Buon Anno!

Me l’avete chiesto, e adesso ve lo beccate:

L’ALFABETO DI CAPODANNO

A come auguri, quelli che io faccio a voi

 B come brindisi, un cin-cin in allegria

 C come cenone, tutti quanti attorno al tavolo

 D come dodici, i rintocchi che aspettiamo

 E come eleganza, coi vestiti da gran sera

 F come fuochi d’artificio, per salutare il Nuovo Anno

 G come giarrettiera, rossa, come vuole tradizione

 H come “Hip hip… hurrà!”, quando già siamo un po’ brilli

 I come inverno, la stagione che viviamo

 J come Janus, che dà il nome a Gennaio

K come ko, come stiamo il giorno dopo

 L come lenticchie, mangiamone tante, che portano soldi

 M come mezzanotte, il momento clou della serata

 N come noci e nocciole, nel croccante e nel torrone

 O come orologio, verso cui van tutti gli occhi

 P come panettone, con la crema al mascarpone

 Q come “Questa sì, che è una gran festa!”

 R come rosso, il colore….. birichino

 S come spumante, italiano, ch’è più buono

 T come tortellini, con la carne, fatti in brodo

 U come uva, dodici acini, che portan fortuna

 V come vischio, sotto il quale ci si bacia

 W come W W l’Anno Nuovo!

 X come EX, l’anno ch’è ormai finito

 Y come yogurt, per condir la macedonia

 Z come zampone, che accompagna le lenticchie

Il Caffè della Peppina

augura a tutti

uno splendido

A U G U R I !

Giusy

 

Io che…

Facciamo una pausa, una tregua tra una festa e l’altra, per tracciare un identikit, un profilo della sottoscritta.

Prendo in prestito lo slogan del “Noi che…”, trasformato in “Io che…” da Carlo Conti (mi perdonerà il plagio?)

Così, per conoscerci meglio, per capire chi è e com’è chi vi scrive.

Dieci piccole curiosità, buffi aneddoti, strane verità.

Della serie “Quante cose che non sai di me…”

E poi rilancio: se vi va, scrivete anche voi di VOI, ci farà sentire più vicini.

Io, che all’età di 8 anni sono stata al mare “in colonia” ad Igea Marina, e che sono tornata a casa dopo due settimane senza che nessuna assistente sia riuscita a mettermi un pettine in testa. Mia mamma dovette tagliarmi i capelli.

 

Io, che quando frequentavo le elementari terminavo il libretto delle vacanze (si intitolava “Taormina”) in otto giorni: una settimana al giorno. Poi inventavo compiti da sola.

 

Io, che non ho guidato per nove anni consecutivi, e che quando ho ripreso in mano la macchina non riuscivo ad andare a più di 60/70 km/h. Mi domandavo: ma perché mi sorpassano tutti? Eppure non sto andando così piano….

 

Io, che un giorno sono andata dal fiorista a comprare del terriccio e un vasetto d’azalea (rossa, ovviamente), l’ho posato sul tetto dell’auto per aprire la portiera e posare il terriccio e poi sono partita dimenticandolo lì. Superfluo dire che arrivata a casa l’ho cercato inutilmente, e che ho telefonato al negozio, ma non l’hanno più trovato.

 

Io, che qualche anno fa sono andata al vicino centro di articoli elettrici con in mano un neon rotondo più grande della misura standard e, dopo aver atteso il mio turno pensando ai fatti miei, quando il commesso mi ha chiesto: “Desidera?”, ho risposto senza pensare: “Ne ha uno grande così?” Visti i sorrisetti e gli sguardi che si scambiavano i due dietro il bancone, ho cercato di rimediare con: “Volevo dire: ce l’ha di questa misura?” Rimedio peggiore del danno. Mai più entrata in quel negozio.

 

Io, che dopo aver ritirato tutta la spesa di Pasqua nel baule dell’auto, risistemo il carrello nell’apposito tunnel e mi accorgo di una signora anziana che mi fissa e non capisco perché. Arrivata a casa realizzo di non avere la colomba che avevo comprato e agganciato al carrello. Grazie signora, per non avermelo detto. Spero che l’abbia gustata fino in fondo, la mia colomba.

 

Io, che un giorno dell’anno scorso sono andata dall’estetista con venti minuti d’anticipo. O almeno così credevo. Quando ho detto: “Lo so che sono in anticipo di 20 minuti, ma sto qui buona buona e aspetto” mi son sentita rispondere: “Veramente sei in ritardo di un giorno. L’appuntamento era per ieri… Non ti ho telefonato perché non pensavo fossi tu quella Giusy, sei sempre così puntuale!”

 

Io, che mi fermo a scuola anche nei pomeriggi al di fuori del mio orario di servizio, pur sapendo che se un giorno dovessi avere bisogno di un permesso di due ore… le dovrò recuperare, perché “sappia che questo è volontariato, eh? Non chieda poi di recuperarle, queste ore… !” No no, e chi ha chiesto niente?

 

Io, che non riesco ad uscire di casa la mattina se prima non ho: lavato le tazze della colazione, sistemato i divani, rifatto il letto (oramai solo uno) e “dato una passata” allo specchio del bagno. Mia figlia mi chiama “Monk”, come il detective afflitto da manie ossessive-compulsive.

 

Io, che…….. dico sempre quel che penso (ahi ahi!); sono intransigente con me stessa, ma cerco sempre di capire, se non di giustificare, il comportamento degli altri (marito e figlia a parte, ovviamente!); amo leggere ed ascoltare musica; sono in guerra con la chiesa e la politica (e con i loro rappresentanti); sono un po’… disamorata del calcio, anche se “forza Samp forever”; …………………… e tant’altro.

 Ma questo “altro”, lo scoprirete la prossima puntata.

La vostra

 

L’alfabeto del Natale

A come angelo, da mettere sull’alberello

B come Babbo Natale, che arriva a mezzanotte

C come candele, che creano l’atmosfera

D come dicembre, il mese dell’evento

E come elfi, aiutanti assai preziosi

F come fiocchi, di neve oppur d’avena (per le renne)

G come ghirlanda, da appendere alla porta

H come Hallelujah, immancabile esclamazione

I come infanzia, l’età più bella per la festa

J come Jesus, il protagonista della scena

K come kg, quanti saranno in più?

L come luminarie, che rallegrano le vie

M come messaggi, auguri, auguri, auguri!

N come nastri, per avvolgere i regali

O come ornamenti, per abbellire la casa

P come presepe, la rappresentazione

Q come … Quanta roba da mangiare!

R come renne, per trainare la slitta

S come stella, sia cometa oppure no

T come tacchino, ripieno, arrosto o al forno

U come ultimo, il regalo che chiude la lista

V come vigilia, il giorno dell’attesa

W come wow!, che esclamano i bambini

X come xilofono, per intonare i cori

Y come yo-yo, regalo d’altri tempi

Z come zampognari, che suonano la Piva.

 

L’angioletto

Perché gli Inglesi mettono l’angioletto in cima all’albero di Natale?

Tanto tempo fa, nei giorni frenetici che precedono il Natale, Santa Claus si stava preparando per il suo viaggio annuale, quando incappò in una serie infinita di problemi:

  • quattro dei suoi elfi si erano ammalati e gli elfi sostituti non erano in grado di produrre i giocattoli abbastanza velocemente come gli altri, così Santa Claus cominciò a sentirsi sotto pressione temendo di non riuscire a rispettare il programma;
  • quando andò a rigovernare le renne, si accorse che tre di loro stavano per partorire e altre due avevano saltato lo steccato e adesso erano in giro, sa il cielo dove; altro stress;
  • cominciò a caricare la slitta, ma una sponda si sfasciò, il sacco dei giocattoli cadde a terra e tutti i doni finirono sparpagliati nella neve; questo lo fece innervosire ancora di più;
  • in quel momento arrivò sua moglie annunciando che Mamma sarebbe venuta a trascorrere le feste di Natale con loro; Santa Claus cominciò a sentire lo stress aumentare in maniera pericolosa;
  • decise allora di entrare in casa per una tazza di caffè bollente e un goccio di whisky, ma quando lo cercò si accorse che gli elfi avevano nascosto il liquore e che il caffè era finito;
  • agitato com’era fece cadere la caffettiera sul pavimento: questa si frantumò in migliaia di pezzettini che si sparpagliarono ovunque;
  • con la testa che cominciava a scoppiargli dalla tensione, andò nel ripostiglio a prendere la scopa, ma si accorse che i topi avevano rosicchiato tutta la paglia di cui era fatta.

Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta, imprecando Santa Claus andò ad aprire.

Aprì la porta ed ecco, proprio lì, sulla soglia, stava un piccolo angioletto con un enorme albero di Natale.

L’angioletto disse allegramente: “Buon Natale Santa Claus! Non è una bellissima giornata? Ho un meraviglioso albero di Natale per te. Non è un albero adorabile? Dove vuoi che lo metta?”

E così ebbe inizio la tradizione dell’angelo in cima all’albero di Natale.

(Anonimo)

Due parole sul post precedente:

chiedo scusa a tutti se non ho risposto ai vostri commenti, ma per me queste ultime sono state giornate frenetiche, stile Santa Claus.

Ho letto però, e ho visto che per la maggior parte condividete le mie perplessità: d’altra parte, se ci pensiamo, quante opere d’arte, siano esse sculture, quadri, affreschi, rappresentano la Natività e sono sotto i nostri occhi tutto l’anno? O quanti presepi permanenti si trovano in chiese o musei? Ebbene, non sono essi sempre completi? Nessuno si stupisce di vedere rappresentata la scena nella sua totalità, anzi… sembrerebbe strano il contrario!

Ora, archiviati lavoretti e mercatini, renne e addobbi vari, appesa anche l’ultima stella

(non so più quante ne ho fatte…. ho perso il conto!)

posso cominciare a pensare alla mia casa, ai regali, al pranzo… e domani è già la vigilia!

Corro, o rischio di stressarmi ulteriormente come Santa Claus!

A più tardi!

 

AUGURI!!!

Natività

Mi lascia sempre di stucco vedere un presepe senza il protagonista della scena.

“Ah no, io il bambino lo metto la notte di Natale!”, mi dicono. E sono in tanti a vederla così, proprio in tanti.

Io no.

Perché?

Semplice: la trovo una cosa assurda.

Mi spiego.

Il presepe rappresenta la natività. Lasciamo stare il fatto di credere o meno, qui la fede non c’entra. È il principio.

Dunque, dicevo: questa scena dovrebbe rappresentare la natività, e spiegatemi voi che razza di natività è senza il neonato.

Non solo: Maria e Giuseppe in adorazione davanti ad una culla vuota, l’angelo sulla capanna con lo striscione che recita “Gloria in excelsis deo”, i pastori tutti rivolti verso la scena madre con atteggiamento umile e riverente, immancabile quello che dà la voce a tutti gli altri ancora lontani “Ehi, venite! Venite a vedere!”… a vedere cosa, se il protagonista non c’è!

La scena rappresenta il momento della nascita, è il concetto che conta, il simbolismo, la ricorrenza. Raffigura la notte, “quella notte”, e non un’attesa di due o tre settimane davanti ad una culla vuota!

Tanto vale, allora, allestire il tutto la notte di Natale, visto che i due tapini sono arrivati alla grotta/capanna proprio quella notte, dopo essere stati rifiutati da tutti gli albergatori della zona! (Periodo di censimento, adesso che ci penso, proprio come oggi…)

Oppure, in alternativa, costruire un presepe in itinere, una sorta di work in progress, come faceva la mia nonna paterna. O meglio, come facevano i miei zii ancora smaritati in casa della nonna, casa nella quale ho vissuto i primi anni della mia vita.

Erano bravissimi: un anno vinsero anche il primo premio messo in palio dalla parrocchia del paesello (poca roba, eh? un libro sui presepi, mentre loro avevano sperato in un premio mangereccio… ma la soddisfazione è rimasta).

Innanzi tutto era molto grande, occupava tutta una parete; poi, la capanna la costruivano loro, con i ciocchi di legno, così come le montagne. A noi bambini toccava il compito di andare a cercare il muschio (la teppa): ricordo che ci arrampicavamo sui muri e fin sui tetti dei pollai, facendo a gara a chi trovava la pezza più grande, più verde e più soffice!

E la parte migliore era proprio vederlo cambiare di giorno in giorno: la grotta era là, vuota, o anche occupata da qualche pastore col suo gregge; i personaggi della scena si facevano i fatti loro; lontano, sulle montagne, c’era un asinello con in groppa la futura mamma, con tanto di pancione mascherato dalle pieghe del vestito, e il futuro semi-padre che teneva le briglie. A poco a poco la famigliola si avvicinava, la scena mutava, i personaggi si spostavano. Ricordo che al mattino si correva a vedere com’era cambiato il presepe durante la notte.

La sera prima i due arrivavano alla grotta e faceva la sua apparizione anche la culla.

Poi, magicamente, la mattina dopo (allora non se ne parlava neppure della messa di mezzanotte o di stare alzati fino a tardi) scoprivamo il bambinello tra i due neo-genitori, i pastori tutti rivolti verso la scena principale, le greggi raggruppate vicino alla grotta, l’angelo che svolazzava appeso a un filo col suo striscione d’esultanza e, lassù sulle montagne, al posto dell’asinello e della coppia, c’erano tre strani animali con tre personaggi nuovi, riccamente vestiti e incoronati, che poco alla volta si sarebbero avvicinati fino a giungere davanti al bambino il 6 gennaio. Così ho conosciuto i Re Magi. Così il non mettere il bambino aveva un senso.

Ma la scena tutta al gran completo, con la sola assenza del principale protagonista, scusate, ma non la digerisco proprio.

Ovvio che poi, a casa sua, ognuno fa quel che vuole.

Già…. la notte!

Due parole sulla notte sono d’obbligo, dopo la poesia del post precedente.

Mai stata amica della notte, prova ne è che sono le ore 0.37 e sono qui, senza un filo di sonno, a leggervi, scrivervi, rispondervi e a blaterare ancora qua. Mai è troppo tardi, per me. E quando finalmente vado a nanna, perché prima o poi vado, il sonno tarda ancora a venire. Non è insolito per me alzarmi alle 3 di notte, sedermi al tavolo della cucina con un caffè e magari un dolcetto, sbirciare in TV se trasmettono qualche programma dei tempi andati, ed attendere il sonno che invece deve aver smarrito il mio indirizzo. Quando lo ritrova, verso le 6, è ormai troppo tardi per andare a letto, rischierei di addormentarmi e non alzarmi in tempo per preparare la colazione per l’altra metà della famiglia. Spesso capita anche di andare a cuccia sul divano, capita sì, soprattutto quando la notte precedente è trascorsa totalmente in bianco, e di svegliarmi poi verso le 2. Allora mi trascino nel letto, in stato comatoso e…………. stop. Fine. Niente più nanna. Gira e volta gira e volta e poi mi alzo. E siccome mentre mi giravolto mi vengono in mente mille pensieri, il sonno, invece di arrivare si allontana sempre di più. A volte son pensieri che è meglio non dire, altre, più frequenti, riguardano il mio lavoro: sembra che le idee migliori mi vengano di notte. Così, stabilito che ancora una volta di dormire non se ne parla, mi alzo e trascrivo tutte le attività che ho immaginato e progettato: dovessi aspettare la mattina dopo, non le ricorderei più. E via, con colazioni alle 4 di notte e TV del tempo che fu. Grande amica, per me, la notte… (si capisce che è ironico, vero?) E poi è buia, troppo buia, e mi costringe a tenere sempre una lucetta accesa, che io, quando mi sveglio, devo subito avere tutto chiaro, sotto controllo.

Ricordo che ero molto piccola, si viveva ancora in casa con la nonna paterna e gli zii non maritati. Erano i primi anni della TV e, mentre tutta la sacra famiglia al pian terreno stava seduta in adorazione davanti a questo nuovo miracolo, io, al primo piano, sola, al buio, strillavo come un’ossessa perché non riuscivo a dormire e avevo paura. Non potevo scendere, perché ero ancora nel lettino e in ogni caso le scale erano all’esterno (casa vecchia….), così stavo lì, finché qualcuno, spesso non della famiglia, mi sentiva da fuori (il “bagno” era in fondo al cortile) e allora andava a chiamare mia mamma. Lei saliva, infastidita perché si perdeva un pezzo dello sceneggiato o di quel che c’era, sculacciata e alè, dormi! Eh, magari…! Poi, da bambina decenne e dintorni, fino alle 3, alle 4 e anche oltre col libro in mano perché “volevo vedere come andava a finire”… quante volte è venuta a togliermi il libro e a spegnere la luce, ma io aspettavo un po’ e poi riaccendevo e ricominciavo. Non era insolito leggere fino alle prime luci del mattino… E da ragazza, in collegio, visto che spegnevano le luci alle 9,45 (!!!!!) (Avete idea di cosa significhi per un’insonne essere a letto alle 9,45?) mi ero portata la radiolina con le cuffiette. Allora c’era solo Radio Monte Carlo oltre alle due reti nazionali, e così ho imparato a seguire le vicende della Samp, squadra del cuore di Roberto, mio segreto amore (mai saputo che faccia avesse, ma è proprio questo il bello: gli dai la faccia che vuoi, no?) e a gioire o disperare con lui a seconda delle vicende domenicali… E così via, fino ai giorni nostri. Sono poche le notti (bastano le dita di una mano per contarle) che mi capita di addormentarmi presto e di “tirare fino al mattino”, contrariamente a quanto succede alle persone “normali”. Ho fin quasi timore che accada qualcosa, in quei giorni, tanto sono strani per me…

Sono poco lucida? Dimentico le cose? Gli impegni? Di comprare il latte? Beh… credo d’esser giustificata, no?

Se poi parliamo del significato recondito della notte, intesa come periodo buio, difficile, irto di ostacoli… ecco, devo dire che di questi tempi la poesia di Camara è più attuale che mai. Solo che di stelle luminose, io, non ne vedo. Neanche l’ombra.

Visto che s’è fatta l’una e un tocchetto, auguro la buona notte a voi, io paciugherò ancora per un po’.

L’albero di Natale

A mezzanotte di Natale, in un quartiere povero di New York, si faceva la prova dell’albero: il venditore regalava gli alberi che non aveva venduto ai ragazzi che erano capaci di afferrarli, restando in piedi, quando egli li lanciava contro di loro con tutte le sue forze.
Quando Francie aveva compiuto dieci anni e Neeley nove, la mamma permise loro di partecipare alla gara.
Francie aveva scelto l’albero dalla mattina e per tutta la giornata aveva pregato perché nessuno lo comprasse. Per fortuna a mezzanotte c’era ancora: era il più grande che vi fosse.

Fu proprio quell’albero che il venditore prese per primo:
- Chi vuole provare? – domandò.
Francie si fece avanti.
- Sei troppo piccola!
- Mio fratello ed io insieme non siamo troppo piccoli – rispose Francie, spingendo avanti Neeley.
- In due non va bene! – protestò un ragazzo presente.
- Sta’ zitto tu! Quei due piccoli hanno del coraggio ed hanno diritto di tentare la prova. Indietro gli altri!
L’uomo piegò il braccio per lanciare l’albero e si accorse di quanto erano piccoli i due bambini. Per un attimo pensò:
- Perché non do l’albero e auguro a loro Buon Natale?
Ma poi pensò che anche gli altri avrebbero voluto un albero in regalo e l’anno successivo nessuno avrebbe più comprato nulla da lui.
- Che si arrangino – concluse – bisogna che quei bambini imparino a cavarsela! – e lanciò l’albero.

Francie vide l’albero volare, ma non si mosse. Barcollò quando la colpì e Neeley fu sul punto di cadere, ma la sorella lo aiutò a restar diritto. Quando i ragazzi più grandi tirarono via l’albero, videro i due fratellini, in piedi, che si tenevano per mano. Erano graffiati, tremavano, ma sorridevano anche, perché avevano vinto l’albero più grosso.
Il venditore si congratulò con i vincitori e consegnò loro il premio.

(Betty Smith)

Ho finito di addobbare l’albero. Finalmente!

Ancora un po’ e avrei potuto fare l’albero di Pasqua.

Comunque: è biancargentazzurro, e mi piace.

Questo non mi fa ancora sentire alcuna atmosfera, ma intanto c’è.

Lontani sono i tempi in cui, mia figlia bambina, si accatastavano pacchi e scatoloni sotto i rami addobbati… ora è lì, solo soletto, e sembra quasi domandarsi: “Che ci faccio qui?”. Magari prima del 6 gennaio troverò una risposta soddisfacente da dargli. Nel frattempo le sue bianche lucine mi evitano di accendere luci più grandi quando devo spostarmi in casa di sera. È già qualcosa.

Freddure

I parenti sono tutti raccolti attorno al capezzale del congiunto che sta consumando i suoi ultimi istanti di vita.

È presente anche il medico che a un certo punto solleva le coperte, tocca i piedi del poveretto e dice:

“Sono freddi, siamo alla fine. Nessuno è mai morto coi piedi caldi.”

In quel momento il moribondo apre un occhio e, con un filo di voce, sussurra:

“Giovanna D’Arco sì.”

Dunque dunque… da dove cominciare?

Da domenica sera.

Sarà stata l’altalena di emozioni che tra sabato e domenica mi hanno vista tremare e gioire più volte, sarà stata la passeggiata fino a casa di mia figlia (mezz’oretta) con una temperaturina non adatta alle passeggiate, sarà stato il virus malefico che già dimorava nella casetta della pargola… insomma, sia stato quel che sia stato, fatto sta che domenica, dal tardo pomeriggio in avanti, brividi, mal di testa e dolori alle ossa sono arrivati, indesiderati ospiti, a farmi compagnia. Da lì, al divano, al termomentro che segnava 38° il passo è stato breve. Ed ecco il perché della freddura iniziale: si può avere la febbre, scottare come un tostapane dimenticato acceso da ore ed avere i piedi gelati? Così gelati che neanche con due plaid riuscivano a scaldarsi? E mentre meditavo su questa anomalia, mi è venuta in mente la battuta iniziale: era sepolta nella mia memoria da chissà quanti anni e all’improvviso… tac! s’è affacciata! Ohimè – ho pensato – sarà ben giunta la mia ora? Ma a conferma del detto che “l’erba grama la mora mai (erba cattiva non muore mai)”, sono ancora qui. Tutto rinviato a data da destinarsi.

Naturalmente ieri e oggi ho regolarmente compiuto il mio dovere, vuoi mica stare a casa… non mandano la supplente, accorpano le classi, disgregano la tua mandandone un po’ qua e un po’ là…. non lavorano loro e lavorano male gli altri.

Inutile dire che una volta a casa l’unica cosa che vedevo era il divano.

Ora febbre non ne ho più, sono solo un po’ deboluccia… le gambe fanno giacomo giacomo, lo stomaco è sottosopra e non sa decidersi cosa ordinare per pranzo o per cena (così finisce che non gli do un bel niente e morta lì) e quando arriva sera sento ancora qualche brividuzzo e il desiderio della cuccia.

Chiedo perdono se ancora per oggi non vengo a farvi visita: non vorrete che vi porti il vibrione malefico, eh?

Auguro a tutti una buona notte, ci si legge domani. Promesso.

E niente baci e niente abbracci. Troppo pericoloso.

‘notte!♥

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