’acqua in casa (quale stregoneria è mai questa?) ecc… ecc…. fino al primo televisore, primo e unico, perché la sera ci si trovava tutti insieme a vedere lo stesso programma – nel frattempo la nonna era mancata, noi ci eravamo spostati in un’altra casa sempre nel cortile, lo zio si era sposato ed abitava nella casa della nonna e le due zie, pure loro accasate, nello stesso cortile: praticamente un’unica grande “corte” con le case adiacenti disposte ad ELLE, gli orti sul terzo lato e i “bagni” in fondo (ma ci pensate?).
 


Un clan, né più, né meno. Era una zona del paese denominata la “Basitalia” (“s” di sole, non di rosa), perché abitata perlopiù da meridionali, e il nostro grande cortile popolato da questa mega-famiglia di origini venete si arrabbiava per questo nomignolo, così come gli abitanti prettamente lomellini. Ma la tradizione è dura a morire…. pensate che ancora oggi quel quartiere viene indicato così….!
E poi ricordo……………….
No, basta. Per oggi ho già ricordato anche troppo.
Teniamo qualcosa anche per la prossima puntata.


Rileggendo mi son resa conto d’aver ancora una volta scritto una lenzuolata di roba: mi scuserà l’amico che mi ha rimproverata perché deve prendersi mezza giornata di ferie per leggere i miei post… dai, leggilo a puntate, lo so che avevo promesso che sarei stata meno prolissa…. ma ‘un je ‘a fo’! Me sbrodolo addosso….!
Spero comunque di non avervi annoiati, e vi auguro una magica serata.


Giusy

Case del passato

 

Le case erano buie, umide e fredde d’inverno. Ma pulite e in ordine, le nostre case, curate dalle nostre mamme.
Nella stanza da pranzo che noi chiamavamo il “salotto”, c’era un divano, con la trina alla spalliera, e i mattoni rossi di cinabrese, le fotografie incastrate ai vetri della credenza, una sveglia.
Facevamo poco conto della casa. Nemmeno ci accorgevamo che le lampadine economiche spandessero così poca luce.
Il nostro lettino, che aveva un crocefisso o un santo inchiodato da capo, con un ramoscello d’ulivo per traverso, conosceva le nostre speranze, inseguite contando le crepe del soffitto.
Un cassetto del comò ci apparteneva: a cominciare da una certa età ne portavamo in tasca la chiave per serbarvi il segreto di alcune fotografie che ci erano dedicate.
La casa significava i volti che le sue stanze ospitavano, e noi le volevamo bene per questo.
 

(Vasco Pratolini) 


CASE MODERNE


- Case moderne di cemento armato
dove traverso i muri e i pavimenti
ogni rumore passa indisturbato,
io non condanno i vostri inconvenienti.
- Tutt’altro! Io sono un tipo indelicato,
e la sonorità dei vostri ambienti
mi soddisfa nel modo più completo,
case moderne senza alcun segreto.

- In voi lo scroscio d’acqua del vicino
somiglia tale e quale a un uragano;
si percepisce, stando al magazzino,
ciò che avviene di notte al quinto piano;
se sotto il tetto sfregano un cerino
lo sente anche il portiere, e se un divano
scricchiola par che caschi il mondo intero,
case moderne senza alcun mistero…


(Luciano Folgore)

Che fatica!

Nell’impossibilità di passare da ognuno di voi, lascio qui un saluto veloce e cumulativo.

Settimana da quasi incubo, con gli imbianchini per casa: praticamente un trasloco in 3 giorni!!!

Abbiamo spostato e svuotato ogni mobile (tranne bagno e cucina), lavato fino all’ultimo bicchiere (ma quanti ne ho???), spolverato migliaia di libri (e ancora ne ho qui da risistemare…): quando si dice ricominciare a lavorare belli freschi e riposati!

Vado a letto la sera talmente stanca da non riuscire ad acchiappare il sonno per la coda, le gambe gridano vendetta, la schiena è un puzzle da ricomporre.

Oggi devo risistemare gli ultimi libri, lavare le porte e svuotare il mobile del bagno e TUTTA la cucina!!! Credo che mi terrò qualcosa per domani, tanto ormai gli imbianchini hanno finito: son qui da sola e mi posso prendere un po’ più di tempo e far le cose con calma (sèèèè… proprio IO!!!)

Peccato che sia saltata la settimana al mare con mia figlia, sarebbe stata un toccasana! :( ((    Aufffff! Mai che ne vada una dritta!

Grazie a tutti per i saluti e i pensieri che mi lasciate, benvenuto a MaxHunter (è un vero piacere!): Vi prometto di ritornare al più presto a pubblicare racconti, poesie, riflessioni e, perchè no, magari anche qualche polemica… insomma…. la solita, VECCHIA Giusy.

Nel frattempo auguro a tutti uno strepitoso week end!

Giusy