San Valentino


L’origine della festa degli innamorati è il tentativo della Chiesa Cattolica di porre termine ad un popolare rito pagano per la fertilità. Per gli antichi Romani il mese di Febbraio era considerato il periodo in cui ci si preparava all’arrivo della primavera, considerata la stagione della rinascita. Si iniziavano i riti della purificazione: le case venivano pulite, vi si spargeva il sale ed una particolare farina. Verso la metà del mese iniziavano le celebrazioni dei Lupercali (dei che tenevano i lupi lontano dai campi coltivati).  Fin dal quarto secolo a. C. i romani pagani rendevano omaggio, con un singolare rito annuale, al dio Lupercus. I Luperici, l’ordine di sacerdoti addetti a questo culto, si recavano alla grotta in cui, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo, e qui compivano i sacrifici propiziatori. Lungo le strade della città veniva sparso il sangue di alcuni animali, come segno di fertilità; ma il vero e proprio rituale consisteva in una specie di lotteria dell’amore.  I nomi delle donne e degli uomini che adoravano questo Dio venivano messi in un’urna e opportunamente mescolati. Quindi un bambino sceglieva a caso alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità, affinché il rito della fertilità fosse concluso. L’anno successivo sarebbe poi ricominciato nuovamente con altre coppie.

I padri precursori della Chiesa, determinati a mettere fine a questa pratica licenziosa, hanno cercato un santo “degli innamorati” per sostituire l’immorale Lupercus. Nel 496 d.C. Papa Gelasio annullò questa festa pagana ed iniziarono il culto di San Valentino, un vescovo che era stato martirizzato circa duecento anni prima. San Valentino, nato a Terni nell’anno 175 d.C., divenne così il patrono dell’amore e protettore degli innamorati di tutto il mondo. Egli dedicò la sua vita alla comunità cristiana e alla città di Terni dove infuriavano le persecuzioni contro i seguaci di Gesù. Fu consacrato vescovo della città nel 197 d.C. dal Papa San Feliciano. è considerato il patrono degli innamorati poiché la leggenda narra che egli fu il primo religioso che celebrò l’unione fra un legionario pagano e una giovane cristiana.

La  storia di San Valentino ha due finali differenti.

Secondo una versione, quando l’imperatore Aureliano ordinò le persecuzioni contro i cristiani, San

Valentino fu imprigionato e flagellato lungo la via Flaminia, lontano dalla città per evitare tumulti e rappresaglie dei fedeli.Mentre la seconda versione racconta che, nel 270 d.C. il vescovo Valentino

, famoso per aver unito in matrimonio un pagano ed una cristiana, fu invitato dall’imperatore pazzo Claudio II  che tentò di persuaderlo a convertirsi nuovamente al paganesimo. Ma egli, con dignità, rifiutò di rinunciare alla sua fede e, imprudentemente, tentò di convertire a sua volta Claudio II al Cristianesimo. Il 24 febbraio 270 d.C.San Valentino fu lapidato e poi decapitato.La storia sostiene, inoltre, che mentre Valentino era in prigione in attesa dell’esecuzione si fosse innamorato (e daje…) della figlia cieca del guardiano Asterius e che, con la sua fede, avesse ridato miracolosamente la vista alla fanciulla. Si racconta che prima di morire Valentino le avesse mandato un messaggio d’addio che si concludeva con ” dal vostro Valentino”.
Una frase che nel tempo è diventata sinonimo di Vero Amore.

 

Le vicende riguardanti San Valentino sono abbastanza confuse, ma intorno alla sua figura ruotano molte leggende, che riguardano tutte episodi d’amore.

 

LA LEGGENDA DI SABINO E SERAPIA

Questa leggenda narra di un giovane centurione romano di nome Sabino che, passeggiando per una piazza di Terni, vide una bella ragazza di nome Serapia e se ne innamorò follemente. Sabino chiese ai genitori di Serapia di poterla sposare ma ricevette un secco rifiuto: Sabino era pagano mentre la famiglia di Serapia era di religione cristiana. Per superare questo ostacolo, la bella Serapia suggerì al suo amato di andare dal loro Vescovo Valentino per avvicinarsi alla religione della sua famiglia e ricevere il battesimo, cosa che lui fece in nome del suo amore. Purtroppo, proprio mentre si preparavano i festeggiamenti per il battesimo di Sabino e per le prossime nozze, Serapia si ammalò di tisi. Valentino fu chiamato al capezzale della ragazza oramai moribonda. Sabino supplicò Valentino affinché non fosse separato dalla sua amata: la vita senza di lei sarebbe stata solo una lunga sofferenza. Valentino battezzò il giovane, ed unì i due in matrimonio e mentre levò le mani in alto per la benedizione, un sonno beatificante avvolse quei due cuori per l’eternità.

 

LEGGENDA DELLA ROSA DELLA RICONCILIAZIONE

Un giorno San Valentino sentì passare, al di là del suo giardino, due giovani fidanzati che stavano litigando. Decise di andare loro incontro con in mano una magnifica rosa. Regalò la rosa ai due fidanzati e li pregò di riconciliarsi stringendo insieme il gambo della rosa, facendo attenzione a non pungersi e pregando affinché il Signore mantenesse vivo in eterno il loro amore. Qualche tempo dopo la giovane coppia tornò da lui per invocare la benedizione del loro matrimonio. La storia si diffuse e gli abitanti iniziarono ad andare in pellegrinaggio dal vescovo di Terni il 14 di ogni mese. Il 14 di ogni mese diventò così il giorno dedicato alle benedizioni, ma la data è stata ristretta al solo mese di febbraio perché in quel giorno del 273 San Valentino morì.

 

LA LEGGENDA DEI BAMBINI

San Valentino possedeva un grande giardino pieno di magnifici fiori dove permetteva a tutti i bambini di giocare. Si affacciava sovente dalla sua finestra per sorvegliarli e per rallegrarsi nel vederli giocare. Quando veniva sera, scendeva in giardino e tutti i bambini lo circondavano con affetto ed allegria. Dopo aver dato loro la benedizione regalava a ciascuno di loro un fiore raccomandando di portarlo alle loro mamme: in questo modo otteneva la certezza che sarebbero tornati a casa presto e che avrebbero alimentato il rispetto e l’amore nei confronti dei genitori. Da questa leggenda deriva l’usanza di donare dei piccoli regali alle persone a cui vogliamo bene.

 

 

LA LEGGENDA DEI COLOMBINI

Il sacerdote Valentino possedeva un grande giardino che nelle ore libere dall’apostolato coltivava con le proprie mani. Tutti i giorni permetteva ai bambini di giocare nel suo giardino, raccomandando che non facessero danni, perché poi la sera egli avrebbe regalato a ciascuno un fiore da portare a casa. Un giorno, però, vennero dei soldati e imprigionarono Valentino perché il re lo aveva condannato al carcere a vita. I bambini piansero tanto. Valentino stando in carcere pensava a loro, e al fatto che non avrebbero più avuto un luogo sicuro dove giocare. Ci pensò il Signore. Fece fuggire dalla gabbia del distratto custode due dei piccioni viaggiatori che Valentino teneva in giardino. Questi piccioni, guidati da un misterioso istinto, trovarono il carcere dove stava chiuso il loro santo padrone. Si posarono sulle sbarre della sua finestra e presero a tubare fortemente. Valentino li riconobbe, li prese e li accarezzò. Poi legò al collo di uno un sacchetto fatto a cuoricino con dentro un biglietto, ed al collo dell’altro legò una chiavetta. Quando i due piccioni fecero ritorno furono accolti con grande gioia. Le persone si accorsero di quello che portavano e riconobbero subito la chiavetta: era quella del giardino di Valentino. I bambini ed i loro familiari si trovavano fuori del giardino quando il custode lesse il contenuto del bigliettino. C’era scritto: “A tutti i bambini che amo… dal vostro Valentino”.

 

Per capire


Per capire il valore di una sorella

chiedi a chi non ne ha una.

Per capire il valore di dieci anni

chiedi a una coppia appena divorziata.

Per capire il valore di cinque anni

chiedi a un diplomato.

Per capire il valore di un anno

chiedi a uno studente che ha fallito l’esame finale.

Per capire il valore di nove mesi

chiedi a una madre che ha dato alla luce un bimbo morto.

Per capire il valore di un mese

chiedi a una madre che ha dato alla luce un bimbo prematuro.

Per capire il valore di una settimana

chiedi a un editore di una rivista settimanale.

Per capire il valore di un’ora

chiedi a due amanti che stanno aspettando d’incontrarsi.

Per capire il valore di un minuto

chiedi a una persona che ha perso l’aereo, il treno o l’autobus.

Per capire il valore di un secondo

chiedi a una persona che è sopravvissuta a un incidente.

Per capire il valore di un millesimo di secondo

chiedi a una persona che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi.

Per capire il valore di un amico

amane uno.

Il tempo non aspetta nessuno.

Fai tesoro di ogni momento che hai.

Lo apprezzerai ancora di più

se lo condividerai con qualcuno di speciale.

Pensando a come passa velocemnte il tempo, mi sono ricordata di questa riflessione che avevo postato lo scorso mese di marzo, il primo marzo, per essere precisa, quando il mio blog-bar era aperto da solo una settimana e ancora non era frequentato da nessuno di voi.

Sulla relatività del tempo ha scritto già qualcuno, mi pare di ricordare, quindi è inutile che mi soffermi oltre, ma in un periodo come questo, quando si avvicina la fine dell’anno, è normale fare due conti con quel che è stato e quel che avremmo voluto che fosse.

Ci rendiamo conto, ancor più che in altri periodi dell’anno, di come vola il tempo: ma non era solo ieri che eccitati ed emozionati stavamo aspettando il 2000? Pensa, ci si diceva, viviamo in un’epoca storica: siamo quelli che sono vissuti a cavallo non solo di due secoli, ma addirittura di due millenni! Ci faceva persino un po’ paura pensare a un avvenimento così importante….

Ed è passato, senza infamia e senza lode, o forse con po’ della prima e poco o nulla della seconda. Non solo è passato il Capodanno del 2000: sta per arrivare quello del 2010! Dieci anni! Giuro che non mi sembra vero, non riesco a focalizzare tutto questo tempo, questo periodo così lungo: un decennio, due lustri.

Ma dove sono finiti questi anni? Che è successo? Dov’ero? Cos’ho fatto nel frattempo? A pensarci, dieci anni sembrano un tempo lunghissimo: provate a pensare a qualcosa che avete intenzione di realizzare e di dire “Lo farò tra 10 anni”…. Sembra lontanissimo nel tempo. Eppure, questi che se ne sono appena andati, mi sono sfuggiti tra le dita come sabbia, non me li ricordo neppure.

Basta, meglio non pensarci più, altrimenti mi intristisco e non è il caso. Meglio restare concentrati su quel che deve ancora succedere, quel che deve ancora venire, quel che deve ancora essere. Perché, come dice il proverbio: acqua passata non macina più. Meglio tenere lo sguardo fisso sull’acqua che ancora deve scorrere e macinare altra vita.

Buona ultima settimana del 2009, che poi è in compartecipazione con il 2010.
Solo che quest’ultimo si prende la parte più bella della settimana: il week end. E chissà che cominciando così bene, non sia un anno fortunato per tutti. È quello che auguro a tutti Voi dal profondo del mio cuore. Vi abbraccio.


Giusy

I bambini e la poesia



Immaginate questa scena.
 

Siamo in una quinta elementare. La maestra invita i ragazzi a scegliersi nel loro libro di lettura, entro la fine della settimana, la poesia che preferiscono: lei pensa che l’incontro con la poesia non può fare a meno di un carattere personale, privato e, insieme, di scoperta, di avventura. Ha abbandonato da tempo la vecchia pratica di dettare o indicare una certa poesia, illustrarla brevemente, assegnarla per lo studio a memoria, ascoltarne la recitazione, giudicarla con un voto. Non si può usare la poesia per una pratica del genere: sarebbe come usare un orologio d’oro per piantare un chiodo nel muro. Per i chiodi esistono altri martelli.Di solito sceglie una poesia che le piace particolarmente o che giudica adatta al momento, la legge in classe, ne discute con i ragazzi, spiega le parti poco chiare, osserva le loro reazioni, cerca di capire se ha squarciato qualche velo oppure no…. infine la affianca ad altre due o tre poesie che trattino lo stesso tema e lascia che siano loro a decidere quale studiare, ma devono anche saper spiegare il perché della loro scelta.


Questa volta vuol percorrere una nuova strada: si è accorta che utilizza veramente poco il loro libro, preferisce scegliere testi e poesie personalmente, dai suoi libri, dai suggerimenti che trova in rete, da fonti casuali che le forniscono l’ispirazione del momento. Benissimo, vediamo che salta fuori, si dice: per lo meno li obbliga a sfogliarlo, quel benedetto libro, ad analizzarlo, a scoprirlo…. e magari trovano anche qualcosa che a lei è sfuggito!
Non tutti i ragazzi scelgono: chi per distrazione, chi perché ancora sordo a certi richiami, chi per paura di sbagliare….
La maggioranza, però, sceglie.
Qualcuno sceglie la più corta, qualcuno la più divertente o la più buffa, qualcuno autonomamente e qualcuno, e lei che li conosce bene sa chi, per imitazione.


Tra le poesie scelte c’è <<Lungi dal proprio ramo // povera foglia frale>> di Leopardi (ma guarda un po’…..!), e ce n’è una di Ungaretti (però…!).
Ogni ragazzo legge la poesia che ha scelto, la spiega se può, nasce una certa discussione.

Ora i ragazzi vogliono sentire la maestra leggere le poesie scelte. Lei legge, aggiunge spiegazioni, puramente lessicali. La mattinata se n’è quasi andata, qualcuno già sta illustrando con un disegno la poesia che ha scelto. C’è appena il tempo di una specie di votazione. Si scrivono tutti i titoli (una decina) sulla lavagna. Si vota per la poesia più bella. Viene scelta la poesia di Leopardi. Appena un’ora fa molti di loro ridevano di quelle parole inconsuete: <<lungi>>, <<frale>>… ora sono proprio quelle parole ad affascinarli. I loro commenti sono: “Com’è detto bene!”, “Non si potrebbe dire meglio!”, “È triste ma non fa piangere!” (La poesia è sempre una vittoria sul dolore).


La maestra è prudente, non insiste, non assegna poesie da studiare a memoria. La mattinata è stata intensa, piena di emozioni. Anche il verso di Ungaretti: <<è il mio cuore il paese più straziato>>… è stato a lungo sentito, assaporato, lasciato fluttuare nell’aria a caricarsi di echi. Eppure coglie questi sussurri: “Io questa la studio per lunedì, e tu?”
Bene, il velo stavolta si è squarciato.


Dopo l’esperimento (riuscito) di dettare piccoli brani presi da libri per ragazzi per invogliarli ad acquistare il libro (o prenderlo in prestito dalla biblioteca) e leggerlo per saper “come va a finire”, adesso prova anche questa.
Perché domani non si debba più dire che in Italia si legge troppo poco.
Sarà anche una goccia nel mare, ma è già qualcosa.
 

P.S.: l’idea della scelta libera delle poesie questa maestra l’ha presa da Gianni Rodari, “Scuola di fantasia”. Ha funzionato. Grazie Gianni.

Parole d’amore

Vorrei donare il tuo sorriso alla luna perché
Di notte chi la guarda possa pensare a te
E ricordarti che il mio amore é importante
Che non importa ciò che dice la gente
E poi
Amore dato amore preso amore mai reso
Amore grande come il tempo che non si è arreso
Amore che mi parla coi tuoi occhi qui di fronte
Sei tu sei tu sei tu sei tu sei tu
Il regalo mio più grande

 

A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
A te che hai reso la mia vita bella da morire,
Che riesci a render la fatica un’ immenso piacere,
A te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
A te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
A te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
A te che sei, semplicemente sei,
Sostanza dei giorni miei,
Sostanza dei sogni miei…

Questo fiume silenzioso che ci porta più lontano,
non sarà percorso invano se tu partirai con me.
Se la notte si avvicina, io ti voglio avere sveglia;
sulla luce che ti abbaglia io ci metterò un foulard.

Ci sarò, quando vorrai chiamarmi
io verrò e per addormentare te
io ti potrò cantare quello che vorrai sentire.
Ci sarò, prima del temporale
io verrò per ripararti sulla via
io ti potrò coprire
ed aspettare il sole che verrà;
non avremo freddo più.


 

Quando la festa comincerà
Tu sarai regina
Tutta la gente si fermerà
a guardarti stupita
Per i miei occhi tu splenderai
bella come il sole
Infiniti voli del cuore
Infinita felicità
Quando penso che tu sei
Per me per sempre




Come sembra facile parlare d’amore…. splendide parole, liriche perfette, rime che scaldano il cuore…. e sono “solo” canzonette! Non mi addentro nel campo della poesia perché lì si va nell’Olimpo dell’Amore, quello con la “A” maiuscola!
 


Quante volte, ascoltando una canzone d’amore mi sono detta (e ho detto a chi mi sta vicino): “Ah, cosa non farei per uno che sapesse dirmi parole così!!!!!” E ho pensato: “Ci sono donne davvero fortunate al mondo, che sono oggetto di tanto profondo amore, che si sentono al centro dell’universo dell’uomo che hanno accanto…”
 


Poi, come sempre (dannato pragmatismo, ma lasciarmi vivere per 5 minuti di fila nel mondo incantato per una volta!), apro gli occhi e vedo. Vedo chiaro.
No no, che “chiaro”!…….. Che parola grossa! Vedo più fosco e nebbioso di prima, perché mi rendo conto che tutta questa bella gente, che scrive e canta parole così belle, professa amore eterno ed indissolubile, eleva la donna che ha accanto al ruolo di regina indiscussa della sua vita…. ha alle spalle storie tormentate, finite male se non peggio, vive amori complicati, irrequieti, sembra non riuscire a trovare una stabilità, una compagna che sia all’altezza delle sue parole.
 


Come sempre, è facile parlare d’amore, un po’ più complicato viverlo.
 


Mi verrebbe voglia di farmi un po’ i fatti vostri e chiedervi:
“Qual è stata la più bella frase d’amore che vi è stata detta (o scritta)?”
Se non entro troppo nell’intimo e non divento indiscreta, ovviamente….
 


Se vi va, scrivetela e condividetela con noi, vediamo che bella raccolta salta fuori!
Buona giornata!
Eh? Come? Ah, la mia? Sicuri di volerlo sapere? È che non vorrei far impallidire le vostre…. poi magari non vi vien più voglia di scriverle perché vi sembreranno così poca cosa accanto alla mia, così banali…..
Vabbè… l’avete voluto voi!
 


La frase che mi sento dire ogni giorno, sempre, da 31 anni è…………..
 


<<FAI IL CAFFÈÈÈÈ???>


E adesso sono curiosa di vedere chi mi batte!
 


P.S.: è chiara l’origine del titolo del mio blog ora, nevvero?
 


Giusy

Come posso essere felice…


Per me la pioggia sul tetto
è una cantilena da ninna nanna,
ma il mio fratello povero…
per lui, la pioggia fredda
penetra nella baracca
e forma fango sul pavimento.

Per me il vento che fischia
è una melodia notturna,
ma il mio fratello povero…
ascolta il vento angosciato
perché il vento, questo malvagio,
gli distrugge la baracca.

Come posso dormire tranquillo
se nel giorno che è passato
me ne sono stato a braccia incrociate?

Come posso essere felice
se al povero mio fratello ho chiuso
il mio cuore, rifiutato il mio amore?

(Canto popolare sudamericano)

Spesso esitiamo ad avvicinare uno sconosciuto per un senso d’imbarazzo. Ciò che nel mondo causa tanta freddezza è il timore d’esser respinti: quando sembriamo indifferenti, siamo spesso soltanto timidi.
Se apriamo il nostro cuore, apriamo una porta anche in quello degli altri.
Specialmente nelle grandi città è necessario aprire le porte del cuore. Quelli che abitano in campagna e nei villaggi si conoscono tutti e sentono di dipendere gli uni dagli altri: ma gli abitanti della città sono estranei che s’incontrano senza salutarsi; sono individui isolati, separati, spesso sperduti e dispersi. Che magnifica occasione si presenta alle persone desiderose di mostrarsi semplicemente umane!

Cominciate dove vi pare: in ufficio, in fabbrica, in treno. Può darsi che un semplice sorriso, scambiato fra due persone da una parte all’altra di un tram, sia bastato a sviare un proposito di suicidio. Spesso uno sguardo amico è come un raggio di sole, penetrante un’oscurità che noi stessi non sospettavamo. Quando ripenso alla mia giovinezza mi rendo conto quanta importanza abbiano avuto per me l’assistenza, la comprensione, il coraggio, la cortesia che molte persone mi dimostrarono.

Tutti noi dobbiamo molto agli altri.

Qualunque cosa abbiate ricevuto più degli altri, salute, doti, abilità, successo, infanzia felice, armonia della vita domestica, non dovete considerare tutto ciò come dovutovi. In riconoscenza alla vostra buona fortuna dovete ricambiarla con qualche sacrificio in favore degli altri.

(adatt. da Albert Schweitzer, Rispetto per la vita, Comunità)
Due modi diversi di preoccuparsi per “l’altro”.Nel canto popolare sudamericano si è all’estremo, la povertà assoluta, il “niente”, percepito da chi ha la fortuna di avere il necessario, e magari anche il superfluo.

Ma non è necessario andare fino in Sudamerica, basta pensare a chi vive ancora nelle tende a L’Aquila, o in Sicilia, o ai senzatetto…..

Nel testo di Schweitzer si parla di necessità meno materiali, ma altrettanto importanti. A volte, già accorgerci di chi ci sta vicino è un’impresa: sempre troppo presi, troppo indaffarati, troppo impegnati… e non ci rendiamo conto che un sorriso, un saluto, uno scambio di battute possono essere di conforto per l’anima così come un tetto e un pasto caldo lo sono per il corpo.


Mi viene però da fare una considerazione: sarebbe tanto bello poter uscire, guardare in faccia chi ti passa accanto, lasciargli un sorriso, un saluto… poi pensi: “Coi tempi che corrono, non sai mai chi ti trovi di fronte.”
Ed ecco che questa diffidenza ci porta ad isolarci, a chiuderci in noi stessi, a sospettare di tutto e di tutti: “Ma cosa vuola quello là? Cos’avrà mai da guardare e sorridere? Sarà matto? Sarà pericoloso?”
Aprire il nostro cuore, di questi tempi, è diventato rischioso come aprire la nostra casa: o conosci, o fuori!
Ci stiamo inaridendo.

Mi sto accorgendo di come sia più facile essere generosi con chi non si conosce perché lontano: adozioni a distanza, aiuto per chi ha perso tutto, donazioni per ospedali o scuole in Africa o in India…. e scansiamo con un senso di fastidio il barbone che ha solo un cartone per coprirsi, non ci accorgiamo che la signora ottantenne e sola della porta accanto non apre le finestre oramai da 3 o 4 giorni, che la donna che abita al pianterreno ha sempre lo sguardo basso e sfuggente e strani lividi sul viso…..
Strano mondo…. strani noi….

Vivi e ama così

Non vivere su questa terra
come un inquilino
o come un villeggiante
nella natura.

Vivi in questo mondo
come se fossa la casa di tuo padre.

Credi al grano,
alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama la nube, la macchina, il libro,
ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza
del ramo che secca,
del pianeta che si spegne,
dell’animale infermo,
ma prima di tutto la tristezza dell’uomo.

Che tutti i beni della terra
ti diano gioia,
che l’ombra e la luce
ti diano gioia,
che le quattro stagioni
ti diano gioia,
ma che prima di tutto l’uomo
ti dia a piene mani la gioia.

(Nazim Hikmet)

Dopo tanto discutere di scuola, rilassiamoci la mente e riappacifichiamoci i cuori con questa stupenda poesia-verità.
Se invece avete ancora argomenti da discutere, chiarire, battere e ribattere, il dibattito resta aperto al piano inferiore: Venghino siorri venghino!

Il giorno dopo

E da oggi, le mamme tornano ad essere tutto questo:

Quando ti porto i balocchi variopinti,

bambino mio, comprendo perchè

ci son tanti colori nelle nubi

e nell’acqua, e perchè i fiori

son colorati tanto vagamente –

Quando ti porto balocchi variopinti.

Quando canto per farti danzare,

bambino mio, comprendo perchè

nelle foglie c’è musica, e le onde

mandano il coro delle loro voci

fino al cuore della terra che ascolta -

Quando canto per farti danzare.

Quando verso dolci nelle tue mani,

bambino mio, comprendo perchè

c’è il miele nel calice dei fiori,

perchè i frutti si riempiono in segreto

di tanti gradevoli succhi -

Quando verso dolci nelle tue mani.

Quando ti bacio per farti sorridere,

amore mio, comprendo il perchè

della gioia che si spande dal cielo

nella luce del primo mattino,

della carezza del vento dell’estate

che mi sfiora per tutte le membra -

Quando ti bacio per farti sorridere.

(R. Tagore)

Ecco qua: finite le celebrazioni, sistemati i fiori in vaso e le piante in giardino, divorate le torte e ingoiati i pasticcini, si ricomincia da capo.

Senza dire nulla, senza farlo pesare, le mamme tornano dietro le quinte e ricominciano a soffiare nasi e ad asciugare lacrime; a condividere le piccole gioie e le conquiste di ogni giorno; ad ascoltare, consigliare, consolare; a lavare, stirare, cucinare e pulire; ad aiutare a finire compiti e studiare lezioni;……..

E magari fanno pure parte di quella schiera di mamme che lavorano fuori casa, così, mentre rientrano dopo una giornata di lavoro, si fermano a comprare la frutta e il latte e… ah, già! i quaderni a quadretti! altrimenti domani la maestra scrive il richiamo sul diario….

E tornano anche a nascondere attimi di sconforto, di tristezza; ad asciugarsi, non viste, una lacrima: perchè farlo pesare? Tanto, prima o poi, passa…

E mille altre incombenze, attenzioni, pensieri, impegni che ora sarebbe troppo lungo ed inutile elencare: conosciamo già tutti quanti tutto quanto.

Tutto questo andrà in onda da oggi fino al prossimo 10 maggio.

Poi, l’11 maggio 2010, di nuovo sugli scudi, di nuovo sotto i riflettori, di nuovo al centro dell’attenzione: e auguri e fiori e regali e torte…

Ma dal 12 maggio, si replica. Così, per 364 giorni.

Le mamme sono angeli in allenamento, ho scritto ieri.

E che allenamento!!! aggiungo oggi.

Già, le mamme……

Tanti auguri

AUGURI A TUTTE LE MAMME!!!

Quando sto zitto

arriva mia madre.

Sta sola mia madre, nella stanza di là,

e io, solo e zitto, nella stanza di qua.

Mia madre si alza e arriva di quando in quando.

Con una mano sulla porta

cerca di leggere il mio cuore:

io, zitto, mi lascio leggere.

Intanto mi nascono affetti

e le sorrido:” Che sei venuta a fare?”

Ma so bene perchè viene da me.

Dopo aver scambiato con me due o tre parole,

mia madre se ne va.

(K. Nakagawa)

La descrizione poetica rompe un modo quotidiano, prevedibile e scontato di guardare la realtà, per proporci una visione nuova, diversa e imprevedibile di tutto ciò che ci sta intorno e che può essere, o essere stato, oggetto dell’esperienza.

La poesia mobilita tutte le potenzialità della lingua per trasfigurare e reinventare la realtà, così che atteggiamenti, oggetti e avvenimenti di ogni giorno diventano espressione di sentimenti, sensazioni e stati d’animo che coinvolgono e richiamano l’attenzione di ogni uomo intorno agli oggetti e ai temi dell’esistenza.

 

Si dice che chi è zoppo vuol ballare e chi è rauco vuol cantare. Io vorrei scrivere poesie. Ma sono una capra. E allora copio. Copio e chiedo scusa a tutti coloro che passano di qui e sanno scrivere emozioni da togliere il fiato. Io amo la poesia, ma posso solo copiare. Voi amate la poesia, e sapete darle vita.

Grazie.