
Ricordate il mio post di qualche tempo fa…. quello in cui parlavo della difficoltà di parcheggiare in città… quello in cui spiegavo le motivazioni che mi spingono ad avventurarmi tra le vie cittadine solo con l’ausilio dei miei piedini (per chi se lo fosse perso: basta cliccare sulla tag “parcheggio” nella colonnina a lato)?
Ecco, in quell’occasione parecchi lettori mi hanno chiesto come mai non preferisca la bicicletta: sempre economica, sempre ecologica, sempre salutare.

Anche a me piace andare in bicicletta, ma in città mi ispira poco, comunque, ieri, vista la giornata, vista la vacanza perché era la festa patronale del paese in cui lavoro, visto il panettone che sembra voler lievitare più del necessario (eh sì…. anche se sei 47 kg il panettone tende sempre ad espandersi: è una lotta senza quartiere tra me e lui!), mi sono detta: perché non ne approfittiamo e al centro commerciale ci andiamo con la due ruote?
Così ho ripulito la bicicletta ibernata in cantina dai tempi delle domeniche a piedi. No, non è un velocipede di quelli col ruotone davanti e il ruotino dietro, nemmeno una di quelle bici unisex col sellino a trespolo sulle ruote piccole e la marca che finisce per “ella”, ma una vera bicicletta da donna, col manubrio da passeggio (niente mountain bike… le marce? anche in bici? ma per cortesia…!) e il suo bel carter cromato. L’ho ripulita, le ho gonfiato le gomme, lavato il sellino (mancava solo che mettessi il giornale sotto alla maglietta) e sono partita.

Scampanellavo coscienziosamente, lampeggiavo disciplinatamente col braccio teso a destra o a sinistra, pigiavo con apprensione i pedali quando i semafori davano via libera per togliermi dai piedi, per dare spazio alle orde smarmittanti che premevano alle mie spalle.
Percepivo dentro di me una strana sensazione, che ben presto ho messo a fuoco: mi sentivo inerme, indifesa, alla mercé.
E prima un camion che con la sua interminabile parete mi ha sfiorato il braccio sinistro; e poi l’autobus che sembrava quasi volermi dare una spallata (fatti più in là, fessacchiotta); clacson mi fulminavano alle spalle da mezzo metro; automobili ferme che mi apprestavo a superare mi spalancavano sportelli sui denti…. Mi sentivo un corpo estraneo trapiantato in un organismo che reagiva con la classica crisi di rigetto.

Gli automobilisti si incuneavano furenti per i loro percorsi obbligati, i pedoni bloccavano gli automobilisti dardeggiando sguardi di fuoco a destra e a sinistra dalle strisce pedonali, i ciclomotori saettavano con spavalda incoscienza fra automobili e pedoni. Gli unici “paria” senza clacson, senza paraurti, senza strisce zebrate e senza manopola del gas eravamo io e qualche altro tapino: pedalavamo a spalle strette, la coda tra le gambe, zitti e marciare.
Per non parlare di buche e buchette, alcune delle quali così vaste e profonde, che se ci entri ci vuole il carro attrezzi per uscirne, e delle poche piste ciclabili che improvvisamente (e a volte inspiegabilmente) si interrompono, e non sai come fare ad immetterti nella corsia invasa dalle auto in corsa….

Mi sono arresa quasi subito: sono scesa dalla bicicletta, e sono tornata a casa camminando sul marciapiede, tenendo il mio potente mezzo per mano.
Mi sono buttata sul letto, ho lasciato placare la tachicardia, ho operato lunghe espirazioni di colore azzurrognolo per depurarmi dalle sgassate di alcune auto che mi avevano accelerato in bocca, e ora sono qui, a raccontarvi la mia esperienza di cittadina che voleva: non consumare energia, non inquinare, non tamponare, non emettere decibel.
Qui da noi le due ruote sono rispettate soltanto se chi le inforca ha una maglia colorata, i calzoncini, la testa ciondoloni sul manubrio e il culone alto sul sellino: allora interviene la polizia stradale, blocca tutto, largo al trofeo strapaesano.
Ma se uno pedala in borghese, è perduto.

Ecco la fine che farò fare alla mia bicicletta.