10 e lode!

Secondo Sadi Carnot:

“Il tempo meglio impiegato

è quello che si passa ridendo.”

E allora…

La Terra gira di giorno intorno al Sole e di notte intorno alla Luna; girando fa vedere il suo didietro davanti e il suo davanti didietro.

Le piogge hanno origine da perforazioni atmosferiche.

Quando il barometro è variabile il tempo non sa che fare.

Le carte geografiche sono fatte da cartomanti.

Nel mare si trovano dei gruppi di isole chiamati “arcipreti”.

Per studiare il fondo marino si usa una sonda: se riporta del fango, il fondo è fangoso; se riporta della roccia, il fondo è roccioso; se non riporta nulla, lo spago è troppo corto.

Gli uomini che esplorano le grotte e i corsi d’acqua sotterranei si chiamano ginecologi.

Il Polo Nord è una culotta di ghiaccio; attorno si estende il Mar Glaciale Artistico. Nelle terre polari non c’è molta flora: solo qualche fauno selvatico e dei licheni. I soli essereri viventi sono: le foche, i pinguini e gli esploratori; questi ultimi hanno così freddo che per lavarsi le mani si mettono i guanti. Il Polo Nord è abitato dagli eschimesi che, invece, non hanno freddo e stanno in maniche di camicia davanti alle loro case di ghiaccio.

La foresta vergine è una foresta che non è mai stata penetrata dall’uomo. La vegetazione è molto lussuriosa e gli alberi giganteschi diventano rapidamente centenari.

 

Tutti promossi con 10 e lode!

L’albero di Natale

A mezzanotte di Natale, in un quartiere povero di New York, si faceva la prova dell’albero: il venditore regalava gli alberi che non aveva venduto ai ragazzi che erano capaci di afferrarli, restando in piedi, quando egli li lanciava contro di loro con tutte le sue forze.
Quando Francie aveva compiuto dieci anni e Neeley nove, la mamma permise loro di partecipare alla gara.
Francie aveva scelto l’albero dalla mattina e per tutta la giornata aveva pregato perché nessuno lo comprasse. Per fortuna a mezzanotte c’era ancora: era il più grande che vi fosse.

Fu proprio quell’albero che il venditore prese per primo:
- Chi vuole provare? – domandò.
Francie si fece avanti.
- Sei troppo piccola!
- Mio fratello ed io insieme non siamo troppo piccoli – rispose Francie, spingendo avanti Neeley.
- In due non va bene! – protestò un ragazzo presente.
- Sta’ zitto tu! Quei due piccoli hanno del coraggio ed hanno diritto di tentare la prova. Indietro gli altri!
L’uomo piegò il braccio per lanciare l’albero e si accorse di quanto erano piccoli i due bambini. Per un attimo pensò:
- Perché non do l’albero e auguro a loro Buon Natale?
Ma poi pensò che anche gli altri avrebbero voluto un albero in regalo e l’anno successivo nessuno avrebbe più comprato nulla da lui.
- Che si arrangino – concluse – bisogna che quei bambini imparino a cavarsela! – e lanciò l’albero.

Francie vide l’albero volare, ma non si mosse. Barcollò quando la colpì e Neeley fu sul punto di cadere, ma la sorella lo aiutò a restar diritto. Quando i ragazzi più grandi tirarono via l’albero, videro i due fratellini, in piedi, che si tenevano per mano. Erano graffiati, tremavano, ma sorridevano anche, perché avevano vinto l’albero più grosso.
Il venditore si congratulò con i vincitori e consegnò loro il premio.

(Betty Smith)

Ho finito di addobbare l’albero. Finalmente!

Ancora un po’ e avrei potuto fare l’albero di Pasqua.

Comunque: è biancargentazzurro, e mi piace.

Questo non mi fa ancora sentire alcuna atmosfera, ma intanto c’è.

Lontani sono i tempi in cui, mia figlia bambina, si accatastavano pacchi e scatoloni sotto i rami addobbati… ora è lì, solo soletto, e sembra quasi domandarsi: “Che ci faccio qui?”. Magari prima del 6 gennaio troverò una risposta soddisfacente da dargli. Nel frattempo le sue bianche lucine mi evitano di accendere luci più grandi quando devo spostarmi in casa di sera. È già qualcosa.

Di genitore in genitore

Colloquio Scuola-Famiglia di ieri sera.

Campionario dei genitori ultimo modello.

G.1: “Maestra, devi dare più compiti! Io a casa non riesco a farle fare niente di più di quello che dai tu!”

“Ma guardi che già lavoriamo tanto a scuola, poi siamo solo in seconda…”

“No no no…. devi dare di più!”

G.2: “Senta, non può evitare di far studiare le poesie a casa?”

“Ma veramente… le ripetiamo talmente tante volte a scuola, che quando tornano a casa le sanno già quasi a memoria!”

“Sì, va bene, ma io non ho il tempo di mettermi lì a sentirlo ripetere la poesia! E anche i compiti… non può evitarli?”

G.3: “Lei è troppo brava! Deve scrivere sul diario quando sbaglia perché si distrae, se chiacchiera, se si muove…”

“Io cerco di arrivare a un’intesa, di far capire loro che ci si comporta correttamente non perché altrimenti arriva la nota e la punizione a casa,   ma perché è giusto così, ed è anche nel loro interesse…”

“Sìssì, ma lei scriva! Scriva che poi ci penso io!”

G.4: “Epperò stanno a scuola troppe ore! Sempre fermi, sempre zitti! Ci vuole più elasticità!”

“Veramente… non è che siamo proprio sempre sempre fermi e zitti, lo so che sono piccoli e ogni tanto hanno bisogno di staccare un po’…”

“Ma anche un filo di libertà in più non andrebbe male!”

G.5: “Fate cose già difficili…. quando andavo a scuola io….”

G.6 “Non li aiuti troppo, eh? Che imparino a darsi da fare e a lavorare da soli!”

E poi: “Deve stare davanti!” “Non lo metta vicino a….” “Ma a mensa mangia?” “Cosa fanno durante l’intervallo?”………..

Altre richieste?

Non fraintendete, in linea di massima ho un ottimo rapporto coi genitori dei miei alunni, c’è stima reciproca e tanta collaborazione con quasi tutti, ma a volte sono un po’ ansiosi  e non si rendono conto che i loro figli sono inseriti in una CLASSE, e non hanno un precettore privato ch’è lì solo per loro e le loro necessità. E se fanno fatica a capirlo i genitori, mi domando: come farlo recepire ai loro bimbi?

Il torrone

- …. quindi, prendiamo ad esempio il nome CASA: se dico “CASINA”?

- è un alterato diminutivo!

- bravi… e se dico “CASONA”?

- è un alterato acrrescitivo!

- bene… e se…

e così via, esempio dopo esempio, nome dopo nome, un po’ io e un po’ loro, gli attori del mio piccolo villaggio globale.

Ad un certo punto, inevitabilmente, si inciampa in un falso alterato:

- … mulino!

- ecco, no, ragioniamo…

e ragioniamo su nomi come bottone e bottino, mattone e mattino, melone, scarpone, portone, torrone…

- maestra, cos’è il torrone? (bambina rumena)

Allora le spiego di cosa stiamo parlando, ma per chi non l’ha mai assaggiato è difficile da immaginare, quindi prometto “domani lo porterò a scuola, così ne assaggeremo un pezzetto ciascuno”.

Nel frattempo, un bimbo sta con la mano alzata: è lì, col suo braccino su su in alto e non demorde. Chiedo:

- cosa vuoi dire?

- ma però (quante volte ho già spiegato che non si può dire “ma però”?)…. però, è anche una persona!

- cosa?

- il tErrone!

E tu spieghi, spieghi, spieghi….. e intanto loro ridono, ridono, ridono….

Ma il giorno dopo il tOrrone l’abbiamo mangiato sul serio.

Quello morbido, eh? perché mica volevo passare la giornata a togliere dentini da latte da pezzi di torrone!

La catechista

E viene il giorno in cui i bambini iniziano a frequentare la scuola di catechismo.
Ora, non so se vi sia mai capitato di parlare con una catechista…. fatelo, non ne resterete delusi!

I bambini oggi sono svegli, molto svegli, e si pongono un sacco di domande.
Hai voglia a cercare d’inculcare certe teorie…. loro devono capire, e se non capiscono, cercano d’arrivarci a modo loro, con le conoscenze che hanno.

“Che cosa vuol dire – Non nominare il nome di Dio invano?-”
“Che non si deve bestemmiare senza ragione”. (non fa una piega!)

“Cosa deve fare un buon cristiano?”
“Commettere tutti i peccati almeno una volta l’anno e fare la comunione almeno a Pasqua”. (chiaro no?)

“In quaresima bisogna fare astinenza ogni venerdì e tutte le feste comandate”.
“Mmmmm…. non proprio…. sai cosa vuol dire astinenza?”
“Astinenza vuol dire mangiare molto pesce, ostriche, aragoste e crostacei a mezzogiorno, e la sera è meglio mangiare una trota in bianco. Si deve anche mangiare latte, uova, formaggi, patate fritte e marmellata. Il venerdì le anatre sono i pesci”. (e bravo…!)

“Cosa vuol dire – Non desiderare la donna d’altri-?” (domanda difficilissima!!!)
“Che non si deve sposare una signora prima che sia divorziata.” (logica schiacciante)

“Il Padre è Dio?”
“Sì.”
“E il Figlio, è Dio anche Lui?”
“Sì, ma lo farà quando suo padre muore.” (non affrettiamo i tempi…!)

“Secondo voi, cosa faceva Dio prima della Creazione?”
“Faceva il caos.”
“Come?”
“Perché era a casa sua e poteva fare quel che voleva!” (provate a dire che non è vero!)

Il bambino che va a Messa per la prima volta, a seguito di mille raccomandazioni:
“Ho fatto il bravo come mi hai raccomandato: è passato un cestino pieno di soldi e ho detto -No, grazie!-” (fulgido esempio d’onestà!)

“Qual è il comandamento più importante?”
“Non fare agli altri quello che puoi fare da solo”. (ehm…. forse ha fatto un cicin di confusione….)

Secondo una bambina: “La storia comincia con Adamo e Adele che andavano al cinema Eden, ma poi Adamo diede un morso ad una mela… però non poteva fare diversamente, perché lui non aveva il coltello!” (ecchediamine!)

“Perché gli antenati degli ebrei si chiamavano patriarchi?”
“Perché i figli di Noè avevano la loro patria nell’Arca.” (cristallino…)

“Dopo la Riforma i protestanti, che erano molto numerosi in Germania, diventarono sette”. (alla faccia della diminuzione!)

E, dulcis in fundo, ecco un breve testo:
“Mosè era figlio della figlia del Faraone. Ma la principessa aveva paura di farsi sgridare, perché non era sposata, e allora ha raccontato che aveva trovato Mosè dentro un cestino, sulle rive del Nilo. Per non far storie, il Faraone fece finta di crederle.” (vista lunga, eh?)

Non sono io la catechista, neh?

Impossibile combinazione….

ma queste storielle mi hanno divertita tantissimo!

Che fatica!

A.A.A.  Bombole d’ossigeno cercasi…..

Cari amici cari…. come andiamo?
La vostra Peppina arriva a casa ubriaca senza bere… e sì che ho alle spalle un bell’allenamento, avendo insegnato solo inglese per tanti anni, che è una disciplina prevalentemente orale…. ma 4 ore e mezza in prima, tutte in prima, sola soletta…. gasp, che affanno! E dalla prossima settimana anche la prima partirà coi pomeriggi…. aiuttt!

Come tassa aggiuntiva, sto impostando i primi giorni in modo giocoso (ma intanto li faccio lavorare come schiavi), per stimolare in loro la voglia di venire a scuola per…. sapere cosa accadrà oggi.
Mo’, ve conto.

Durante l’estate, con la ragazza (in gambissima) che cura la biblioteca comunale, abbiamo ideato questa “scenetta”: dopo il consueto benvenuto da parte dei ragazzi di V con un canto e una poesia e i vari discorsi di rito da parte delle autorità e bla bla bla, arriva questa ragazza vestita da stellina (che poi sarebbe il personaggio-guida del nostro testo), con in mano la bacchetta magica che le avevo preparato e il mio libro con dentro le vocali di cartoncino colorato. Mentre saluta i bambini, dicendo loro che è venuta a portarci il libro (facendo un po’ di scena), arriva il MAGO (il papà di una mia ex-alunna) che, da vero villano dispettoso, ruba le vocali. Poveri noi… come faremo a imparare a leggere e a scrivere senza le vocali? Ma la stellina ci dice di stare tranquilli: lei ha degli amici che ci aiuteranno sicuramente.

Trascorre così la prima settimana, e sul nostro cartellone che rappresenta Bosco Felice appaiono pian piano la Stellina Lina e il Mago Dago…. ma di vocali neanche l’ombra.

Poi, lunedì mattina, arriviamo davanti alla porta (chiusa) dell’aula e……… ci sono dei mucchietti di terra!
“Chi è stato?” chiedo, “Se se ne accorge la bidella…!”
“Io no… io no…!” dicono i bimbi, guardandosi le scarpe.
“Forse sono stati i grandi!”
“Eh no, non è ancora salito nessuno, siamo i primi… e quando sono arrivata e sono salita a portare la borsa, non c’era tutta questa terra, era tutto pulito, e… adesso che ci penso, la porta era aperta! Come mai adesso è chiusa? Sarà mica entrato qualcuno?”
Troooon…. un passo indietro tutti quanti (eh eh… bellissimo scoprire che non sono poi quei Pierini che sembrano…!)
“State indietro…. provo ad aprire…”
Apro piano piano…. terra anche sul pavimento dell’aula…. e le tracce portano al cartellone….
Avanzano pian piano…. “C’è tutta la terra anche qui….!” finché uno si accorge che sul prato del cartellone c’è una figura che fino a venerdì non c’era: “La talpa! C’è una talpa…. è stata lei!!!”
Nel frattempo sono arrivati anche i bambini di seconda e di terza, incuriositi da quello che sta succedendo, con le maestre e la bidella che reggono il gioco.

Sulla cattedra è apparsa di nuovo la scatola magica che nei primi giorni ci ha portato diverse sorprese, caramelle comprese.
“C’è la scatola!… Guarda cosa c’è dentro….!”
E dentro, manco a dirlo, c’era la A, la mia A di cartoncino giallo che il Mago Dago aveva rubato il primo giorno, mentre sotto alla scatola c’era la A dell’alfabetiere.
Finalmente possiamo cominciare ad imparare le vocali!

Ieri sono arrivati pieni di curiosità: chissà se è arrivato qualcun altro…
Quando siamo saliti, abbiamo trovato dell’erba. Oramai non erano più impauriti, ma solo curiosi, così, dopo Ada la Talpa, ecco Ebe la Lepre con la E.
Stamattina, tra tante foglie secche, è arrivato Illo il Grillo a portare la I.
Domani troveranno del formaggio, e  sarà la volta di Otello il Topo con la O.
Infine, venerdì, tra tante piume, troveranno Ugo il Gufo con la U.

Bellissimo è stato anche vedere stamattina i bambini di II e III che erano impazienti di salire: di solito sbuffano, ma la curiosità li ha portati a salire le scale più veloci delle maestre!

Sarò un po’ matta, sì?
Ma io, se non mi diverto, m’annoio… e se m’annoio io…. come possono non annoiarsi loro?

Oggi la merenda è offerta dal Caffè della Peppina, che spera di farsi perdonare queste lunghe assenze….

Alla prossima, sperando di riuscire a riprendere un respiro più regolare.

Un caffè al volo

Sono passata a prendere un caffè al volo con la cricca… vedo che non mi avete abbandonata… grassie… sono commossa… sniff sniff…!

Le cose si stanno sistemando (non tutte, solo quelle che dipendono da me… per il resto… qualcun altro provvederà!), quindi conto di tornare entro la fine della settimana.

Oggi è stata una giornata campale: festa del primo giorno, accoglienza dei remigini, emozionati i bambini, emozionati i genitori, emozionata la maestra.
Alla domanda della DS: “Allora? Come va?” ho risposto: “Insomma… ho una biscia nello stomaco che non ne vuole sapere di stare ferma, e ogni tanto devo anche ricordarmi di respirare, perché mi accorgo che vado in apnea…”

Ma una volta in classe, una volta cacciati (letteralmente) i genitori, la voglia di cominciare ha preso il sopravvento sull’emozione e tutto è filato liscio liscio. Racconterò poi come ci siamo conquistati a vicenda, io e i miei picinin!
Niente da fare: io sto bene con i bambini. Toglietemi gli adulti, e tutto si sistema………………. ops…. forse questo non avrei dovuto dirlo… o no?

Ma daiiiiiiiiiiiiiiiii, che anche voi siete un po’ come i “bambini sperduti dell’Isola-che-non-c’è”, ecco perché stiamo così bene insieme…. o sbaglio?

Va bon, vado a nanna, che domani si gioca il secondo tempo, e la battaglia si preannuncia ardua ed irta di ostacoli da superare con fini tatticismi ed alta strategia.

Abbiate pazienza ancora qualche giorno, il tempo necessario per rifornire la dispensa (‘mazza…. quanto bevete!), e torneremo a leggerci e a scriverci come ai bei tempi: parola di giovane esploratrice!

Serena notte e buona settimana a tutti

Ma che avete capito?

Mi rendo conto che il mio ultimo post poteva essere un tantinello fuorviante, ma non sono in vacanza e nemmeno in partenza…. son qua, ancora con voi, poco, ma ci sono. E sono pronta a lasciarvi un altro dei miei ricordi. Se vi va.

AL PULASTRIN

Ovvero “il pulcino”. Così mi chiamavano quand’ero piccola… no, meglio, quand’ero bambina (che piccola lo sono pure adesso).
In seconda elementare, alla visita medica (che allora era prassi: peso, altezza, polmoni…) risultai essere uno scricciolo di 18 kg. La dottoressa e la maestra mi dissero: “Ma mangi?”, “Sì” risposi. “Ma devi mangiare delle belle bistecche!” mi esortarono. E io: “Ma le bistecche costano care, e i miei genitori non le comprano!” (Bugiarda più di Pinocchio: la carne non mi piaceva, punto e basta.). Inutile dire che i miei si alterarono alquanto e la mamma andò dalla maestra a spiegare l’equivoco. Il fatto è che per me il cibo è sempre stato un elemento di disturbo, avevo sempre altre cose da fare, più importanti. Mangiare era solo una perdita di tempo. Naturale che per me non andasse mai bene niente, non mi piaceva nulla!

Per correre ai ripari i miei decisero di mandarmi “in pensione” dai miei zii, al mare, nel Veneto. Cioè, non proprio al mare, loro abitavano in una cascina vicino a Cavanella d’Adige (VE), una cascina che per raggiungerla dovevi percorrere una strada sterrata lunga lunga dritta dritta, una strada ricoperta da una spanna di polvere nera. Ma l’aria era comununque buona, sicuramente migliore di quella della Lomellina.

E per me, era il Paradiso.

Dovete sapere che la famiglia dei miei zii è una di quelle famiglie tipiche venete: 7 figli 7! L’unica sorella di mia mamma che ha portato avanti la tradizione della famiglia numerosa, l’unica sorella rimasta là: gli altri tutti qui e tutti con 1 o 2 figli. Stop.

Io arrivavo alla fine di giugno e ripartivo (fra le lacrime) alla fine di settembre (allora la scuola iniziava il 1° ottobre, San Remigio). E ricordatevi che allora non c’erano i cellulari, ma neanche il telefono in casa! Scrivevo una letterina ogni tanto e amen. Vivevo le mie vacanze felice come una Pasqua.

Immaginate di trovarvi improvvisamente in una colonia: a questo poteva essere paragonata allora la loro casa: mamma, papà, 5 figli (gli ultimi due ancora non erano nati), una nonna, il fratello di mio zio con moglie e due figli (destinati nel tempo a diventare 5). Già, nella stessa casa convivevano due famiglie. Per una che arrivava da un nucleo familiare di tre persone (mia sorella ancora non aveva preso il diretto dei 9 mesi), un bel salto, non vi pare?

E che facevo? Giocavo, questo sicuramente, ma anche lavoravo. Del telefono azzurro ancora non c’erano neppure i cavi, e i bambini dovevano aiutare: la terra era tanta, gli animali pure, le persone non mancavano e c’era da fare per tutti.
Quindi:

-si andava in campagna a “curare i radici”, cioè mondare dalle erbacce campi e campi di radicchio rosso (una mia zia acquisita, che del dialetto veneto conosceva sì e no tre parole, sentendo dire ”a ghemo d’andare a curare i radici”, ci chiese: “Perché li devono curare? Hanno paura che glieli portino via?” Tipiche incomprensioni della lingua);

-si andava poi a trapiantarli quand’era ora, e ad annaffiarli;

-si andava a “cavar patate”, il mio lavoro preferito: la soddisfazione di veder uscire dalla terra quei bei tuberi! E si faceva a gara con i miei cugini per vedere chi ne raccoglieva di più. E non mi facevano schifo neppure gli insetti che saltavano fuori dal terreno;

-si andava a zappare il mais, ovvero “a sapàre el formentòn”: ma per me la zappetta non c’era, e allora io strappavo con le mani, strappavo e tiravo e sbuffavo e sudavo, e quella polvere nera mi si appiccicava addosso in un modo tale che alla fine della giornata mi si vedevano solo gli occhi;

-poi c’era da sgranar piselli e fagioli e anche il granturco, dar da mangiare a galline e pollame vario (avevano di tutto), da raccoglier le uova, preparare il pastone per i maiali, e avevano anche la stalla, con tante mucche e due tori, così si beveva il latte direttamente dal bidone: che sapore, ragazzi…;

-e poi c’erano tanti letti da fare, il bucato nell’aia, la tavola da apparecchiare e sparecchiare, il giardino e l’orto da accudire….

Ma giocavamo anche tanto: quante corse, e quanti salti giù dai fienili per vedere chi era più coraggioso… mai tirata indietro… sia mai!
Ricordo che una volta stavamo giocando nel cortile e siamo finiti pericolosamente vicino all’aratro, troppo vicino, tanto che una spinta mi fece sbattere contro una lama affilata e lucente: ancora oggi, appena sotto l’occhio destro, si vede una piccola cicatrice, soprattutto quando mi abbronzo un po’. Diciamo che è andata bene, poteva finire molto peggio, anche se al momento si sono spaventati tutti parecchio: quanto sangue… lo ricordo ancora, rosso vivo sull’argento dell’acciaio…. brrrr!

La domenica si andava a messa, e siccome eravamo in tanti occorreva fare due turni: alla prima messa del mattino le donne, che poi dovevano preparare il pranzo; a “messa grande”, quella delle 10.30, uomini e bambini. Si partiva con le macchine e si andava in paese. Un rito era la liquirizia alla fine della messa, nel negozietto lì accanto, e l’acquisto della “Settimana enigmistica” che i più grandi si contendevano con liti e trabocchetti non appena giunti a casa. Ho imparato lì ad amarla.

Il pranzo era una lunga tavolata, pastasciutta, polli arrosto, zuppiere di cetrioli… Lì ho imparato a mangiare la polenta, le cozze, i cetrioli (non puoi sapere se non ti piacciono se prima non li assaggi! Prova, se poi non ti piace non te lo diciamo più. E puntualmente scoprivo qualche meraviglia del palato… ma forse era la fame da lavoro e l’aria buona che mi facevano sembrare tutto così saporito!).

Nel pomeriggio si andava al mare: la meta più comune era Rosolina Mare, ma ogni tanto ci si concedeva anche Sottomarina, più lontana e più caruccia, perché più rinomata. Ma Rosolina mi è nel cuore: ci sono tornata poi ancora per anni e anni in vacanza con i miei, e poi ancora già sposata e mamma… e mentre ne parlo mi rendo conto che mi manca. (O forse mi mancano quegli anni, gli anni dell’adolescenza e della spensieratezza, i miei cugini e i loro amici, una compagnia numerosa e rumorosa e sempre allegra, qualche cottarella, tanta tintarella….)

Insomma, il tempo volava, le giornate, pur essendo le più lunghe dell’anno, sembravano cortissime, e si portavano via le settimane, e le settimane i mesi…. così, in un battibaleno, ecco la macchina di papà arrivare lungo quella stradina polverosa, ecco il groppo in gola: la pacchia era finita, si tornava a casa.

Ebbene, pensate che tutti quei mesi di mare e lavoro e gioco e buon cibo siano serviti a qualcosa?
Vi dico solo questo.
Primo giorno alla scuola media: la preside sul ballatoio chiama uno per uno gli alunni di prima che si apprestano ad iniziare il nuovo corso di studi e, con esso, un nuovo capitolo della loro vita. Arriviamo alla sezione D, la mia. Io sono l’ultima, il mio cognome comincia con la Z. Quando arrivo in cima alla scala la preside e la prof di italiano mi guardano, si guardano, mi riguardano e mi dicono: “Ma, bambina, sei sicura che dovevi venire qui? Non è che dovevi andare nell’altra scuola, quella elementare che c’è nell’altra piazza un po’ più in là?”

Ecco qua, questa sono io.

Questa della descrizione, non questa del disegno, sia chiaro!

Io speriamo che me la cav…icchio

Quando il maestro Marcello D’Orta pubblicò il suo libro “Io speriamo che me la cavo”,  ogni maestra/o d’Italia pensò:

“Bella forza! Ognuno di noi potrebbe scrivere un libro così, basterebbe raccogliere le quotidiane “perle”  che escono dalle boccucce dei nostri alunni e il gioco è fatto!”.

Eh già! Il classico uovo di Colombo.

Vi ripropongo (poiché molti di voi non le avranno lette) alcune chicche collezionate negli anni da me o da mie colleghe.

Sembra Zelig…. ma è tutto vero, e questo ve lo posso garantire “di pirsona pirsonalmente!” (per dirla alla Catarella).

 

“Il globo terrestre è suddiviso in paralleli e…. “
“Mmm…. “
“Meridionali.”

“Cos’è una catena montuosa?”
“Sono le catene che papà mette alle ruote della macchina
quando andiamo in montagna d’inverno e c’è la neve.”

“La mia casa è a forma di missile….”
“??????? Come sarebbe a dire…?”
“E sì… ha il tetto a punta, come un missile!”

Primo giorno di scuola, classe V, nuova aula.
“Maestra… ma la cartina geografica è sbagliata!”
“Perché è sbagliata?”
“La Lombardia non è rosa…”
“Ah no, certo! Ma vedi, questa è una cartina politica,
dall’altra parte c’è quella fisica,
che indica i monti, le pianure, i fiumi…”
“Ma no… è questa che è sbagliata!
Su quella dell’anno scorso la Lombardia era azzurra,
non rosa!”
(un rapido sguardo all’espressione del viso e agli occhi
mi conferma che sta parlando sul serio)

“I Fenici tingevano i tessuti
con una sostanza estratta da una conchiglia.”

“E di colore stiamo parlando?”
“Rosso.”
“Rosso come?  Rosso po…”
“Rosso pollice.”

“Gli Egizi erano governati da un re.”
“Non era proprio un re, era un Fa…”
“Un fagiano.”

“Il Regno Unito è una monarchia costituzionale.”
“Bravo. Quindi è governata da chi?”
“Da un re.”
“In genere sì, ma in questi anni non c’è un re, ma una re…”
“…”
“Dai che lo sai. Come si chiama la moglie del re? Re…”
“Repubblica!”

“L’imperatore Federico Barbarossa visse a cavallo.”
“Come, a cavallo?”
“Sì. C’è scritto sul libro!”
“Fammi vedere dove.”
“Qui.”
E in effetti c’era,
solo che la frase proseguiva a capo con:

“tra due secoli”,
e lui si era dimenticato di continuare la lettura!

Verifica scritta.
“Chi ha inventato il presepe?”
Dopo quasi un mese di lavoro sull’argomento,
una bimbetta risponde:

“Cappuccetto Rosso.”
All’inizio la risposta pare incomprensibile,
ma poi, riflettendoci, ho capito che

probabilmente l’unica cosa che ricordava
era che si trattava di qualcuno
che aveva avuto a che fare con un lupo….

La filiale della banca del paese
ci regala delle nuove cartine geografiche.
Dopo una lezione di geografia che
mi era sembrata bellissima, sui colori e il significato della loro diversa intensità, su cosa rappresentano, sulla differenza tra carta fisica e carta politica, su confini e superfici, insomma, un ripasso generale (siamo in classe V, fine anno…), verifico con qualche domanda se le mie parole hanno messo radici o se stanno facendo shopping tra una piega e l’altra del cervello:
“Allora, se parlo del Regno Unito e tocco la Gran Bretagna,
ho toccato tutto il Regno Unito?”
“Noooo!”
“Bravi! E cosa manca?”
“L’Irlanda del Nord!”
(Wow, non me l’aspettavo!)

“Bene. E se parlo dell’Italia e tocco solo lo stivale,
da quassù in cima, dove ci sono le Alpi,
fino giù giù in fondo al tacco, la Puglia,
e ancora più giù fino alla punta, la Calabria,

ho toccato tutta l’Italia?”
“Nooooo!”
“Bravi! (gongolo, hanno capito!)
E che cosa manca?”
Il più veloce a rispondere:
“L’altra gamba.”
“………… (sconforto totale)
Ok bambini,
per oggi basta, riprenderemo domani,
adesso smettete di ridere,
ritirate tutto e fate un disegno libero.”

Come dicevo…. sembra Zelig, ma è tutto vero.
Ricordo ancora i loro nomi: Melissa, Lorenzo, Marco, Daniela, …… ricordo i loro visetti e le diverse scuole in cui queste piccole scene di cabaret si sono svolte.
Chissà se anche loro si ricordano ancora di me…