Uccidete Ipazia

 

 «E il vescovo ordinò: “Uccidete Ipazia”, la prima matematica della storia. Inventò l’astrolabio, il planisfero e l’idroscopio. Fu la vittima del conflitto tra fede e ragione». Piergiorgio Odifreddi - La Stampa, sabato 21 agosto 1999, supplemento tutto Libri tempo Libero pagina 5.

Se ragione e fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente negli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l’immutabile distanza sono gli Elementi di Euclide e la Bibbia, la cui efficacia ispirativa è testimoniata dall’incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all’anno dalla prima “pubblicazione”).

L’episodio più emblematico della contrapposizione fra le ideologie che si rifanno ai due libri accadde nel marzo del 415, quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell’Impero Romano, «una macchia indelebile» sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta “la musa” o “la filosofa”. Il mandante un vescovo: Cirillo, patriarca di Alessandria d’Egitto.

Il contesto storico in cui l’avvenimento ebbe luogo è il periodo in cui il cristianesimo effettuò una mutazione genetica, cessando di essere perseguitato con l’editto di Costantino nel 313, diventando religione di stato con l’editto di Teodosio nel 380, e iniziando a sua volta a perseguitare nel 392, quando furono distrutti i templi greci e bruciati i libri “pagani”.

Gli avvenimenti ad Alessandria precipitarono a partire dal 412, quando divenne patriarca Cirillo. In soli tre anni il predicatore della religione dell’amore riuscì a fomentare l’odio contro gli ebrei, costringendoli all’esilio. Servendosi di un braccio armato costituito da monaci combattenti sparse il terrore nella città e arrivò a ferire il governatore Oreste. Ma la sua vera vittima sacrificale fu Ipazia, il personaggio culturale più noto della città.

Figlia di Teone, rettore dell’università di Alessandria e famoso matematico egli stesso, Ipazia e suo padre sono passati alla storia scientifica per i loro commenti ai classici greci: si devono a loro le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell’Oriente durante i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di rimozione.

In un mondo che ancora oggi è quasi esclusivamente maschile, Ipazia viene ricordata come la prima matematica della storia: l’analogo di Saffo per la poesia, o Aspasia per la filosofia. Anzi, fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ma Ipazia fu anche l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, oltre che la principale esponente alessandrina della scuola neoplatonica.

Le sue opere sono andate perdute, ma alcune copie sono state ritrovate nel Quattrocento; per ironia della sorte, nella Biblioteca Vaticana cioè in casa dei suoi sicari. Le uniche notizie di prima mano su di lei ci vengono dalle lettere di Sinesio di Cirene: l’allievo prediletto che, dopo averla chiamata «madre, sorella, maestra e benefattrice», tradì il suo insegnamento e passò al nemico, diventando vescovo di Tolemaide.

Il razionalismo di Ipazia, che non si sposò mai a un uomo, perché diceva di essere già «sposata alla verità», costituiva un contraltare troppo evidente al fanatismo di Cirillo. Uno dei due doveva soccombere e non poteva che essere Ipazia.

Aggredita per strada, Ipazia fu scarnificata con conchiglie affilate, smembrata e bruciata. Oreste denunciò il fatto a Roma, ma Cirillo dichiarò che Ipazia era sana e salva ad Atene. Dopo un’inchiesta, il caso venne archiviato «per mancanza di testimoni». La battaglia fra fede e ragione si concluse con vincitori e vinti, e il mondo ebbe ciò che seppe meritarsi.

(fonte: uaar.it)

Spinta dall’amica Titti ed incuriosita dal film in uscita in tutte le sale in questi giorni, ho svolto una breve ricerca per documentarmi sulla storia di questa straordinaria donna. La giro a voi così, come l’ho trovata, nuda e cruda in tutti i suoi risvolti. Altro esempio di come la verità, anzi, la Verità, faccia fatica ad affermarsi, e di come l’intelligenza, soprattutto se femminile, faccia paura, tanta paura.

San Giorgio e il drago

Il più famoso uccisore di draghi è sicuramente San Giorgio, santo protettore dell’Inghilterra, immortalato anche dallo splendido dipinto di Paolo Uccello.

Della sua vita si sa ben poco: originario della Palestina, fu ucciso durante le persecuzioni di Diocleziano intorno al 287 d.C.

Secondo la leggenda venne battuto, sospeso, lacerato e gettato in carcere dove ebbe una visione di Dio che gli predisse sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre la resurrezione (alla faccia……!).

Tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade, Giorgio risuscita operando la conversione del magister militum Anatolio con tutti i suoi soldati, che vengono uccisi a fil di spada; entra in un tempio pagano e con un soffio abbatte gli idoli di pietra; converte l’imperatrice Alessandra che viene martirizzata (non mi sembra che abbia portato grande fortuna alle persone che ha convertito!).

 A richiesta del re Tranquillino, Giorgio risuscita due persone morte da quattrocentosessant’anni (ollapeppa!), le battezza e le fa sparire (aridajie!). L’imperatore lo condanna nuovamente a morte, e il santo prima di essere decapitato, implora Dio che l’imperatore e i settantadue re siano inceneriti (ecco, appunto…); esaudita la sua preghiera Giorgio si lascia decapitare promettendo protezione a chi onorerà le sue reliquie (si sa… nessuno fa niente per niente!), le quali sono conservate in una cripta sotto la chiesa cristiana (di rito Greco-Ortodosso), presso Lod, cioè Lydda, in Israele.

Nel XII secolo, importata dai Crociati, cominciò a circolare la leggenda secondo la quale San Giorgio, giunto a Silene (Libia), avrebbe ucciso un drago in procinto di divorare una principessa legata ad uno scoglio. Giorgio diventò l’uccisore di draghi per eccellenza, e fu adottato come patrono inglese da Edoardo III intorno al 1348.

Ci sono anche altre versioni, però, come quella narrata nel “Liber Notitiae Sanctorum Mediolanii”. Essa racconta invece che San Giorgio sarebbe vissuto in Brianza. Un drago imperversava da Erba (era già tristemente famosa allora) fino in Valsassina, facendo strage tra le greggi. Quando ebbe divorato tutti gli animali, la gente di Cravenna cominciò a offrirgli come cibo i giovani del villaggio, di volta in volta estratti a sorte. Capitò però che anche la principessa Cleodolinda di Morchiuso diventò una vittima, e fu legata presso una pianta di Sambuco. San Giorgio arrivò in suo soccorso e offrì dei dolci al drago per ammansirlo. Il drago seguì San Giorgio fino al villaggio, dove il Santo lo decapitò con un sol colpo (come si dice: fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio!). In ricordo di quell’evento, ancora oggi il 23 aprile, giorno di San Giorgio, in Brianza si preparano i “Pan meitt de San Giorg”, dolci di farina gialla e bianca, latte, burro e fiori essiccati di sambuco.
Per questo il grande San Giorgio, patrono dell’Inghilterra, dei soldati, degli Scouts e di Ferrara, è anche protettore dei lattai lombardi, che usavano tenere un altarino in suo onore nel negozio.

 

 Auguri a tutti i Giorgio che oggi passeranno dal Caffè della Peppina!

Roma

21 Aprile 753 a.C.

La fondazione di Roma

La leggenda narra che Roma fu fondata nel 753 a.C. da Romolo e Remo, i figli gemelli di Marte, dio della guerra, che furono allattati da una lupa dei boschi. Ciò ci porta a considerare

Le origini indecenti di Romolo e Remo

Figli di lupa non era certo un complimento, nella Roma antica!

Oltre che il vorace mammifero, la lupa indicava la meretrice, la prostituta, la donna calda e, appunto, perennemente affamata di sesso.
L’immagine resta viva anche ai giorni nostri, con l’aggettivo allupato, ed ha avuto nobilitazione letteraria nella novella verghiana ”La lupa”.

Romolo e Remo erano dunque figli di padre ignoto (e la legittimazione divina nasconde un tentativo di nobilitazione delle origini della città).
Questo dato, lungi dal caratterizzare in negativo i fondatori, risponde ad una prassi antropologica diffusa nella storia antica: anche Ciro il Grande di Persia era figlio di Cagna (se usato come nome proprio o comune, è discusso e discutibile). Alessandro Magno sponsorizzò la notizia di essere stato generato non dai magnanimi lombi di Filippo di Macedonia, bensì da un serpente in cui si era materializzato Zeus .

Romolo e Remo erano gemelli, ossia, per la percezione dell’epoca, mostri. Il loro nome è apofonicamente identico, divergendo solo nelle vocali: Romulus et Remulus. La nuova città, Roma, dovrà il suo appellativo non tanto a Romolo, quanto ad una formula beneaugurale. Rome, in greco, infatti, significa forza. Con lettura palindroma si scioglie in Amor ( e non a caso Venere, dea dell’amore, sarà tra le più osannate dell’intero Pantheon romano).

Ma che cosa c’era fra i sette colli prima che Romolo vi fondasse una città?

La leggenda più in auge vuole che ci fosse uno spazio vuoto, molto ampio (il nome della regione stessa, Lazio, ha la propria etimologia proprio in “latus”, ampio). Plutarco, forse forzando gli eventi per accentuare la somiglianza con Teseo che fuse i piccoli villaggi attici dando vita ad Atene, ritiene invece che preesistessero a Romolo e Remo una schiera di casupole senza struttura alcuna, che vennero inglobate nella mura urbane e costituirono il primo nucleo di Roma.

Non c’è concordia fra i due fratelli, come non vi fu tra Eteocle e Polinice, altri famosi gemelli della letteratura classica. Ma, mentre entrambi i tebani scontarono lo sfavore degli dei indignati e perirono di una stessa morte, la storia di Roma è segnata da un successo e, insieme, da un omicidio. Sarà Ovidio a mettere in discussione il barbaro assassinio del gemello sconfitto: nei Fasti, nel giorno del 21 aprile, tradizionale anniversario della nascita di Roma e della morte di Remo (vittima sacrificale secondo la tradizione), egli attribuisce ad un equivoco l’intero omicidio. Secondo il poeta latino Romolo avrebbe dato al suo luogotenente, Celere,  il compito di custodire le mura, uccidendo chiunque osasse profanarle. Remo non aveva sentito l’ordine, preso com’ era nei suoi calcoli:  voleva dimostrare che, a suo avviso, bisognava innalzare ulteriormente il pomerio, per evitare infiltrazioni nemiche. Quasi a testimonianza delle sue argomentazioni passò il confine, e fu immediatamente freddato, tra lo sconcerto dei presenti e il dolore sincero di Romolo (o almeno così si racconta…).

 

Fonte: http://guide.supereva.com/)

 Buon Compleanno a Roma

 

St Patrick (2)

Separare realtà e finzione narrando la storia di S. Patrizio può risultare a volte delicato, visto il gran numero di leggende sorte attorno a questa celebre figura.
E spesso son proprio le leggende a parlare da sé.

La cacciata dei serpenti
E’ famosa la leggenda secondo la quale S. Patrizio cacciò in mare tutti i serpenti d’Irlanda. Ciò avvenne nel 441 quando Patrizio trascorse 40 giorni e 40 notti sul monte Croagh Padraig. Al termine del quarantesimo giorno, si dice che il patrono d’Irlanda abbia scagliato un campana su una pendice del monte, scacciando dall’isola tutti i serpenti. Oggi il monte è meta per molti pellegrini soprattutto dal 15 luglio al 15 agosto.
Leggenda o verità?
Fatto è che oggi non si trova alcuna specie di serpente sul suolo irlandese.
In realtà non ce ne sono neanche in Nuova Zelanda, ma non è che S. Patrizio sia arrivato sin lì!
Inoltre lo storico greco-romano Salinus ha registrato in un suo scritto che l’Irlanda era priva di serpenti già ben due secoli prima che nascesse S. Patrizio… Per tale motivo sembra che la storia dei serpenti sia stata inventata da un monaco di origini italiane che la moglie del normanno John de Curcy portò nella corte del marito a Downpatrick.

La Croce Celtica
S. Patrizio conosceva la lingua e la cultura irlandese grazie al periodo di schiavitù che aveva vissuto su Slemish Mountain. Quando da Roma, l’apostolo tornò in Irlanda per evangelizzare il paese, la sua missione ebbe successo perché egli non cercò mai di far dimenticare ai Celti del luogo le loro credenze, anzi, cercò in ogni modo di combinare la nuova fede cristiana con la loro simbologia. Un esempio, secondo la leggenda, è la Croce Celtica: S. Patrizio aggiunse il sole, potente simbolo celtico, alla croce cristiana, per facilitare l’assimilazione di tale icona.

Il biancospino
Secondo una leggenda, fuggito dalla schiavitù in Irlanda, Patrizio si diresse direttamente in Francia. Avendo deciso di visitare suo zio a Tours, doveva attraversare la Loira e ovviamente non era provvisto dei mezzi necessari per farlo. Trovò, tuttavia, che la sua mantella sarebbe stata un’ottima zattera. Una volta raggiunta la riva opposta, Patrizio appese il suo soprabito a un cespuglio di biancospino ad asciugare. Nonostante fosse pieno inverno, la pianta iniziò a fiorire.
Da allora il biancospino fiorisce d’inverno.

Il pozzo di S. Patrizio
Sembra che Patrizio fosse custode di una grotta senza fondo, l’ormai celeberrimo Pozzo di San Patrizio, dalla quale, dopo aver visto le pene dell’Inferno, si poteva accedere al Purgatorio giungendo persino ad intravvedere il Paradiso.
La grotta, murata per volere di Alessandro VI nel 1497, era localizzata su un isolotto del Lough Derg, dove poi venne costruita una chiesa, oggi meta di pellegrinaggio penitenziale per molti fedeli.

Miracoli
Nonostante la sua santità, sembra che a Patrizio non mancassero gli scatti d’ira: quando un uomo avido e scontroso gli negò l’uso del suo campo per riposarsi e pascolare i suoi buoi, si narra che Patrizio maledì il campo, profetizzando che non vi sarebbe cresciuto più nulla. Quello stesso giorno il campo fu inondato dal mare e rimase per sempre sabbioso e arido.

I buoi e la sepoltura
Prima che morisse, un angelo predisse a Patrizio che due buoi selvaggi avrebbero preceduto il suo carro funebre e avrebbero scelto il suo luogo di sepoltura. I due animali si fermarono a Down, una città dell’Irlanda del Nord, da allora ribattezzata Downpatrick.

Il trifoglio e la trinità
La leggenda vuole che un giorno San Patrizio illustrò ai celti il concetto della trinità sfogliando i petali di un trifoglio (tre foglie originanti da un unico stelo) che divenne subito simbolo nazionale.
Lo shamrock (in gaelico seamrog = “summer plant”) è una qualità di trifoglio, il “trifolium repens”, caratterizzato in estate dalla fioritura di innumerevoli fiorellini bianchi.
La prima volta che il trifoglio fu citato per iscritto fu nel 1571, sebbene l’uso leggendario che ne fece S. Patrizio preceda tale data di millenni. Secondo la tradizione, infatti, S. Patrizio usò il trifoglio per illustrare il concetto di trinità ai Celti.
Oggi è difficile dichiarare vere o meno tali leggende che circondano il trifoglio, ma bisogna ricordare che questa pianta era importante già per i Druidi, prima dell’arrivo di S. Patrizio. Si credeva che avesse proprietà curative e l’associazione al numero 3 aveva un importante significato nella numerologia antica, per la quale il 3 era un numero sacro con poteri mistici.

I Leprechauns
Il Leprechaun è il più popolare folletto d’Irlanda, noto anche come Leith Bhrogan. Per lui molti lasciano un bicchiere di latte sul davanzale della finestra. Il suo ritratto c’è in tutte le botteghe e i negozi, ed è proprio la sua maschera ad aprire le sfilate nel giorno di San Patrizio.
E’ un folletto ciabattino (in irlandese Leith bhrogan, ovvero ciabattino di una sola scarpa) e quando non lavora si dedica solo a fare scherzi. Si burla soprattutto degli avari e costruisce trappole geniali per i ladri.
I Leprechauns sembra vivano in solitudine e custodiscano una pentola piena d’oro nascosta alla base dell’arcobaleno.
Le leggende hanno reso questo folletto uno tra i simboli più diffusi del St. Patrick’s Day.

L’arpa


L’arpa irlandese è uno degli strumenti più antichi al mondo ed è diventato nel corso dei secoli il simbolo ufficiale dell’Irlanda,
sebbene il trifoglio sia quello più noto e diffuso.

The Wearing of the Green  
Il verde è considerato il colore simbolo dell’Irlanda e il giorno di S. Patrizio moltissimi irlandesi indossano un capo d’abbigliamento verde per tradizione, oppure un mazzolino di trifogli all’occhiello o nel taschino.
Il verde simboleggia la primavera, la natura e la speranza, oltre ad essere il colore del trifoglio,
e secondo il folklore irlandese è il colore preferito delle fate.

Blarney Stone
Un’usanza vuole che il giorno di S. Patrizio in particolare porti fortuna baciare la celebre Blarney Stone, o pietra dell’eloquenza, incastrata in un muro del cammino di ronda dell’omonimo castello.
Secondo la leggenda, chi la bacia, o almeno la tocca, riceve immediatamente il dono della dialettica. Tale credenza deriva da una rimostranza della regina Elisabetta I, cui uno dei proprietari del castello, Cormac Teige MacCarthy, avrebbe tenuto testa così bene alla regina, mascherando l’astuzia tramite l’eloquenza, che costei avrebbe detto, ricevendo una delle sue lettere:
“This is all Blarney, he never means what he says, he never does what he promises”
“E’ tipico di Blarney: non pensa mai ciò che dice, non fa mai ciò che promette”.
Il termine blarney, che significa “lusingare”, sarebbe entrato così nella lingua inglese. Baciare la magica Blarney Stone, comunque, significa salire 1200 gradini, sdraiarsi sulla schiena e rimanere sospesi nel vuoto…

 Shillelagh
Lo Shillelagh è un bastone da passeggio fatto originariamente del legno della Shillelagh Forest (Co. Wicklow). Tale bastone si dice rappresenti lo spirito “staunch” degli irlandesi e la loro perseveranza.

Iconografia


San Patrizio viene raffigurato in molti modi:
mentre guida i serpenti fuori dall’Irlanda
(i serpenti simboleggiano gli Dei pagani);
mentre predica con un serpente arrotolato attorno al suo bastone;
con un trifoglio in mano;
con libro e penna, i diavoli ai suoi piedi e un angelo sopra di lui.

Mi sembra ci sia tutto….

Non mi resta che augurare

 

San Patrizio (1)

San Patrizio, occorre dirlo anche se molti ne saranno già al corrente,
è il santo patrono d’Irlanda e viene festeggiato, oltre che in Irlanda e ovunque ci sia una comunità irlandese, il 17 Marzo.
Quello che però forse non tutti sanno
è che su di lui tanto è stato scritto e tanto è stato detto,
ma mai si è arrivati a una soluzione definitiva su quella che è stata realmente la sua vita.

Per cominciare, il santo patrono d’Irlanda non nacque in Irlanda bensì in Scozia, nei pressi dell’odierna Kilpatrick, in un anno collocabile tra il 385 e il 392 d.C. Il destino dell’allora Maewyn Succat, rampollo di una famiglia di curiales che possedeva terre nella Britannia romanizzata e cristianizzata, si mise in moto all’età di 16 anni, quando pirati irlandesi lo rapirono e lo vendettero come schiavo. Per sei anni lavorò come pastore in cattività su Slemish Mountain, nella contea Antrim. In questi anni apprese la lingua gaelica e si avvicinò alle pratiche dei druidi.
Spinto da sogni rivelatori, fuggì imbarcandosi su una nave che lo portò in Inghilterra, e da qui andò in Francia, mosso da una Voce che lo richiamava a cristianizzare l’Irlanda. Presso il monastero di Auxerre si preparò al sacerdozio. Fu Papa Celestino a battezzarlo col nome di Patrizio (dalle parole latine “pater civium”, ovvero “padre del suo popolo”), e nel 432 gli affidò la missione di estirpare dall’Irlanda il paganesimo e convertire l’intera nazione alla cultura cattolica.
Tornato da Vescovo nella terra che lo vide schiavo, tra mille pericoli, il santo percorse l’intera Irlanda, predicando e insegnando nella lingua locale, fondando abbazie e monasteri, soccorrendo i bisognosi e operando miracoli. Forte della conoscenza delle tradizioni celtiche, affiancò i simboli cristiani ai riti druidici. Oltre sessanta chiese furono costruite in suo onore, la più importante delle quali si trova a Dublino (St. Patrick’s Cathedral) e nel giro di tre decenni San Patrizio portò a termine la sua missione: la quasi totalità dei Celti Scoti, compreso il loro intrattabile re Laoghaire, si era convertita. Entro la fine del V secolo l’Irlanda era una nazione cristiana. Alla morte di San Patrizio, il suo corpo, conteso da varie città, fu affidato a una coppia di buoi che, senza guida, lo depose a Down, nell’Irlanda del Nord, che da allora cambiò il nome in Downpatrick: da qui un’immensa statua dell’Apostolo veglia sull’Irlanda.

 

 

Leggendarie le sue gesta nell’opera di conversione: per attirare l’attenzione del re di Tara, Laoghaire, accese un fuoco alla fine dell’inverno contravvenendo al divieto di accendere il primo falò di primavera prima del Re. Portato innanzi al re, Patrizio parlò con dolcezza e umiltà al punto che Laoghaire lo baciò sulla guancia.
L’entourage del re lo provocò, chiedendogli un segno tangibile del suo dio: la neve in primavera. E puntualmente nevicò.

 

Sono Irlandesi questi Americani!

17 marzo:
ogni Irlandese in patria e nel mondo rivolge il cuore all’Isola di Smeraldo.
L’Irlanda celebra il proprio patrono, San Patrizio, e le proprie radici millenarie. Curiosamente il Saint Patrick’s Day nacque come celebrazione negli Stati Uniti, dove la comunità irlandese di Boston organizzò una parata nel 1737.
In questo giorno di festa (anche nell’africana Nigeria, della quale San Patrizio è pure patrono, poiché fu evangelizzata da missionari irlandesi) il colore dominante è il verde.

Indossarlo porta fortuna, e anche berlo!

 La speciale birra per questa giornata viene infatti colorata di verde e bevuta sulle note della tradizionale musica irlandese.
In alcune città americane vengono dipinte di verde le strisce stradali.
A Chicago addirittura il Chicago River viene tinto di verde,

prendendo spunto da un accadimento del 1962, allorché gli addetti al controllo dell’inquinamento usarono una tinta verde per rintracciare scarichi inquinanti nel fiume.
In Irlanda e ovunque nel mondo, Italia compresa, dove c’è sentore d’Irlanda (leggasi pub) non mancheranno certo le occasioni per brindare alla verde isola di San Patrizio!

Éire go brách (Ireland forever)!

 

Continua………

Giusy

Meme

 Trovo sul blog dell’amico Mauro Piadi questo post:
Photobucket
“Ebbene sì! D’altronde è tempo che non ne circola uno, almeno nella cerchia dei miei amici; questo l’ho trovato su un blog americano, l’ho tradotto, elaborato, ed ecco che ve lo propongo. Tranquilli, però, nessuno si deve sentire obbligato a rispondere… Più che altro, secondo me, è un sistema per conoscersi meglio! Chi vuole partecipare, si ricopia le domande e ci attacca le proprie risposte, pubblicando poi il post relativo, e poi magari mi avverte con un commento qui, in modo di poter venire a leggere…”Io ho deciso di partecipare (ma dai? direte voi…) e se qualcun altro lo desidera… prego, si accomodi! Copiate le domande e poi rispondete sul vostro blog, così anche i vostri amici potranno conoscervi meglio e a loro volta partecipare, se lo desiderano.

Pronti…?      Via!

1. Il nome che porti ti è stato dato in onore o in ricordo di qualcun altro?
In ricordo del nonno paterno, che già era stato ricordato con un cugino nato l’anno prima di me e che ancora è stato poi rinnovato con un’altra cugina nata dopo di me……….
2. Hai figli?
Un splendida bimba di… 31 anni.

3. Ti piace la tua calligrafia?
Assolutamente no. Credo che anche le galline scrivano meglio di me.

4. Sei una persona ironica?
Sì, credo di sì… cerco sempre di vedere il lato divertente in quel che mi accade… e penso che questo si veda… ma dite voi!

5. Se tu fossi un’altra persona, saresti amico di te stesso?
Mah…  non so se mi sopporterei…

6. Hai ancora le tonsille?
No, all’età di 5 anni decisero che avrei potuto farne a meno. Io non ero proprio dell’opinone, così strappai la tasca del camice del chirurgo con un calcio e diedi un bel morso alla mano dell’infermiera… ovviamente tutto questo mi è stato raccontato da mia mamma, perchè io non ricordo assolutamente niente!

7. Ti slacci le scarpe prima di togliertele?
Se sono scarpe da ginnastica, sì.

8. Cos’è che ti piace meno di te?
Sono troppo sincera, e mi frego con le mie mani: tutti sanno sempre quello che faccio e che penso.

9. Cos’è che ti piace di più, invece?
Sono molto sincera, e chi mi conosce sa che può fidarsi di me, perchè non racconto mai bugie.

10. Cosa ti manca di più?
Saper ballare, o cantare… mi piacerebbe così tanto….!

11. Pensi di avere un talento speciale per qualcosa?
Nell’entrare in sintonia con le persone, ma soprattutto con i bambini.

12. Hai tatuaggi o piercing?
Ma per carità! 

13. Di che colore hai i pantaloni e le scarpe in questo momento?
Pantaloni della tuta grigi, ciabatte bianche.

14. Colore della maglia che stai indossando ora?
Bianca.

15. Quando è stata l’ultima volta che hai pianto?
Ieri.

16. Cosa noti come prima cosa nelle altre persone?
Gli occhi.

17. Chi è stata l’ultima persona con cui hai parlato al telefono?
Mia figlia.

18. Faresti bungee jumping?
Ma siete matti? Vorrei invece provare il parapendio…….

19. Dolce preferito?
Tutti, purtroppo. Ma ho una predilizione per le nocciole o mandorle caramellate, il panforte, il torrone morbido, la mousse (qualsiasi gusto)………

20. Gusto di gelato preferito?
Malaga, cassata, variegato amarena……..

21. I tuoi suoni preferiti?
La campanella della fine delle lezioni…

22. Rosso o nero?
Rosso, che domande!

23. Canzone preferita, italiana e straniera?
“La vita è adesso” di Claudio Baglioni e “My immortal” degli Evanescence.

24. Che musica stai ascoltando?
Di tutto un po’.

25. Se fossi un pastello che colore saresti?
Azzurro.

26. Sport preferito da vedere?
Pattinaggio su ghiaccio.

27. Colore dei capelli?
Adesso rossa, ma io sono bionda, nata bionda, ma così bionda, che sembravo bianca.

28. Colore degli occhi?
Azzurri.

29. Occhiali o lenti a contatto?
Lenti perché son miope. Ovviamente quando porto le lenti devo poi mettere gli occhiali per leggere. Se invece non metto le lenti, leggo anche la guida telefonica e infilo l’ago senza difficoltà… naturalmente devo muovermi in un ambiente conosciuto, altrimenti sembro una talpina….

30. Cibi preferiti?
Tutti: pasta, pizza, carne, pesce, formaggi, verdure, frutta… escludo soltanto il fegato. 

31. Film horror o a lieto fine?
Anche non a lieto fine, ma non horror!!!!

32. Qual è il tuo film preferito?
“Via col vento”: secondo me un pilastro.

33. Ultimo film visto?
Al cinema? Non ci vado da una vita! In tele? “V come vendetta”, la storia di un novello Guy Fawkes.

34. Estate o inverno?
Estate. Odio il freddo.

35. Carezze o baci?
Cosa sono?

36. Doccia o bagno?
Doccia.

37. Quanti post hai scritto finora? E con quale frequenza posti?
Dovrei controllare…. In genere uno al giorno, ma ogni tanto mi prendo qualche ora di riposo.

38. Quanto tempo ci metti a scrivere un post?
Per scriverlo non molto, 10/15 minuti. Mi occorre più tempo per cercare ed inserire le immagini, perché se non sono come voglio io………..

39. Che libro stai leggendo?
Sto rileggendo “La scuola degli ingredienti segreti” di Erica Bauermeister.

40. Ti sei mai ubriacato al punto da non ricordare nulla?
No!

41. Cosa hai visto in televisione ieri sera?
Guardo raramente la televisione,…….. ieri sera? Monk.

42. Rolling Stones o Beatles?
Beatles.

43. Qual è il posto più lontano da casa che hai visitato?
Djerba.

44. Il tuo più bel ricordo “tattile”?
Il tessuto del mio abito da sposa…. che scema!

45. E quello “visivo”?
La cometa di Halley.

46. E quello “uditivo”?
Il pianto di mia figlia, quando ha deciso di far sapere al mondo che aveva deciso di farne parte.

47. E quello “intellettuale”?
Trovarmi in Inghilterra per la prima volta, ed accorgermi che riuscivo a capire loro e, cosa ancor più strana, loro capivano me!!!

48. Credi nel destino?
Domanda difficile. In genere dico: era destino!, ma in realtà credo che ognuno di noi sia padrone delle proprie scelte, libero di decidere e di cambiare il corso delle cose… ma se dico così vuol dire che penso che gli avvenimenti siano già predestinati… però noi li possiamo  cambiare……. uffa, che confusione… non lo so, e così faccio prima.

49. La persona o le persone che hanno avuto più influenza sulla tua formazione?
Madre Angelica, la Direttrice del collegio in cui ho studiato, una suora canossiana e una donna splendida, che per prima ha intuito il mio distacco dalla religione e dalla fede, ma nonostante tutto non ha cambiato atteggiamento nei miei confronti. Alla mia domanda: “E se invece non ci fosse niente di tutto quello che voi (religiosi) credete ci sia lassù?” mi rispose con un sorriso che ancora ricordo: “Eh… allora le prime ad essere fregate siamo proprio noi (suore)!” Ciao Madre Angelica, Ti voglio così bene che spero tanto Tu abbia trovato quello che Ti aspettavi di trovare… anche se sono convinta che la fregatura Tu l’abbia presa sul serio.

50. Sei soddisfatto del tuo aspetto fisico?
Ma sì, tutto sommato… (lo so, è la stessa risposta di Mauro, ma ho già fatto i salti mortali troppe volte per cercare di scrivere le stesse cose con parole diverse…. almeno questa, passatemela!)

Ecco, ho finito, ora mi conoscete un po’ di più, anche se non penso d’aver aggiunto troppo a quello che già sapevate…

Giochino

 L’amica Emmelania mi ha coinvolto in questo giochino che mi ha incuriosita…
Lo so che si faceva da ragazzine, ma forse è proprio per questo che mi sono divertita un mondo a completarlo… e in più mi ha fatto anche riflettere su alcune cose… 

In fin dei conti, con le varie scelte, decise all’istante, non ponderate, si delinea un po’ la personalità di chi si mette in pista…. no?

A me è uscito così:



Se fossi un mese: maggio

Se fossi un giorno della settimana: venerdì

Se fossi una parte della giornata: pomeriggio

Se fossi un pianeta: Marte

Se fossi un animale acquatico: medusa

Se fossi una direzione: sud-est

Se fossi un mobile: libreria

Se fossi un liquido: olio

Se fossi una gemma: rubino

Se fossi un albero: mimosa

Se fossi un attrezzo: lima

Se fossi un fiore: AZALEA ROSSA

Se fossi un tempo: primavera

Se fossi uno strumento musicale: arpa

Se fossi un colore: rosso

Se fossi un’emozione: sorpresa

Se fossi un frutto: fragola

Se fossi un suono:  il rintocco delle campane

Se fossi un elemento: fuoco

Se fossi una macchina: la mia Aygo

Se fossi un dolce: meringata

Se fossi un posto: spiaggia

Se fossi un materiale: cristallo

Se fossi un gusto: frutti di bosco

Se fossi un aroma: fior d’arancio

Se fossi un oggetto: specchio

Se fossi una parte del corpo: bocca

Se fossi una smorfia: linguaccia

Se fossi una canzone: “My Immortal” – Evanescence

Se fossi un paio di scarpe: tacco 8 vernice nera

Avanti…. chi di voi vuole provare?
Se vi va…. è divertente!
Titti
Iolosoxchecero
Jouy
Toctoc 68
Diamante Viola
……………….
e tutti gli altri…..
anche per ingannare il tempo infame
che non ha capito che ci deve portare
verso la primavera
e non farci tornare indietro!

E poi è Carnevale….
e si sa:


A Carnevale ogni scherzo vale!

Uhm….
forse non c’entrava un fico secco…
ma m’è venuto così,
beccatevi ‘sta perla d’originalità!

I brutti voti di Isacco



Come scolaro, Isacco dava ben poche soddisfazioni ai suoi genitori. Le materie scolastiche parevano entrargli da un orecchio solo per uscire dall’altro, senza scontrarsi con quelle che facevano il cammino inverso.
Egli si divertiva un modo, invece, a costruire piccoli mulini, trottole, aquiloni, orologi ad acqua ed altri ingegnosi giocattoli. La mamma, invece, senza curarsi della sua predisposizione, voleva farne un buon contadino. Ma il contadinello, un giorno, fu scoperto dallo zio dietro una siepe mentre leggeva un libro di matematica, con tanto entusiasmo quanto un ragazzo della sua età ne avrebbe mostrato ad ascoltare le avventure dei marinai.


Da quel giorno fu deciso il destino di Isacco Newton (1642-1727), uno dei massimi geni della storia dell’umanità. Se un uomo di trecento anni fa potesse tornare sulla Terra, la vista di un razzo spaziale lo spaventerebbe a morte: un aeroplano a reazione gli sembrerebbe una creatura del diavolo. Ma Isacco Newton non avrebbe alcun motivo di stupirsi, perché quelle meraviglie nascono da una legge che egli stesso formulò, quasi trecento anni or sono: “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Questo è il principio su cui si basa la propulsione a getto. Newton fu l’inventore del calcolo e formulò la legge della gravitazione universale: cose che ogni studente incontra, prima o poi, sulla sua strada.
Quando e se vi capiterà, se non vi è già capitato, di esplorare lo sconfinato panorama delle conoscenze di Newton, vi domanderete se per caso egli non sia un uomo del Tremila, anziché del Seicento.


Uomini “del futuro” si è per quello che si conosce, non per diritto di nascita.

 

Ricorrendo oggi l’anniversario della sua nascita, mi è sembrato un doveroso omaggio scrivere queste due righe per ricordarlo.
Perfino nel film “Il Codice Da Vinci” viene ricordato come un genio, e come la chiesa ne abbia osteggiato le idee, tant’è vero che alla sua morte fu il suo amico Alexander Pope a tesserne gli elogi.
Ma erano altri tempi, per fortuna.
Oggi le menti geniali vengono corteggiate, gratificate, retribuite con fior di quattrini… dagli altri. Forse è per questo che se ne vanno dall’Italia.

Onore e lode a Newton, quindi, e a tutti quelli che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito e continuano a contribuire al bene dell’umanità.

Gli orologi di Carlo V


Carlo V, quando si ritirò a vivere in un convento, volle un giorno fabbricare orologi e, aiutato da un frate esperto in questo lavoro, ne fabbricò una dozzina, ingegnandosi di farli andare tutti d’accordo.
Non ci fu verso: quale andava avanti e quale indietro.
Carlo V scoppiò allora in una sonora risata e al frate che gli domandò perché ridesse a quel modo, rispose:
“Rido di me stesso, che pretesi un tempo che tutti i miei sudditi la pensassero allo stesso modo, mentre… non sono capace di far andar d’accordo una dozzina di orologi”.



Mi ha fatto bene leggere questo aneddoto, e adesso vi spiego il perché.
Qualche tempo fa uno di voi mi chiese. “Perché hai un blog?”
All’apparenza, la domanda più semplice del mondo.
“Perché mi va” sarebbe stata, di conseguenza, la risposta più semplice del mondo.
Ma chi mi conosce anche solo un po’, sa bene che questo per me avrebbe significato fermarmi all’apparenza delle cose, soffermarmi sulla superficie della questione.
Impossibile, per una che è abituata andare a fondo (sì, sempre, anche in mare o in piscina) e trovare le ragioni cha la spingono a compiere determinati passi.

Così ho riflettuto, ho riflettuto parecchio e a lungo. E sono giunta a questa rivelazione: non lo so!


Ho provato a guardarmi un po’ in giro. Ci sono blog di tutti i tipi:

*c’è il blog-diario – per me sarebbe impossibile: con la vita monotona che faccio, vi farei cadere addormentati tutti sulla tastiera e quindi… no, non è il caso.

*c’è il blog-politico – altro obiettivo non alla mia portata: negli ultimi anni sono sempre più incline a considerare la politica il principale carrozzone del circo Barnum e, se ci pensate, ci sta tutto il paragone: ci sono trapezisti (abilissimi a “saltare” da uno schieramento all’altro senza mai farsi male), illusionisti (ah, come sanno illudere le persone loro….!), prestigiatori (pensate a tutti i soldi che fanno sparire con un’abilità tale da non accorgecene neppure), domatori (e che domatori! Anche senza sedia e frusta sanno far stare al loro posto e rabbonire elettori infuriati), pagliacci (beh, qui è inutile che faccia esemplificazioni…). Da anni oramai non vado a votare, ma non per qualunquismo o per lavarmene le mani, semplicemente per coerenza: non trovando nessuno che riesca ad ispirarmi la benché minima fiducia preferisco astenermi, piuttosto che scegliere il meno peggio e farmi del male da sola.
*c’è il blog-giornalistico – anche qui, mi chiamo fuori dalla mischia. Al di là di qualche notizia strana o curiosa da commentare, preferisco lasciar fare a voi, che lo sapete fare…. E poi, siamo bersagliati da notizie e notiziari ad ogni ora del giorno e della notte, in tv ed in rete, non credo di poter dare un contributo di una benché minima validità, quindi…. mi astengo, Vostro Onore!
*c’è il blog-religioso – ma è materia troppo delicata per chi ha perso la via della chiesa da tanto tempo. È un percorso che preferisco fare da sola, qualunque sia la strada che mi troverò a percorrere in futuro, non voglio certo tediare chi legge con i miei problemi spirituali. Passiamo oltre.
*c’è il blog-umoristico – ma ci vuole un’intelligenza fina per saper fare satira, per essere ironici ma non offensivi, per far ridere le persone anche di se stesse e nel contempo farle riflettere….. No, mi chiamo fuori anche da questo campo.
*c’è il blog-poetico-letterario – e qui, signori miei, faccio non uno, ma due passi indietro, e mi inchino ed applaudo a quanti di voi sanno cimentarsi in quest’arte, lontana migliaia di km dalla mia portata. Non scherziamo su queste cose.
*c’è il blog-ermetico – cioè, estremamente sintetico, da una battuta e via, ma c’è più in quella battuta che in tanti sproloqui che si leggono in giro, compresi i miei. Abilità, quella della sintesi, che non ho (se mi vien detto che per leggere i miei post occorre avere mezza giornata libera, ci sarà pure un motivo,no?)

 


E li leggo tutti questi tipi di blog, e ne ho rispetto, perché in tutti trovo qualcosa d’interessante, da tutti ho da imparare, e poi mi piace variare gli argomenti!
E ce ne saranno ancora sicuramente di altre tipologie, che adesso non sto qui a ricercare ed elencare, altrimenti non andiamo più a casa a cena. Mi sembra d’aver coperto già un bel range (si dice così?), ma il mio, qui dentro, non ce lo ritrovo.

E allora, che tipo di blog è il mio? Ripeto: non lo so.
Non so neppure perché ce l’ho. Ad oggi, la risposta che ancora mi affiora alla mente quando mi pongo questa domanda è sempre la stessa: perché mi va. Oddio… qualche altra idea mi viene, in realtà, tipo: perché mi piace paciugare con le immagini e le parole; perché ho conosciuto e continuo a conoscere persone in gamba; perché sto raccogliendo tutti insieme pensieri, racconti, poesie, aforismi… che avevo sparpagliati un po’ ovunque; perché mi gratifica vedere che c’è chi trova interessante quello che scrivo…..
Eppure critiche ne ricevo, a partire dai post troppo lunghi fino ad arrivare alle numerose immagini che metto, passando per gli argomenti che non sempre sono graditi a tutti e incrociando qualche volta anche le lame con alcuni contestatori che non condividono le mie idee e il mio modo di pensare e di vedere le cose.

E torniamo a Carlo V: se non si riesce a far andare d’accordo dodici orologi…. come si può pensare di mettere d’accordo tutti con un blog? Non si può.Quindi: non so che tipo di blog sia, non so perché sono qui, ma so che sono contenta di esserci e ci resterò finché mi farà piacere. E se qualcuno non è d’accordo… pazienza! Ci sono tanti di quei blog da girare che non basta una giornata intera a visitarli tutti.

Dimenticavo: se avete un’etichetta che potrebbe andar bene per questa mia creatura…. dite pure (a parte rompi…scatole): hai visto mai che riusciamo a collocarlo in qualche categoria!

San Nicola

OVVERO
SANTA CLAUS

 

Era una fredda notte d’inverno, fra gli anni 243 e 366 dopo Cristo, quando nell’antica Roma imperiale, amici e parenti si scambiarono le prime “stranae” (le odierne strenne) per festeggiare il “dies natalis”. Agli auguri di buona salute, si accompagnarono presto ricchi cesti di frutta e dolciumi, e poi doni di ogni tipo, perché la nascita di Gesù e, insieme, l’anniversario dell’ascesa al trono dell’Imperatore, divenissero il simbolo di una prosperità che avrebbe dovuto protrarsi per l’intero anno. 


Passarono i secoli e, un bel giorno del 1800, il rito trovò la sua personificazione in un forte vecchio rubicondo dalla barba bianca, residente al Polo Nord dove, secondo la tradizione, aiutato da numerosi gnomi, costruirebbe dei giocattoli da distribuire come doni durante la notte di Natale, con l’ausilio di una slitta trainata da rennevolanti e passando attraverso i camini delle case.
 


Raggiunta una certa età, veniamo a conoscenza di una spiacevole realtà: Babbo Natale altro non è che un personaggio fantastico. Ma tale affermazione non è del tutto vera: Babbo Natale, o almeno un personaggio molto simile, è realmente esistito. Si tratta di San Nicola. Nato a Patara, in Turchia, da una ricca famiglia, divenne vescovo di Myra, in Lycia, nel IV secolo e forse partecipò al Concilio di Nicea nel 325. Quando morì le sue spoglie, o le presunte tali, vennero deposte a Myra fino al 1087. In quest’anno infatti furono trafugate da un gruppo di cavalieri italiani travestiti da mercanti e portate a Bari, dove sono tutt’ora conservate, e di cui divenne il santo protettore.
 


Negli anni che seguirono la sua morte, si diffusero numerosissime leggende. Una tra le più famose e confermata da Dante nel Purgatorio (XX, 31-33) è quella delle tre giovani poverissime destinate alla prostituzione. Nicola, addolorato dal pianto e commosso dalle preghiere di un nobiluomo impossibilitato a sposare le sue tre figlie perché caduto in miseria, decise di intervenire lanciando per tre notti consecutive, attraverso una finestra sempre aperta del vecchio castello, i tre sacchi di monete che avrebbero costituito la dote delle ragazze. La prima e la seconda notte le cose andarono come stabilito, ma la terza notte San Nicola trovò la finestra inspiegabilmente chiusa. Deciso a mantenere comunque fede al suo proposito, il vecchio dalla lunga barba bianca si arrampicò così sui tetti e gettò il sacchetto di monete attraverso il camino, dov’erano appese le calze ad asciugare, facendo la felicità del nobiluomo e delle sue tre figlie.
 

In altre versioni posteriori, forse modificate per poter essere raccontate ai bambini a scopo educativo, Nicola regalava cibo alle famiglie meno abbienti, calandoglielo anonimamente attraverso i camini o le loro finestre. Secondo altre leggende, questo santo sarebbe entrato in possesso di un oggetto mitico, il Sacro Graal, che, oltre ad essere responsabile della sua capacità di “produrre abbondanza” da regalare, fu anche causa del trafugamento delle sue spoglie per volere di papa GregorioVII. In ogni caso San Nicola divenne, nella fantasia popolare, “portatore di doni”, compito eseguito grazie ad un asinello nella notte del 6 dicembre (S. Nicola, appunto) o addirittura nella notte di Natale. Tradizione vuole che un bicchiere di latte tiepido e un piatto di biscotti vengano lasciati accanto all’albero o sul tavolo per permettere al buon Santo di rifocillarsi.



Il nome olandese del santo, Sinter Klass, venne importato in America dagli immigrati olandesi come Santa Claus (Saint Nicholaus), la cui traduzione in italiano è solitamente Babbo Natale. Oggi, però, Babbo Natale ha perso ogni connotazione religiosa e grazie all’inventiva dei pubblicitari di una nota bevanda statunitense, la Coca Cola, perse il suo lungo cappottone verde bordato di pelliccia


 e divenne il vecchietto vestito di rosso che tutti conosciamo.


Negli USA è addirittura nata un’associazione che sostiene la sua esistenza e ne ricerca le prove: la Institute of Scientific Santacluasism.


Auguri a tutti i Nicola!

Giusy